Salutecorpicura

Il corpo

Attraverso la condivisione di questo diario, a metà tra la scrittura e la terapia, vorrei esplorare il difficile, fortissimo rapporto tra corpo, mente e percezione di sé nella malattia. E poi ancora onorare il mio percorso, e la vita
A cura di Maria Teresa Betti
10 Giu 2026

Sabato 24 aprile.
«Mi dispiace signora, diversamente da quanto ci aspettavamo, e speravamo, la biopsia ha evidenziato cellule tumorali, purtroppo lei rientra in quel 2% di casi in cui succede». Ho un capogiro. Penso di cadere dalla sedia. Mi aggrappo alla scrivania del medico. E adesso? Il senologo è davvero bravo e mi spiega con chiarezza, ne parla lui con mio marito e mia madre, mi rassicura, mi fissa subito un appuntamento con l’oncologo.

6 ore più tardi, dopo un pianto infinito, «Hai paura?», mi chiede Maurizio. «Sì», rispondo. «E tu?». «Sì», dice lui, e, per la prima e unica volta in tutto il percorso della malattia, ammette: «Ho paura di perderti e di restare solo». In quel momento esatto, decido che no, non l’avrei lasciato solo, non due mesi dopo il nostro matrimonio in un nevoso sabato di febbraio, pianificato ostinatamente nonostante le restrizioni del Covid, semplicemente perché non volevamo più rimandare. «Farò qualsiasi cosa serva per guarire, te lo prometto», gli dico, il mio personale whatever it takes per rassicurare entrambi.

È lì che inizia il mio viaggio dentro la malattia, dentro il mio corpo, con il mio corpo. Lo capisco subito. Io e la mente siamo lucide pronte, sembra non essere cambiato nulla. I progetti sarebbero tanti, il viaggio di nozze, la festa, la vita. Il corpo no. Lui mette in atto il suo grande tradimento. Mi blocca lì, ha deciso senza consultarmi. Ha creato un intruso, cellula dopo cellula, e io ne dovrò subire le conseguenze.

Lunedì 26 aprile.
Torre 6, Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Se oggi sono qui è grazie alla scienza, al personale medico e infermieristico che bilancia incredibilmente la professionalità, il rigore e i ritmi serrati con l’umanità, l’empatia e il bisogno di ascolto delle e dei pazienti. Ci riescono non so come. Ma il mio corpo viene preso in ostaggio, praticamente fin dal primo giorno. Considero tutto questo un’ulteriore aggravante del tradimento… non posso più scegliere.

Aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre.
Ritmi e terapie sono finalizzati alla guarigione. In teoria tutto bene, nella pratica non è così. Devo mangiare (o non mangiare) alcuni cibi. Devo fare attività fisica anche se quella nausea radicata nelle ossa non mi lascia mai. Devo essere a stomaco pieno o vuoto a seconda dell’esigenza. Devo bere e per qualche motivo ora odio l’acqua, in casa compaiono brodi di ogni tipo. Devo perdere i capelli. «Farò la chemio?», avevo chiesto subito. «Sì, è necessaria per il suo tipo di cancro. Perderà i capelli, mi spiace». «Ci si può fare qualcosa?», domando. «No, ma i capelli ricrescono, stiamo concentrati sull’essenziale». In quel momento sembra un’ingiustizia enorme (e lo è).

I capelli iniziano il loro autunno e il loro inverno che è anche il mio. I primi cadono sulla tastiera del portatile, dopo un dolore intenso alla cute durato due giorni. Basta una sola infusione “della rossa”. E allora decido. Sola con Ilaria, la parrucchiera, li tagliamo tutti un sabato mattina. Due giri di forbici e uno di macchinetta, quasi un’ora. A casa è già arrivata Gatto Morto, come chiamo la parrucca. Ilaria mi insegna a metterla, taglia la frangia e adatta i ciuffi. Indossarla e andare al supermercato è la prima prova del fuoco. Toglierla e farmi vedere da Maurizio e da mia mamma, a seconda. «Sei sempre tu», mi dice la mamma piangendo. «Certo», rispondo, ma non ne sono affatto convinta.

Io e Gatto Morto iniziamo ad andare d’accordo. È bruna e corta, la mamma la lava con cura ogni settimana. Quel che non mi piace è invece la peluria che la mia testa si ostina a far crescere. Allora ogni sabato, con pazienza e schiuma mentolata, Maurizio mi rasa. Se devo essere così, voglio esserlo bene. A volte non mi riconosco. A volte noto una somiglianza non proprio sottile con lo Zio Fester, e mi arrabbio incredibilmente. Lo confesso ad un’amica che mi chiede provocatoria: «Preferiresti il cugino Itt?». No, credo di no.

