
Stefano Ciccone, Maschile Plurale
Qual è, secondo te, il più grande fraintendimento che gli uomini hanno riguardo alla parità di genere?
In primo luogo, pensare che sia un tema esclusivamente femminile, invece è una questione che coinvolge tutti e tutte, senza distinzione. In secondo luogo, percepire la parità di genere come una minaccia, come una semplice conquista di spazi da parte delle donne. Come uomini, dovremmo iniziare a comprendere che mettere in discussione i ruoli stereotipati rappresenta un’opportunità per liberarsi da molti condizionamenti imposti dal nostro ruolo di potere e privilegio.
In che modo la cultura patriarcale danneggia anche gli uomini?
La cultura patriarcale colpisce profondamente gli uomini, imponendoci di aderire a un ruolo tradizionale associato al potere e al privilegio. Questo ruolo, basato sull’idea dell’autosufficienza e sulla rimozione delle emozioni, limita la libertà individuale e relazionale degli uomini stessi. La socialità maschile si sviluppa quindi sotto il peso della competizione, del gregarismo. Anche la genitorialità ne risente, il ruolo del padre si riduce a quello dell’autorità distante e temuta raramente coinvolta affettivamente. Liberarsi da questi condizionamenti non significa perdere qualcosa, ma guadagnare in autenticità, relazioni e benessere. È un processo che riguarda tutti e tutte, non solo le donne.
In un mondo in cui il cambiamento è già in atto cosa spaventa davvero molti uomini?
Il cambiamento culturale che stiamo vivendo apre nuovi spazi anche per gli uomini. Le donne hanno cominciato a mettere in discussione modelli che sono sempre stati considerati naturali: modelli di paternità e maternità che non possono più schiacciare il femminile sul materno o il maschile sulla figura dell’autorità paterna. Le donne hanno rivendicato la propria sessualità, autonomia, libertà nella società. Questa trasformazione ha arricchito la sessualità maschile, spesso vissuta in passato come scollegata dalla relazione. Ha reso le vite degli uomini meno solitarie. Eppure, ciò che spaventa molti uomini è proprio questo. Troppo spesso si è pensato che la società fosse come una torta: se le donne conquistano una fetta, gli uomini ne perdono una. Ma non è così. Il cambiamento prodotto dalle donne apre anche agli uomini nuovi spazi per ripensare le proprie vite in modo diverso.
Come si può creare un dialogo reale tra donne e uomini che non sia difensivo, o competitivo, ma generativo?
Creare un dialogo autentico tra donne e uomini non significa concedere qualcosa, né accettare passivamente le rivendicazioni femminili. Significa costruire uno spazio di confronto che non riduca il conflitto – giusto e necessario – a una guerra tra generi. Il conflitto agito dalle donne non è un attacco, ma un’opportunità per ridefinire insieme i ruoli, le relazioni e il senso stesso della convivenza sociale. Se vogliamo mettere in discussione il ruolo patriarcale dell’uomo nella famiglia, è necessario che anche le donne siano disponibili a rinunciare all’indispensabilità del materno. Dobbiamo riconoscere la possibilità di un dialogo in cui il nostro reciproco sguardo sia capace di mettere in discussione le nostre reciproche sicurezze.
Nel tuo libro Essere maschi. Tra potere e libertà, racconti un percorso di messa in discussione profonda dell’identità maschile. Ci puoi spiegare in che modo il tema del potere può diventare un limite per gli uomini?
