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Rassembler! L'heritage in passerella con Stella Jean

«Rassembler!». Una donna chiama alle armi gli schiavi di Haiti per la liberazione dai padroni coloniali. È il 1804. Quel grido viaggia attraverso i secoli, sopravvivendo ad altre lotte, fino ad approdare sulle passerelle dove oggi apre le sfilate di Stella Jean.
A cura di Floriana Bernardi ed Enrica Picarelli
01 Ott 2026

Stilista italiana (1979) di padre torinese e madre haitiana cresciuta nella borghesia romana, Jean è la protagonista iconica di una moda che ha fatto dell’orgoglio della doppia appartenenza culturale il principio di una visione etica dell’eleganza. Al grido di «Rassembler!» le modelle portano in scena capi dai toni e tessuti sgargianti che esprimono l’identità creola di Jean, mentre il richiamo sonoro tiene viva la memoria della prima repubblica nera del mondo. È un appello percettivo che sollecita una partecipazione emotiva e uno sguardo attento del pubblico, non fermo all’apprezzamento estetico dei capi, ma capace invece di cogliere il messaggio che custodiscono.

Siamo in un universo narrativo che affida all’abito il potere di raccontare la ricchezza della multiculturalità e sfidare i pregiudizi sull’appartenenza. Dal 2012, quando vince il prestigioso concorso romano Who’s On Next?, Jean usa la moda per comunicare ed educare alla differenza. Lo dimostra la wax & stripes philosophy, cifra distintiva delle sue creazioni: il tessuto wax, protagonista della sartoria africana benché di origine olandese, dialoga con le righe della camiceria maschile italiana attraverso il ricorso a lavorazioni artigianali e ricami preziosi che creano un effetto simile al collage. Questa contaminazione estetica riflette l’heritage, o patrimonio identitario, di Jean: né completamente italiano, né haitiano, come dichiara sulla sua pagina ufficiale, ma nuovo e allo stesso tempo condiviso perché, continua, oggi ciò che chiamiamo diverso è già parte di noi.

Fu proprio la rivendicazione orgogliosa di questo messaggio culturale e la sua grande espressività a conquistare Giorgio Armani che la accolse nel suo Teatro milanese per presentare la prima collezione di alta moda nel 2013, consacrandola come ambasciatrice di una moda sensibile alle identità plurali. Il tema della rivendicazione dell’orgoglio dei métissages culturali caratterizza ogni collaborazione di Stella Jean, incluso quella con Benetton (2016), brand altrettanto noto per una comunicazione attenta all’impegno sociale e alla multiculturalità, una dimensione poco apprezzata nel contesto italiano, né tantomeno rappresentata nelle istituzioni, incluse quelle della moda.

Così nel 2020, complici le forti pressioni scatenate dal movimento globale Black Lives Matter, Jean intensifica i suoi sforzi di sensibilizzazione e mobilitazione contro il razzismo. Non sfila alla Milano Fashion Week per contestare quello che lei, unica rappresentante nera della Camera Nazionale della Moda, considera un sostegno insufficiente alla diversità razziale da parte di questa prestigiosa industria italiana. Nello stesso anno lancia Italians in Becoming e fonda We Are Made in Italy con Edward Buchanan e Michelle F. Ngonmo, un collettivo che assicuri un modello di diversità e inclusione strutturali per BIPOC (Black Indigenous and People of Color) nel fashion e che porti il multiculturalismo al centro del dibattito italiano decolonizzando l’immaginario valoriale dell’intera filiera del Made in Italy. Jean raccoglie così l’eredità di Franca Sozzani e il suo impegno contro la sottorappresentazione delle modelle nere nei défilé italiani, ispirazione del Black Issue di Vogue (2008).

Più di recente Jean ha catturato l’attenzione dei media con la collezione L’Haïtiana, un omaggio alla storica qualificazione di Haiti ai Mondiali di calcio 2026 dopo oltre cinquant’anni di assenza mostrando ancora una volta, come già accaduto nelle Olimpiadi 2024 e 2025 per cui aveva curato il design delle preziose divise della delegazione di Haiti, quanto la moda possa essere una pratica politica e culturale eccellente oltre che un territorio privilegiato di riscoperta e visibilità, se non addirittura di sopravvivenza, per nazioni che hanno fatto la storia, ma che dalla Storia sono state spesso messe a margine.

L’arte di Stella Jean insegna che nei fashion scapes della cultura visuale contemporanea la moda può e deve essere un mezzo di produzione sociale della differenza, un canale di negoziazione di identità composite e dialoganti. Contro il pericolo di un’unica storia, dunque, la moda non può prescindere dal racconto e dalla pratica di una nuova geografia di valori, tutti irreversibilmente multiculturali.

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