
«Siamo fatti di cuore e cervello, nessuna AI ci può replicare»
Ha sentito alla radio il bip bip dello Sputnik, ha usato le schede perforate di uno dei primi computer arrivati in Italia, ha progettato strumenti che viaggiano nello spazio. Classe 1937, prima donna laureata in Ingegneria Aeronautica in Italia, Amalia Ercoli Finzi si è iscritta al Politecnico di Milano in un’epoca in cui l’unico lavoro possibile per una donna sembrava essere l’insegnamento. Nel corso della sua vita professionale ha collaborato con l’Agenzia Spaziale Europea e ha guidato, per la missione Rosetta, la progettazione dello strumento che nel 2014 ha perforato la superficie della cometa 67P. Professoressa emerita al Politecnico di Milano, ha attraversato quasi un secolo di innovazioni tecnologiche: dalla corsa allo spazio all’era dell’intelligenza artificiale, che oggi guarda con la stessa curiosità che ha guidato tutta la sua carriera di scienziata.
Professoressa Ercoli Finzi, i suoi genitori volevano che diventasse insegnante di matematica. Lei, invece, ha deciso di laurearsi in Ingegneria Aeronautica, in un’epoca in cui le donne in quella facoltà si contavano sulle dita di una mano. Perché questa scelta?
In realtà a quei tempi anche iscriversi alla facoltà di Matematica rappresentava una scelta avanzata: in teoria avrei dovuto fare la maestra elementare come mia madre, perché quello era un lavoro da donna. Ma le cose sono andate diversamente grazie al mio insegnante di matematica, che era un religioso. È stato lui a dire alla mia famiglia: «Questa ragazza deve fare il liceo scientifico» e loro hanno obbedito. A quel punto ero destinata a diventare un’insegnante di matematica, ma io desideravo fare qualcosa che mi aiutasse a comprendere il funzionamento delle cose. Volevo capire il meccanismo che trasforma l’energia in movimento o un cumulo di mattoni in una casa. Ero molto curiosa e questa curiosità mi ha accompagnata per tutta la vita. Anche oggi, dopo tanti anni, resto una persona desiderosa di scoprire il mondo.
In quella facoltà eravate pochissime donne…
Sì, quella di iscriversi a Ingegneria Aeronautica al Politecnico di Milano è stata una scelta assolutamente straordinaria, era il campo tecnologicamente più avanzato dell’epoca. Eravamo cinque donne su 650 maschi e ci siamo laureate tutte e cinque. Sembravamo mosche bianche, i compagni di corso del primo anno non avevano nessuna fiducia nelle nostre capacità. Ricordo che durante le lezioni continuavano a spiegarmi e rispiegarmi cose che io avevo capito benissimo. Poi, quando sono iniziati gli esami della sessione estiva, ho preso 30 e lode in Analisi 1, 30 e lode in Geometria 1, 30 e lode in Chimica e 30 e lode in Fisica. Allora si sono finalmente resi conto che le cose le capivo eccome e, da quel momento, l’atteggiamento paternalistico si è trasformato in un rapporto di stima.
In seguito nessuna discriminazione legata all’essere donna?
Fino a che sono stata al Politecnico non ho avvertito quasi nessuna discriminazione dovuta al genere e mi sono trovata benissimo. I problemi sono arrivati dopo, quando sono entrata nel mondo della ricerca. Nella carriera scientifica il genere pesa: per arrivare dove sono arrivata ho dovuto fare molta più fatica di tanti miei colleghi meno bravi di me. Sono diventata prima professore associato, poi professore ordinario, direttore del dipartimento e adesso professore emerito. Insomma, ho fatto tutto quello che dovevo fare.
Negli anni ha visto migliorare la situazione delle donne nella ricerca scientifica?
Mia figlia, che lavorava in ambito industriale, ha avuto più difficoltà di quante ne abbia avute io. Perché nel momento in cui io sono rimasta incinta, al Politecnico si sono limitati a cercare un sostituto per qualche mese, mentre quando, quarant’anni dopo, mia figlia è rientrata al lavoro dopo la maternità, si è ritrovata senza progetti da seguire. Le avevano tolto tutto. Oggi tante ragazze hanno varie difficoltà. Non per niente, quando sono stata presidente del Comitato Pari Opportunità del Politecnico, siamo riuscite a realizzare l’unico asilo nido universitario attualmente esistente in Italia. Ed è questo, secondo me, il modo giusto per aiutare le donne che lavorano, indipendentemente dal fatto che facciano le ricercatrici o le segretarie. Perché con l’asilo nido, l’assenteismo delle donne è diminuito. Potevano andare a lavorare anche quando i figli e le figlie non erano in perfetta salute, perché sapevano che se fosse successo qualcosa di serio le avremmo chiamate. Un asilo nido vale più di un incentivo monetario o di un bonus. Ti permette di gestire il tempo con maggiore autonomia.
Vuol dire che, paradossalmente, con l’aumento delle donne nelle professioni STEM la situazione è peggiorata invece di migliorare?
