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Proteggere la memoria è proteggere la giustizia

A cura di Valentina Dolciotti
01 Ott 2026

Cara Nagham, prima di tutto vorrei presentarti ai nostri lettori e lettrici. Chi sei? Raccontaci di te, della tua famiglia, di come sei diventata giornalista e di cosa ti occupavi, con regolarità, fino al 7 ottobre 2023.
Mi chiamo Nagham Karaja, sono palestinese e sono una giornalista indipendente di Gaza. Negli ultimi nove anni ho lavorato sia nel giornalismo scritto sia in quello audiovisivo, realizzando inchieste, reportage e contenuti multimediali che documentano la vita dei palestinesi. Nel corso della mia carriera ho dedicato gran parte del mio lavoro alle donne e ai bambini, perché credo che siano tra i membri più vulnerabili della nostra società, soprattutto nei periodi di conflitto. Il mio giornalismo ha sempre cercato di dare voce a chi troppo spesso non riceve ascolto e di raccontare le storie umane che si nascondono dietro i titoli delle notizie. Sono, anche, la moglie di Ahmed e la madre di tre splendidi bambini: Amir, Amjad e la piccola Ayla. Prima di ogni altra cosa, sono una madre che cerca di proteggere i propri figli mentre documenta uno dei periodi più devastanti che la mia comunità abbia mai vissuto. Prima del 7 ottobre 2023 il mio lavoro si concentrava sui diritti delle donne, sui diritti dell’infanzia, sui diritti umani e sulla violenza di genere. Collaboravo con organizzazioni giornalistiche locali e internazionali, convinta che il giornalismo non significhi soltanto raccontare i fatti, ma anche preservare la memoria e difendere la dignità umana. Come è accaduto a molti giornalisti di Gaza, la guerra ha cambiato profondamente la mia vita professionale. Durante un intenso bombardamento della zona residenziale in cui vivevo, sono rimasta ferita a un piede. A causa del collasso del sistema sanitario e della gravissima carenza di forniture mediche, non ho potuto ricevere cure adeguate per quasi settanta giorni. La ferita mi ha impedito di muovermi e di lavorare per un lungo periodo e ho perso gli incarichi e le collaborazioni giornalistiche che avevo costruito con tanto impegno nel corso degli anni. È stata una delle conseguenze più dolorose della guerra, non solo perché sono stata ferita, ma perché mi sono ritrovata improvvisamente separata dal lavoro che aveva sempre dato un senso alla mia vita. Guardando oggi a quel percorso, mi rendo conto che quei nove anni di giornalismo mi avevano preparata a documentare una delle più grandi crisi umanitarie del nostro tempo. Quello che non avrei mai immaginato era che un giorno sarei diventata parte della stessa storia che stavo cercando di raccontare.

Vivi e lavori a Gaza. Com’è una tua giornata? Che cosa significa, concretamente, vivere, crescere tre figli e fare il proprio lavoro in una città che il resto del mondo conosce quasi solo attraverso le immagini della guerra?
Non esiste più una giornata normale. Ogni mattina inizia con le stesse domande: oggi i miei figli avranno da mangiare? Troveremo dell’acqua pulita? Avremo ancora un posto dove dormire stanotte? Sono queste le realtà che determinano ogni decisione che prendo, ancora prima di pensare al giornalismo. Sto crescendo i miei tre figli in circostanze che nessuna famiglia dovrebbe mai vivere. Come migliaia di altre persone, abbiamo affrontato ripetuti sfollamenti e un’incertezza costante. Eppure la vita non si ferma. I bambini hanno comunque bisogno di conforto, di rassicurazione e di momenti di gioia, anche nel mezzo della guerra. Allo stesso tempo continuo a lavorare come giornalista. A volte lascio i miei figli per intervistare famiglie negli ospedali, nei rifugi o nei campi per sfollati, sapendo che non c’è alcuna garanzia di poter tornare a casa sana e salva. Altre volte porto con me il mio taccuino mentre cerco cibo, acqua o medicine per la mia famiglia. Il mondo vede spesso Gaza attraverso immagini di distruzione. Io vedo anche qualcos’altro. Vedo madri che dividono con i propri figli l’ultimo pezzo di pane, vicini che si aiutano a vicenda pur non avendo quasi nulla e bambini che trovano ancora un motivo per sorridere, perfino tra le macerie. Forse questi momenti non diventeranno mai notizie da prima pagina, ma raccontano la verità più profonda su Gaza. La mia responsabilità è fare in modo che non vengano dimenticati.

