Orgoglioteatro

Oltre le porte blindate: quando la rinascita passa attraverso l'arte

All’interno dell’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano, si trova un angolo di bellezza che accompagna i e le ragazzə verso un futuro diverso: il teatro Puntozero. Qui «il pubblico non viene per vedere le e i detenut », ci racconta il regista. «Viene per godersi lo spettacolo».
A cura di Evelyn Novello
01 Ott 2026

Dietro le sbarre c’è vita. Nel caso degli istituti penali minorili, ci sono giovani vite il cui passato non può essere giudicato senza averlo quantomeno conosciuto. Ragazzi e ragazze alla ricerca di una guida, di una possibilità, di un affetto che spesso è mancato. Se le carceri, come recita la Costituzione italiana all’articolo 27, devono avere come scopo la rieducazione, non è corretto pensarle come un mero strumento detentivo. Fatto, troppo spesso, di servizi inadeguati e temperature insostenibili. Pervaso da una lunga monotonia, un grigiore e una piattezza che certamente non ridanno speranza alla e al condannatə né tantomeno rappresentano uno stimolo per la sua redenzione.

È in questo contesto che si inseriscono attività educative, formazione professionale e laboratori culturali essenziali per far sì che, quando chi ha sbagliato dovrà reinserirsi nella società, lo possa fare con fiducia e con la consapevolezza che esiste sempre un’alternativa. Tra gli esempi virtuosi che conta l’Italia, uno è quello dell’Istituto Penale per i Minorenni Cesare Beccaria di Milano, che al suo interno ospita il teatro Puntozero. Per la precisione, il primo teatro di pubblico spettacolo in Europa in un carcere minorile, con ingresso aperto alla città. «Un luogo nato come spazio di bellezza, ispirazione, possibilità e festa», come si legge sul sito web, «dove l’arte diventa esperienza concreta».

Giuseppe Scutellà è il direttore artistico. Dopo un diploma alla Scuola Paolo Grassi e una laurea in DAMS all’Università di Bologna, 31 anni fa è approdato al Beccaria e si è innamorato del laboratorio teatrale, attraverso cui ha conosciuto, nel corso del tempo, compagni di viaggio come l’attrice Lisa Mazoni, ora presidente di Puntozero. Tutto il lavoro di Scutellà poggia su una ferrea convinzione: «Che il vero ascolto», ci racconta, «non sia chiedere alle e ai ragazzə cosa vogliano o di cosa abbiano bisogno, ma metterlə nelle condizioni di poter esprimere ciò che vogliono. Dar loro le parole per descrivere come si sentono e cosa stanno cercando».

Situato in via dei Calchi Taeggi 20, Puntozero ha un doppio ingresso, uno dalla strada e uno dall’interno dell’istituto. Una struttura che simboleggia bene il concetto di continuità del carcere con il mondo esterno. Questa caratteristica è uno dei primi motivi di orgoglio del direttivo del teatro: «Siamo andati oltre le sbarre e le porte blindate. Abbiamo letteralmente abbattuto un muro del penitenziario e aperto un nostro spazio alla comunità», spiega il direttore artistico. «I ragazzi e le ragazze detenute vengono qui a lavorare. Diamo loro una formazione sia nei mestieri del teatro che nella recitazione. È l’alternativa alla cella, di fatto. Escono alle 9:00 del mattino e rientrano la sera per andare a dormire. Mangiamo insieme, cuciniamo insieme, facciamo le prove insieme e ci occupiamo della gestione della sala. Sul palco ci sono anche giovani che vivono in comunità, studenti volontari e attori professionisti. Tendenzialmente comunque, i protagonisti sono le e i detenutə, ma la nostra sfida è farlo dimenticare al pubblico. Vogliamo andare in scena con uno spettacolo che renda giustizia alla bravura, indipendentemente dalle caratteristiche della persona».