È proprio così: noi mettiamo al mondo figli, gli uomini continuano a “riprodursi” nei posti di comando. È una loro prerogativa. A un uomo succede un altro uomo, soprattutto in quegli incarichi decisionali che per noi sarebbero cruciali, perché è lì che si orientano le scelte e si può incidere davvero. Quando restiamo fuori, possiamo solo adattarci a decisioni prese da altri.
Lei ha attraversato quasi un secolo di innovazioni, dalla corsa allo spazio fino all’era dell’intelligenza artificiale. Guardando alla sua esperienza che cosa la colpisce di più di questa nuova stagione tecnologica?
La mia vita ha accompagnato la storia. Mi ricordo il 6 giugno del ‘46, quando sul Corriere della Sera lessi: «È nata la Repubblica Italiana». Avevo nove anni ed era la prima volta che le donne votavano. Noi, donne laureate, abbiamo conquistato il diritto di voto 40 anni dopo gli uomini analfabeti: un paradosso che dice molto del Paese di allora. Dopo la Repubblica Italiana, ho visto nascere l’attività spaziale: mi sono iscritta al Politecnico nel ‘56 e l’anno successivo entrò in orbita lo Sputnik: il primo oggetto artificiale a girare attorno alla Terra. Me lo ricordo bene: sentii alla radio il suo bip bip. Eppure, se penso alle innovazioni che hanno davvero cambiato il mondo, la più dirompente è stata il calcolatore. Il primo computer arrivato Milano fu acquistato con i soldi del Piano Marshall: sbarcò a Genova su una nave e poi su un camion fino al Politecnico. Io ho lavorato con le schede perforate che si usavano allora per fare i primi conti col calcolatore. Il computer ha cambiato il mondo, creando la possibilità di connettersi a livello globale. Premi un tasto e qualcuno, in un’altra parte del pianeta, riceve il tuo messaggio. Senza quella svolta non avremmo assistito a uno sviluppo tecnologico così rapido e impressionante. Molte delle cose che oggi diamo per scontate, sono state conquistate poco per volta.
Qual era la reazione principale di fronte all’arrivo del computer, dell’automazione?L’atteggiamento mentale di allora può aiutarci a capire meglio le paure di oggi?
La gente era terrorizzata: «Dove stiamo andando?» diceva. Ricordo un parroco che ammoniva i fedeli durante la predica: «Non c’è più religione, stiamo andando verso la fine del mondo». Anche allora si temeva che le macchine potessero sostituire le persone. All’epoca c’era solo la macchina da scrivere e la gente si chiedeva: «Ora inizieremo a scrivere le lettere col computer?». Abbiamo il timore che la tecnologia possa arrecare dei danni agli esseri umani, ma è vero il contrario. Le macchine hanno ridotto il lavoro gravoso. Quando la lavatrice venne esposta per la prima volta in fiera a Milano, nel 1946, la gente aveva paura che le lavandaie perdessero il lavoro.
Nelle missioni spaziali i sistemi automatici operano a milioni di chilometri dalla Terra, senza intervento umano, in tempo reale. Anche le AI prendono decisioni autonome in ambiti cruciali. Che cosa distingue l’autonomia di una sonda spaziale da quella di un’intelligenza artificiale?
L’autonomia dei veicoli spaziali è sempre progettata a tavolino per ridurre al minimo l’intervento umano. Prima di mandarli in orbita, programmiamo i satelliti per operare scelte in autonomia sulla base dei parametri che gli abbiamo fornito. E soprattutto cerchiamo di realizzare il recovery, che significa prevedere i possibili guasti e trovare il modo di ripararli in modo automatico. È quello che abbiamo fatto anche con missioni come Cassini-Huygens nella quale avevamo previsto tutti i guasti che si potevano verificare sulla distanza Terra-Saturno. Invece, l’intelligenza artificiale è un sistema più raffinato che imita i processi che adopera il cervello nel prendere le decisioni. Il calcolo viene programmato attraverso le reti neuronali, che poi sono diventate le cosiddette learning machine, le macchine che sanno imparare. Noi insegniamo alla macchina a ragionare in modo autonomo, scegliendo tra due, tre, cinque soluzioni diverse quella che, nelle condizioni date, costa di meno energeticamente o è più facile da raggiungere in termini di tempo. Una volta definito il contesto, la macchina opera una scelta sulla base dei parametri che noi le abbiamo fornito. Quindi, il satellite che agisce in modo autonomo è completamente programmato da noi, mentre l’intelligenza artificiale fa le sue scelte sulla base di quello che noi le abbiamo insegnato.
L’AI promette di sostituire o trasformare molte professioni. Lavoratori e lavoratrici provenienti da campi diversi sono preoccupati se non addirittura sul piede di guerra. Condivide questa preoccupazione?