Come si fa a restare giornalista quando si è anche parte della storia che si sta raccontando? Quali sono le responsabilità più grandi di chi fa – anche – la cronaca in una guerra? Come si sceglie cosa raccontare?
Questa è una domanda che mi pongo quasi ogni giorno. Non sto raccontando una guerra da una distanza di sicurezza. La sto vivendo. Come le persone che intervisto, anch’io ho vissuto la paura, lo sfollamento, la perdita e l’incertezza. Durante la guerra, l’isolato residenziale in cui vivevo è stato colpito da un intenso bombardamento. Sono rimasta ferita a un piede, come ho detto, e quell’esperienza mi ha cambiata per sempre. Mi ha ricordato che non stavo più soltanto documentando la sofferenza delle altre persone: la stavo vivendo anch’io. C’è chi crede che questo renda più difficile rimanere obiettivi. Io credo che mi renda più responsabile. Comprendo il peso di ogni testimonianza perché so cosa significa temere per la propria famiglia, perdere il senso di sicurezza e svegliarsi ogni giorno senza sapere cosa porterà il domani. Quando scelgo quali storie raccontare, mi pongo una domanda molto semplice: se io non racconto questa storia, chi si ricorderà di questa persona? Le statistiche sono necessarie, ma i numeri non possono piangere, sognare o lasciare ricordi. Le persone sì. Il mio ruolo è fare in modo che vengano ricordate non come numeri, ma come esseri umani con un nome, una famiglia, delle speranze e una vita che aveva valore.

Nei tuoi reportage ci sono soprattutto donne, bambini, famiglie, vite quotidiane. Anche nelle storie che scriverai per DiverCity saranno il tuo focus principale?
Le guerre vengono spesso raccontate attraverso le operazioni militari, le dichiarazioni politiche e il numero delle vittime. Ma dietro ogni titolo di giornale c’è una persona la cui vita è cambiata per sempre. Per me, donne, bambini e famiglie non sono storie secondarie. Sono il cuore di ogni conflitto. Le donne portano sulle proprie spalle un peso enorme durante la guerra. Diventano caregiver, sostegno economico e protezione per le loro famiglie mentre affrontano il dolore, lo sfollamento e perdite inimmaginabili. I bambini perdono molto più delle loro case: perdono la loro quotidianità, la scuola, il senso di sicurezza e, molto spesso, la loro stessa infanzia. Queste storie sono importanti perché ci ricordano che la guerra non si combatte soltanto sui campi di battaglia; viene vissuta ogni giorno nelle case, negli ospedali, nei rifugi e nelle tende. Come giornalista, credo che la mia responsabilità non sia soltanto documentare la distruzione, ma anche preservare l’umanità. Ogni intervista che realizzo è un tentativo di fare in modo che la voce di qualcuno venga ascoltata, che la memoria di qualcuno venga conservata e che la sofferenza di qualcuno non venga ridotta a una semplice statistica. È esattamente questo ciò che spero di portare a DiverCity. Vorrei che i lettori conoscessero Gaza attraverso le sue persone, non soltanto attraverso le immagini della devastazione, ma anche attraverso le storie di madri che crescono i propri figli in circostanze impossibili, di giovani che si rifiutano di rinunciare all’istruzione, di famiglie che si sostengono a vicenda pur non avendo quasi nulla e di persone che continuano a sognare mentre vivono la guerra. Perché dietro ogni conflitto ci sono persone comuni la cui dignità merita di essere vista, rispettata e ricordata.

La condizione di giornalista è in qualche modo tutelata a Gaza oggi? Ci sono delle garanzie o delle protezioni su cui puoi ancora fare affidamento?
Il diritto internazionale umanitario riconosce giornaliste e giornalisti come civili che dovrebbero essere protetti mentre svolgono il proprio lavoro nei conflitti armati. Purtroppo, la realtà a Gaza è molto diversa. Oggi un giubbotto da stampa, un casco o una telecamera non offrono alcuna protezione reale. Molte giornaliste e giornalisti sono stati uccisi mentre documentavano gli eventi; altri sono rimasti feriti, sono stati sfollati o hanno perso familiari, colleghi e le proprie case. Le redazioni sono state distrutte, le attrezzature sono rimaste sepolte sotto le macerie e perfino le comunicazioni più elementari sono spesso diventate impossibili. Ogni volta che esco di casa per fare un reportage, so che esiste la possibilità di non tornare. Lo sa mio marito. Lo sanno anche i miei figli, anche se sono troppo piccoli per comprendere davvero cosa questo significhi. Questa è forse la parte più difficile del mio lavoro: non il pericolo fisico in sé, ma il fatto che ogni incarico significhi salutare la mia famiglia senza avere la certezza di poterla rivedere. Eppure continuo. Non perché mi senta protetta, ma perché credo che il silenzio sia ancora più pericoloso. Se i giornalisti e le giornaliste smettono di documentare ciò che accade, innumerevoli vite rischiano di scomparire senza lasciare testimoni. Le nostre telecamere forse non proteggono noi, ma proteggono la verità. Conservano la memoria. Fanno sì che l’esperienza delle persone comuni non venga cancellata dalla storia.