Per sei mesi sono di chi mi cura, interamente. Le giornate ruotano intorno alle terapie, a volte accompagnata da Maurizio, a volte dalla mia amica Enrica. La notte leggo perché non dormo. Per fortuna ho il lavoro che mi tiene attaccata alla quotidianità di sempre. Ci ho riflettuto a lungo, dopo. Si poteva fare qualcosa di diverso? D’istinto penso di sì, ma poi non saprei esattamente dire cosa. Forse non attraversare quei mesi in apnea, testa bassa, senza domande per tenere a bada la paura. Forse lasciare andare un po’, provare a negoziare qualche concessione alla vita di prima.

Novembre.
Finita la chemio, passato l’intervento, quella ferita sottile, ricucita da una donna, mi crea un disagio profondo. «Non riesco a guardarmi allo specchio e non riesco a toccare la cicatrice», ripeto a Elena, che mi ha aiutata a guarire molte ferite. «Quella cicatrice è il tuo gioiello, la devi portare con orgoglio, è il segno della tua forza», mi dice. «Sii grata al tuo corpo che ti ha sostenuta sempre, smettila di chiederti il perché». Per la prima volta, mi viene il dubbio che non si sia trattato di tradimento, ma di uno tsunami che mi ha investita e che proprio non ci si poteva far nulla. Non c’è una ragione, c’è solo un dato di fatto.

Dicembre.
Dopo nove mesi torno ad assaggiare il cioccolato al latte. Le unghie sono diventate scure, lo smalto è sconsigliato per non deteriorarle ancora di più. Il mio corpo e io decidiamo che no, le unghie non si rovineranno e torna lo smalto che scompare puntualmente il giorno prima del controllo. La peluria in testa si infittisce, non la taglio, non somiglio più a una pesca triste. Ricompro lo shampoo, è una festa tutta mia sotto la doccia. E poi il mascara blu che promette di far diventare quei pelucchi minuscoli ciglia da bambola.

Febbraio.
La radioterapia la faccio da positiva al Covid. Ormai ci scherziamo su con il personale del reparto. «Non si fa mancare proprio nulla», mi dicono. Quasi ci parlo con quella specie di UFO Robot che mi ruota intorno e a un certo punto apre la bocca per rilasciare il flusso di radiazioni. È l’ultimo grande step. Penso: «Sarò libera, tornerò a fare quello che voglio».

Ho messo su parecchi chili. Maurizio mi invoglia a scegliere vestiti nuovi, non ha smesso di incoraggiarmi un solo istante da che tutto è cominciato. Provo, quasi per caso, un paio di jeans bianchi. Sono morbidi, luminosi, avvolgenti. Mi stanno bene e non ci credo… mi viene da piangere (e piango) in negozio, davanti allo specchio che ho temuto per mesi, la commessa piange con me quando le spiego.

Aprile, un anno dopo.
Tutto inizia a tornare, ma non come mi sarei aspettata. Sono io e non sono più io. Quei mesi hanno scavato in me sentieri nuovi, a volte tortuosi e sassosi, come il letto di certi torrenti. Ho tre puntini sul torace, tre micro tatuaggi che formano un triangolo e servivano a orientare la macchina della radioterapia. Di ventano la mia personale costellazione. A volte li guardo e li riguardo per capire chi sono diventata. Oggi Ci penso quasi giorno, ma va bene così. Questo pensiero ormai ha perso gran parte dei suoi aculei. Mi riconosco, abito il mio corpo con consapevolezza, lo ascolto. A volte bisticciamo ancora, ma siamo solidali quasi sempre e ci parliamo (letteralmente). Lei, la cicatrice, è sempre lì… e va bene così. Non è ancora un gioiello, ma non escludo che un giorno forse, nella penombra davanti allo specchio, la vedrò brillare.

Registrazione Tribunale di Bergamo n° 04 del 09 Aprile 2018, sede legale via XXIV maggio 8, 24128 BG, P.IVA 03930140169. Impaginazione e stampa a cura di Sestante Editore Srl. Copyright: tutto il materiale sottoscritto dalla redazione e dai nostri collaboratori è disponibile sotto la licenza Creative Commons Attribuzione/Non commerciale/Condividi allo stesso modo 3.0/. Può essere riprodotto a patto di citare DIVERCITY magazine, di condividerlo con la stessa licenza e di non usarlo per fini commerciali.
magnifiercrosschevron-down