Essendo una persona ottimista per natura, sono convinta che l’intelligenza artificiale possa essere un aiuto. È importante vederla per quello che è: un servitore fedele, al servizio dell’uomo e della donna, soprattutto della donna. Per me, che per tutta la vita ho risolto equazioni, il suo arrivo ha rappresentato un vero cambio di mentalità. Nel mio mestiere le equazioni sono lo strumento fondamentale, la logica che ci consente di prevedere il futuro. Ma l’intelligenza artificiale procede in maniera diversa: raccoglie dati, numeri, informazioni e, attraverso algoritmi, individua correlazioni, somiglianze, ricorrenze. Se ci penso mi viene da ridere, ma inizialmente l’intelligenza artificiale veniva usata dalle compagnie di assicurazione. Analizzando grandi quantità di dati sugli incidenti, era possibile scoprire, per esempio, che in un paesino della Sicilia si registravano molti più incidenti di quanti ci si aspetterebbe dal numero di auto in circolazione. Questo tipo di evidenze emerge solo quando si riescono a elaborare milioni – talvolta miliardi – di dati. È la matematica dei grandi numeri: una logica diversa da quella che applichiamo al singolo caso. È come confrontare il comportamento di una persona singola con quello di una folla. La persona singola può essere tranquilla e ragionevole, la folla può trasformarsi in una bestia inferocita.
Quindi l’AI non è uno strumento neutro?
Il problema è che i dati che abbiamo a disposizione sono spesso parziali. Per esempio, la popolazione italiana è in larga maggioranza bianca, di neri ne abbiamo pochi. Se i sistemi vengono addestrati su questi dati, i risultati non saranno pienamente generalizzabili, perché il campione di partenza è limitato e non rappresenta l’umanità nel suo insieme. Lo stesso vale per gli algoritmi, che sono costruiti da noi e portano con sé i nostri pregiudizi. Se chi li progetta ritiene che le persone con la pelle non bianca – le donne in particolare – siano più pericolose per la società, quel pregiudizio entrerà nel sistema, producendo effetti su milioni di persone. È qui che si gioca la partita etica. Ci sono associazioni che analizzano gli algoritmi sviluppati dai grandi player tecnologici, come Google o Amazon, individuano errori e distorsioni e li segnalano. È così che bisogna fare. Questo mi rende ottimista, insieme a un’altra considerazione: anche i risultati delle matematiche tradizionali, quelle che usano le equazioni, possono alimentare le banche dati dell’AI. Ed è quello che stiamo facendo al Politecnico. Ecco perché non ho paura dell’intelligenza artificiale. Ho piuttosto timore delle persone che ci lavorano: i loro errori diventano errori su scala globale, capaci di colpire intere fasce di popolazione.
Tutto questo ci riporta a una domanda di fondo: c’è una differenza strutturale tra come ragiona il cervello umano e come ragiona l’intelligenza artificiale?
Finora abbiamo parlato di equazioni e di dati, ma il nostro cervello usa due meccaniche diverse a seconda del compito. Per esempio, quando invia a un braccio il comando di muoversi, opera secondo una logica riconducibile alla meccanica classica. Quando invece deve prendere una decisione, entra in gioco un’altra dimensione: non più deterministica, ma probabilistica. Questo dipende dalla scala: i neuroni sono strutture piccolissime e, a quella dimensione, le leggi della fisica cambiano. È un salto di qualità enorme. Non diciamo più due più due fa quattro, ma è probabile che due più due faccia quattro. Il mondo del piccolissimo – elettroni, neuroni, particelle – entra nel comportamento umano e ne modifica la logica. Inoltre l’intelligenza artificiale deve tener conto anche della relatività. Lo dimostra un esempio concreto: il GPS. Quel satellite funziona così bene proprio perché i suoi calcoli incorporano la relatività. Senza di essa, la navigazione non sarebbe affidabile. Ecco perché “intelligenza artificiale” è un’espressione colossale, enorme. Ci sta dentro il tutto: matematiche nuove, meccaniche nuove. E dentro questo insieme, inevitabilmente, trovano spazio anche i nostri pregiudizi, le idee sbagliate, gli errori.
Un’ultima domanda: professoressa, cosa dobbiamo assicurarci di non delegare mai alle macchine?
Quello che non potremo mai delegare è la nostra specificità più profonda. Non siamo fatti soltanto di cervello: abbiamo anche un cuore. È l’intreccio tra logica e sentimento che ci permette di compiere gesti e scelte che nessuna delle due dimensioni, da sola, renderebbe possibile. Nel 1977 furono lanciate le sonde Voyager, con il compito di esplorare i grandi pianeti del sistema solare: Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Qualche anno dopo, Carl Sagan, il planetologo che aveva progettato la missione, chiese alla Nasa una cosa insolita. Le sonde viaggiavano verso lo spazio profondo con l’antenna rivolta verso l’esterno. Sagan chiese di girarle di 180 gradi per fotografare i pianeti lasciati alle spalle. A nessuno avrebbero detto di sì, ma Sagan era Sagan e la Nasa acconsentì. Da quella fotografia si vede la Terra. È un puntino. Nel sistema solare non abbiamo peso, figurarsi nell’universo. Eppure su quel puntino è accaduto un miracolo: è comparsa una realtà vivente capace di unire cervello e cuore, logica e amore. Un amore inteso in senso largo, per la natura, per gli animali, per i figli e le figlie, per le persone anziane. Questa unione è ciò che ci definisce. Ed è qualcosa che nessuna intelligenza artificiale potrà replicare.
Nella foto, Amalia Ercoli Finzi durante le riprese di Generazioni