C’è qualcosa che temi possa andare perduto per sempre? E che cosa credi valga ancora la pena difendere, a qualunque costo?
Temo che un’intera generazione di bambine e bambini palestinesi cresca senza sapere che cosa significhi vivere un’infanzia normale. Temo che ricordino il rumore dei bombardamenti più chiaramente del suono della campanella di una scuola e che i ricordi degli sfollamenti sostituiscano quelli dei compleanni, delle riunioni di famiglia e di quei giorni ordinari che ogni bambino e bambina, ovunque nel mondo, dovrebbe poter vivere. Temo anche che le case possano essere ricostruite, ma che il senso di casa non possa più tornare completamente. I quartieri possono scomparire, le fotografie di famiglia possono rimanere sepolte sotto le macerie e intere comunità possono perdere i luoghi che hanno costruito la loro memoria e la loro identità. Ma forse ciò che temo più di ogni altra cosa è che il mondo si abitui alla nostra sofferenza; che le persone smettano di indignarsi, smettano di porsi domande e, alla fine, smettano di ascoltare. Nonostante tutto, ci sono cose che devono essere sempre protette. La verità. La memoria. La dignità umana. Questi sono i fondamenti di ogni storia che racconto. Come giornaliste e giornalisti non possiamo fermare le guerre, né possiamo ricostruire ciò che è stato distrutto. Ma possiamo conservare la voce delle persone. Possiamo lasciare una testimonianza onesta di ciò che è accaduto, affinché le generazioni future sappiano che dietro ogni statistica c’era un essere umano che ha amato, sognato, sperato e meritava di vivere. Per me, proteggere la memoria è anche un modo per proteggere la giustizia.

Questo numero di DiverCity è dedicato all’orgoglio. Dopo tutto quello che hai vissuto e che continui a vivere, che cosa significa oggi questa parola per te?
Oggi il significato della parola orgoglio è completamente cambiato per me. Non riguarda più i premi, il riconoscimento o il successo professionale. L’orgoglio è svegliarsi ogni mattina e scegliere la speranza invece della disperazione. È guardare negli occhi Amir, Amjad e la piccola Ayla e trovare la forza di sorridere anche quando dentro di me vive la paura. È continuare a essere una madre mentre porto sulle spalle la responsabilità di essere una giornalista. È lasciare la mia famiglia per documentare il dolore di qualcun altro, confidando di poter tornare sana e salva e credendo che ogni storia che racconto abbia un valore. L’orgoglio è rifiutarsi di lasciare che la guerra porti via la mia umanità. È credere che la compassione sia più forte dell'odio, che la verità sia più forte della propaganda e che la speranza sia più forte della paura. Non so cosa porterà il domani alla mia famiglia o a Gaza. Ma so che finché potrò tenere in mano il mio taccuino, fare domande difficili e raccontare le storie delle persone con onestà e dignità, allora la guerra non sarà riuscita a portarmi via ciò che sono. Infine, vorrei esprimere la mia più profonda gratitudine a tutto il team di DiverCity per aver creduto nel mio lavoro e per aver scelto di dare spazio alla mia voce in questo numero. In un momento in cui così tante voci provenienti da Gaza faticano a essere ascoltate, questa collaborazione rappresenta per me molto più di un’opportunità professionale. È un gesto di fiducia, di solidarietà e un promemoria del fatto che le nostre storie contano ancora. Spero sinceramente che questo sia soltanto l’inizio di una collaborazione lunga e significativa, attraverso la quale potremo continuare a portare le storie umane di Gaza ai lettori di tutto il mondo. Perché gli edifici possono essere distrutti, le strade possono scomparire e le vite possono cambiare per sempre. Ma finché qualcuno continuerà a raccontare la verità, la memoria sopravviverà. E, a volte, la memoria è la forma più forte di giustizia che possiamo lasciare in eredità.


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