Orgogliopersone

Oltre la visibilità: la libertà di scoprire chi siamo

Nel mondo, milioni di persone rifugiate vivono da anni in una situazione di esilio prolungato, spesso con opportunità limitate per accedere all’istruzione, al lavoro e a percorsi di autonomia. Per rispondere a questa sfida, UNHCR ha lanciato l’iniziativa 50 by 35, un obiettivo globale che punta entro il 2035 ad aiutare oltre la metà delle persone rifugiate che dipendono dagli aiuti umanitari a ricostruire la propria vita attraverso soluzioni sostenibili e una maggiore autosufficienza.
A cura di Rehema Amisi
01 Ott 2026

L’iniziativa mira a consentire a quasi 8 milioni di persone di accedere a opportunità di apprendimento, occupazione e inclusione sociale, superando una logica basata esclusivamente sull’assistenza e valorizzando il contributo che possono offrire alle comunità che le ospitano. Tra gli strumenti più efficaci per raggiungere questo traguardo vi sono i canali regolari e complementari di ingresso, che permettono alle persone rifugiate di accedere in modo sicuro e legale a opportunità di studio, lavoro o ricongiungimento familiare in Paesi terzi. In questo contesto, il progetto UNICORE – University Corridors for Refugees, coordinato da UNHCR insieme a università italiane e numerosi partner istituzionali e della società civile, rappresenta una delle iniziative più innovative a livello europeo. Attivo dal 2019, il programma consente a studentesse e studenti rifugiati di raggiungere l’Italia tramite un visto per studio e di iscriversi a corsi universitari grazie a borse di studio e servizi di accompagnamento dedicati. Rehema Amisi è stata selezionata nell’ambito del progetto UNICORE dall’Università di Cagliari dove attualmente studia International Management.

Il Pride ci invita a celebrare chi siamo. Ma cosa succede quando non ti è mai stata data la libertà di scoprire chi sei veramente? Comprendo cosa rappresenta il Pride. Comprendo la sua storia, le sue lotte e il coraggio di chi ha rifiutato di rimanere invisibile. Comprendo perché la visibilità sia importante, perché la rappresentazione sia importante e perché per generazioni le persone abbiano lottato per vivere senza nascondere parti di sé. Ma quando ho rivolto questa domanda verso me stessa, ho faticato a trovare una risposta.

Che cosa significa il Pride per me? Prima di poter rispondere, ho dovuto affrontare un’altra domanda. Chi sono io? Non lo so. Non so davvero chi sono. Potrebbe sembrare sorprendente detto da una persona che parla in pubblico, difende gli altri e le altre, e ha passato anni a costruire comunità. Dall’esterno, la mia identità potrebbe sembrare chiara. Sono una donna. Una rifugiata. Una studentessa. Un’attivista. Una professionista. Una figlia. Ma questi sono i ruoli che ho portato sulle mie spalle. Sono capitoli della mia storia. Non sono la risposta completa alla domanda su chi sono.

Per molte persone, l’identità è qualcosa che viene incoraggiato a esplorare. Fin dall’infanzia, viene chiesto loro cosa piace, quali sono i loro sogni e cosa vogliono diventare. Ma per milioni di altre persone, l’identità viene costruita prima ancora di avere la possibilità di metterla in discussione. Sono cresciuta in un mondo dove la sopravvivenza contava più della scoperta di sé. Dove l’obbedienza era valorizzata più della curiosità. Dove essere una “brava” donna significava imparare le aspettative degli altri prima di conoscere se stessa. «Uzuri wa mwanamke ni ukimya» (in italiano, «Il valore di una donna è il suo silenzio»). Questa è una frase che ci veniva ripetuta da bambine.

Una donna deve essere rispettosa. Una donna deve sopportare. Una donna deve proteggere l’onore della famiglia. Una donna deve sapere quando parlare e quando rimanere in silenzio. La lezione non viene sempre trasmessa attraverso le parole. A volte viene insegnata attraverso le tradizioni, attraverso le aspettative, attraverso ciò che viene celebrato. E a volte viene imposta attraverso la paura. Attraverso la violenza usata per insegnare obbedienza. Attraverso l’umiliazione usata per spezzare la resistenza. Attraverso la privazione e le minacce. Attraverso l’avvertimento che uscire dal ruolo assegnato non colpirà solo te, ma anche la tua famiglia e il tuo posto nella comunità. Per molte donne nel mondo, il silenzio non è semplicemente una caratteristica della personalità. È qualcosa che imparano perché parlare ha delle conseguenze. Quando cresci in ambienti simili, diventi abile nell’adattarti. Impari a sopravvivere. Impari a soddisfare le aspettative. Impari a diventare ciò di cui gli altri hanno bisogno. Ma la sopravvivenza ha un costo.