Il libro nasce da un lavoro profondo di raccolta di pensieri ed esperienze. L’esperienza di Maschile Plurale, da cui prende forma, risale addirittura agli anni ’80, ma per molto tempo è rimasta sotterranea. Quando abbiamo iniziato il nostro percorso, la riflessione sulla violenza maschile era quasi assente nel dibattito pubblico. Solo negli anni 2000 si è cominciato a darle visibilità, ma spesso in modo strumentale. Dopo un periodo, in cui le donne si sono affermate come soggetto politico e culturale, la narrazione sulla violenza ha finito per riproporle in una posizione di fragilità. Noi abbiamo cercato di spostare lo sguardo: la violenza non parla della debolezza femminile, ma della responsabilità maschile. Interroga noi uomini, la nostra cultura, il nostro modo di pensare la sessualità. Questo libro è stato un tentativo di andare oltre la semplice assunzione di responsabilità maschile. Il titolo indica chiaramente il problema: oggi, come uomini, ci troviamo davanti a un bivio. Possiamo continuare a difendere il potere patriarcale, considerandolo un luogo identitario, oppure possiamo scegliere di rinunciarci per conquistarci un pezzo di libertà.
In molti tuoi interventi parli dell’importanza di trovare parole nuove per raccontare l’esperienza degli uomini. Che ruolo ha il linguaggio nella trasformazione dell’identità maschile?
Il linguaggio ha un ruolo fondamentale. Dobbiamo costruire parole nuove, capaci di interpretare la sofferenza, il disagio e il disorientamento che molti uomini vivono nel cambiamento. Parole che sappiano dare forma a un desiderio maschile di stare al mondo in modo diverso. Un esempio emblematico è quello della paternità. Non abbiamo un vocabolario che riconosca e valorizzi il padre amorevole, presente, responsabile. Lo definiamo ancora mammo. E questo vuoto linguistico riflette un vuoto culturale. Nel racconto del cambiamento, abbiamo valorizzato le donne che si realizzano nel lavoro, nella politica. Ma cosa raccontiamo a un ragazzino di 12 anni? Dobbiamo dirgli che può continuare a desiderare di diventare astronauta, senza rinunciare all’intimità con suo figlio. Senza rinunciare alle proprie emozioni. Il linguaggio deve essere capace di raccontare questo. Deve costruire una narrazione che dia voce a un modo diverso di essere uomini. Finché non cambieremo l’attribuzione simbolica delle attitudini maschili e femminili, finché continueremo a pensare che l’assertività sia maschile e l’empatia femminile, non riusciremo davvero a raccontare il cambiamento.
In che modo gli uomini possono assumersi la propria responsabilità davanti alla violenza di genere?
Assumersi la responsabilità, per un uomo, non significa semplicemente riconoscere che la violenza maschile è un problema. Significa comprendere che quella violenza nasce dentro un universo condiviso: un immaginario fatto di emozioni, di idee sull’amore, sulla sessualità, sui corpi. Un universo in cui la razionalità e l’autorevolezza sono associate al maschile, mentre l’emotività e la fragilità al femminile. È dentro questa cultura che la violenza prende forma. Dobbiamo raccontare ai ragazzi un’altra storia: smettere di pensare che la violenza sia un problema degli altri, dei mostri, che la violenza non riguarda noi uomini perbene. La violenza non è solo un atto estremo: è un sistema di pensiero, un modo di guardare, di desiderare, di relazionarsi. E ci riguarda tutti.
Nel contesto aziendale, spesso si parla di inclusione e parità di genere in termini di regole e procedure. Quanto è importante intervenire anche sulla cultura e sul linguaggio all’interno delle organizzazioni?
Non possiamo pensare che l’innovazione organizzativa si limiti a definire procedure e protocolli. Se non cambiamo i criteri stessi con cui valutiamo l’autorevolezza, rischiamo di perpetuare modelli diseguali. Se continuiamo a pensare che il modello di professionalità sia basato su assertività, competitività e individualismo, escludiamo altre competenze fondamentali: empatia, capacità di fare gruppo, mediazione. I modelli professionali e di leadership non sono neutri: sono profondamente intrecciati con i modelli di genere. Per questo, non possiamo produrre politiche di D&I senza trasformare la cultura aziendale. Il rischio altrimenti è occultare le differenze per un’idea neutra di professionalità o di valorizzare in azienda attitudini stereotipate dei due generi. Serve un lavoro profondo sulla cultura aziendale, per renderla davvero inclusiva, equa e capace di valorizzare tutte le soggettività.