Portare avanti nel Beccaria questo intenso lavoro fisico e culturale non è solo sinonimo di amore e impegno, è anche una sfida, soprattutto a causa dei limiti intrinsechi della struttura. «Devo ammettere che c’è sempre stata una grande intesa sia con la direzione che con gli agenti di polizia penitenziaria. Abbiamo anche l’appoggio del Comune di Milano e dello stesso Ministero della Giustizia. Gli spazi, però, sono ristretti, e questo limita il numero di partecipanti. Non si tratta solo di sovraffollamento generale, ma anche di strutture obsolete, prive di manutenzione, su cui non sono stati fatti investimenti a lungo termine. Gli spazi davvero fruibili sono pochi, infatti anche il nostro laboratorio teatrale interno potrebbe seguire almeno una quindicina di ragazz , ma non c’è modo. Al massimo possiamo fare lezioni con 6 o 7 persone, che significa la metà».

Lo spazio più grande è il teatro vero e proprio, curato, con poltrone di velluto rosso e dettagli dorati sulle pareti. «Lo abbiamo costruito con loro, con i ragazzi e le ragazze, per restituire al carcere il bello, ma anche per creare lavoro. Sapevamo che far toccare loro con mano altre possibilità e altri modi di vivere avrebbe davvero fatto la differenza nella costruzione del loro domani, e il tempo ci ha dato ragione. Alcuni di loro hanno iniziato a lavorare in teatro mentre scontavano la pena e il giudice, avendo apprezzato il loro percorso, ha concesso loro misure alternative alla detenzione. Alcuni continuano dalle comunità, dalle case. Le messe alla prova che sono andate a buon fine sono tantissime, anche se non se ne parla spesso».

Puntozero offre, quindi, non solo una formazione e la possibilità di avere un lavoro stabile, ma anche quella vicinanza e quella sicurezza che le persone più giovani cercano. «Noi doniamo tempo, la risorsa più preziosa, e veniamo ripagati da soddisfazioni infinite. Una delle scene più commoventi che abbia mai visto è capitata proprio di recente. Un ragazzo che lavora con noi si è affacciato alle sbarre e ha iniziato a recitare il monologo di Amleto. Stava ripassando la sua parte e vederlo mi ha emozionato tantissimo. Ricordo anche un altro ragazzo a cui, un paio di anni fa, è stato fatto un rapporto perché dal terzo piano stava calando con una corda un sacchetto di plastica a una cella del secondo. Un agente pensava fosse droga, quando ha ritirato il sacchetto, però, ha scoperto che conteneva il copione di Romeo e Giulietta».

La storia d’amore, per quanto travagliata, di Shakespeare forse non è un caso che compaia tra gli spettacoli di Puntozero. Ciò che le e i giovani del Beccaria desiderano di più, infatti, è l’affetto, che sia in sostituzione di quello dei genitori, o mancati o lontani, o in aggiunta a quello già avuto. E qua entrano in gioco i classici, che nella programmazione di Puntozero la fanno da padroni perché, come ci spiega il regista, sono «utili a dare parole alle emozioni». Parole utilissime per giovani alla ricerca di strumenti per interfacciarsi con ciò che l aspetta oltre le mura carcerarie. «Alcuni ci tornano a salutare», ci confessa Scutellà. «Bussano alla nostra porta, salgono con noi e magari si commuovono, pensando alla felicità che questo luogo ha regalato loro nei momenti più difficili della loro vita. Fa bene al cuore e ci ripaga di tutti gli sforzi. Più dell’80% delle e dei giovani che abbiamo conosciuto finora ha una vita normale, felice, e alcun di loro oggi lavorano in grandi strutture come il Teatro La Scala, il Piccolo Teatro, la Paolo Grassi. Tra di loro c’è un famoso fotografo che ora collabora con Elle Decor, Vogue e altri magazine di moda. Il nostro orgoglio è poter proporre l’arte come strumento di riscatto. È restituire bellezza a un luogo grigio».

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