Quando tutta la tua energia è concentrata sul sopravvivere, rimane poco spazio per chiederti: Cosa voglio? In cosa credo? Chi diventerei se fossi libera di scegliere? Ora immagina di essere una donna rifugiata, oltre a tutto questo. Immagina di trascorrere anni cercando di capire chi sei mentre porti con te un’etichetta che entra in ogni stanza prima di te, mettendo continuamente in ombra tutto il resto. Per me, queste identità non possono essere separate.

Una ti dice chi dovrebbe essere una donna. L’altra ti dice cosa ci si aspetta che sia una rifugiata. E dietro ogni etichetta c’è una donna che cerca di scoprire se stessa, ma a cui non è mai stato dato lo spazio per farlo. E anche quando crede di aver finalmente ricevuto quello spazio, quando inizia il viaggio alla scoperta di sé e trova la propria voce, si rende conto che quella libertà arriva con delle condizioni. Può parlare, ma la sua storia deve adattarsi a una certa narrazione. Può essere visibile, ma solo attraverso le parti di sé che le altre persone riconoscono. Può essere celebrata, ma spesso solo per la sua capacità di sopravvivere, non per la sua capacità di immaginare, creare e guidare. Il mondo può aprire una porta, ma a volte cerca ancora di decidere come dovrebbe attraversarla.

Per donne come me, la lotta non è solo trovare una voce. È proteggere quella voce dal venire modellata dalle aspettative degli altri. Perché la vera libertà non significa semplicemente avere il permesso di parlare. Significa avere la libertà di decidere cosa vuoi dire. Ed è qui che molte organizzazioni e istituzioni conti nuano a incontrare difficoltà. Aprire una porta non significa necessariamente creare libertà. Se una persona entra in uno spazio ma sente ancora di dover scegliere attentamente le proprie parole, proteggersi dalle conseguenze o modificare la propria storia per adattarla a ciò che ci si aspetta da lei, allora il potere non è realmente cambiato.

L’emancipazione non dovrebbe nascere dalla paura. Nessuno dovrebbe chiedersi se parlare sinceramente gli costerà opportunità o accettazione. Nessuno dovrebbe dover scambiare l’autenticità con l’appartenenza. Perché quando le condizioni sostituiscono la fiducia, l’emancipazione diventa un’altra forma di controllo. Lo scopo di creare spazi per comunità emarginate non dovrebbe essere dare alle persone una voce che può ancora essere controllata. Dovrebbe essere creare ambienti in cui le persone abbiano piena proprietà della propria voce. Perché una voce non è veramente libera quando qualcun altro decide ancora quanto lontano può arrivare.

È qui che dobbiamo chiederci cosa significa davvero inclusione. Stiamo creando spazi dove le persone vengono celebrate per ciò che sono, oppure solo per la versione di sé che rende gli altri più a loro agio? Il vero orgoglio non si trova nell’essere esposti. Si trova nella libertà di definirsi, anche quando quella definizione sfida ciò che gli altri si aspettano. Perché ciò che molte di noi desiderano è ciò che molte donne occidentali danno per scontato: la libertà di esistere, di sognare, di osare, di pensare, di parlare e di amare chi scegliamo senza che questo venga considerato un’aberrazione, senza la paura che la violenza venga usata come un modo per “correggere” chi siamo. Essere una donna senza vedere il proprio valore ridotto al matrimonio, alla maternità o alla capacità di avere figli. Nessuna persona dovrebbe vivere con questa paura semplicemente per il fatto di esistere.

Vogliamo la libertà di scoprire noi stesse senza essere punite, di commettere errori senza essere condannate e di diventare ciò che siamo senza chiedere il permesso. Questa libertà richiede anche che istituzioni e organizzazioni smettano di rinchiudere le persone dentro delle etichette. Lo scopo della protezione non dovrebbe essere sostituire un’etichetta con un’altra. Dovrebbe essere creare le condizioni affinché le persone siano libere di definirsi oltre ogni etichetta che è stata loro imposta. A 30 anni sto ancora imparando chi sono, perché per gran parte della mia vita il mondo ha cercato di dirmi chi avrei dovuto essere. Una rifugiata. Una donna. Un’africana. Una sopravvissuta. Una beneficiaria.

Ogni etichetta porta con sé aspettative, supposizioni e limiti. Dopo anni vissuti dentro identità assegnate dagli altri, scoprire chi sono oltre quelle etichette è diventato il viaggio più difficile di tutti. Io sono
Rehema. Non Rehema la rifugiata. Non Rehema la sopravvissuta. Solo Rehema. Permettetemi di incontrarla, di comprenderla e di scoprire chi è oltre tutto ciò che il mondo ha già deciso che dovrebbe essere.

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