
Dentro una tenda a Gaza… Una coach ricostruisce un centro sportivo dalle macerie della guerra
Ogni giorno, quando l’orologio si avvicina alle quattro del pomeriggio e il sole perde un po’ della sua intensità sull’area di Al-Mawasi, a ovest di Khan Younis, si ripete una scena familiare e al tempo stesso contrastante. Questa stretta fascia costiera, trasformata con la forza dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 in uno dei più grandi campi per sfollati dell’intera Striscia di Gaza, è oggi un mare di migliaia di tende logore, costruite con nylon e tessuti sottili.
Qui la sofferenza si estende su vaste distese di sabbia gialla e rovente, dove intere famiglie palestinesi vivono dopo essere state espulse dalle proprie case e private della loro vita precedente. In mezzo al sovraffollamento soffocante e al rumore quotidiano del campo, donne e ragazze iniziano a dirigersi verso un punto preciso: una piccola tenda bianca che si distingue appena tra le file serrate di rifugi.
A prima vista, l’esterno della tenda non attirerebbe l’attenzione di nessun passante o straniero. Sembra identica alle centinaia di altre disseminate tutt’intorno, coperta di polvere e consumata dagli agenti atmosferici. Ma ciò che accade al suo interno, lontano dagli occhi dei passanti, racconta una storia completamente diversa di resistenza, una storia unica e innovativa. La struttura poggia su pochi pali leggeri di legno e ferro, che oscillano continuamente sotto le raffiche di vento provenienti dalla spiaggia vicina. Osservandola con attenzione esteriormente e interiormente, si nota un insieme di oggetti insoliti, oggetti semplici che di solito non si trovano in un centro sportivo: lattine vuote di fagioli, ceci e altri aiuti alimentari; bottiglie di plastica e contenitori di disinfettante riempiti di sabbia pesante; sacchi di juta strappati che un tempo contenevano farina; una scopa tradizionale appoggiata con cura accanto ai teli bianchi.
All’ingresso, per terra, sono ammucchiati alla rinfusa sacchi di riso e lenticchie, senza alcun ordine o organizzazione apparente. Per le migliaia di persone sfollate che vivono nel campo, questi sacchetti vuoti, contenitori e altri oggetti sono semplicemente scarti quotidiani riciclati per sopravvivere. Ma per la trentatreenne Iman Mohammed Al-Mughair hanno assunto un significato diverso. Grazie alla sua determinazione, li ha trasformati in attrezzi alternativi per allenare e riabilitare le donne. Entrando nella tenda, le difficoltà materiali appaiono subito evidenti. Lo spazio è angusto e può ospitare solo poche donne alla volta. Il pavimento ai loro piedi non è ricoperto da tappetini o superfici ammortizzanti come nelle vere palestre, ma da sabbia e polvere che si solleva a ogni movimento. Durante gli esercizi entra nelle scarpe, si attacca ai vestiti e si accumula tra le dita sudate.
Quando il caldo e l’umidità aumentano nel pomeriggio, respirare e muoversi diventa incredibilmente difficile. In questo ambiente improvvisato non esiste nulla delle comodità di una palestra moderna. Non ci sono specchi per correggere i movimenti, né pesi, né macchinari. L’unica colonna sonora è una debole musica proveniente da un telefono cellulare appoggiato in un angolo della tenda, che funziona solo quando la connessione internet, instabile e intermittente, lo consente. All’esterno, alcuni bambini sfollati si fermano per qualche istante a osservare con curiosità la scena, prima che il vento li trascini via, richiudendo lo spazio. Per le donne che partecipano alle lezioni quotidiane online, questi esercizi non rappresentano più soltanto un modo per mantenersi in forma o bruciare le calorie. Con il passare del tempo si sono trasformati in un rifugio sicuro e uno spazio in cui liberarsi dalla pressione psicologica e alleviare la fatica e il tumulto accumulati durante mesi di guerra incessante e amari spostamenti da una zona all’altra. L’allenatrice Iman Al-Mughair spiega come questa idea insolita nacque, niente più che una piccola scintilla sprigionatasi dopo aver perso la più grande palestra femminile che possedeva e gestiva nella Striscia di Gaza prima della guerra.
Prima del 7 ottobre Iman aveva costruito, passo dopo passo, quello che considerava il progetto professionale e personale della sua vita. È membro ufficiale della Federazione Palestinese di Bodybuilding e Fitness e ha lavorato come allenatrice professionista per oltre undici anni. Alla pratica aveva affiancato studi accademici avanzati, fino a intraprendere un dottorato nel settore. Nel 2019 Iman era riuscita ad aprire la sua prima palestra privata. Grazie al successo dell’iniziativa e alla crescente domanda da parte delle donne, ha espanso questo progetto modesto fino a renderlo la più grande e lussuosa palestra femminile della Striscia di Gaza, situata nel vivace centro commerciale di Rafah, nella parte meridionale della Striscia. La palestra lavorava a pieno regime dalle sette del mattino alle sette di sera.
La palestra era un centro completo che offriva programmi di allenamento, percorsi di riabilitazione, piani ben costruiti per il dimagrimento e l’aumento di peso. Vi era anche una sezione dedicata alle donne con specifiche problematiche di salute e ormonali, come la sindrome ovarica poliendocrina metabolica (precedentemente chiamata sindrome dell’ovaio policistico, PCOS), problemi posturali e dolori cronici alla schiena. La struttura comprendeva inoltre consulenze nutrizionali, integratori, trampolini, sale massaggi, un’ampia area relax, corde TRX e altri strumenti per gli esercizi in sospensione.
Iman ricorda quei giorni con un tono ricolmo di tristezza e dispiacere profondo per ciò che è andato perso. Dice: «Era il progetto dei miei sogni. Lo avevamo appena ampliato prima della guerra e stavamo ancora pagando le rate». Secondo le stime, il costo per realizzare e allestire questo progetto importante si attesta oltre i 200.000 dollari, risparmi accumulati da Iman scrupolosamente nel corso di molti anni. Descrivendo l’impatto di questo shock a livello finanziario e professionale, Iman aggiunge: «Non erano solo muri e attrezzature; era il culmine della mia vita professionale e accademica. Rappresentava la sicurezza economica per tutta la mia famiglia e per le allenatrici che lavoravano con me».
Poi questa maledetta guerra è iniziata e tutto è cambiato in un attimo. L’edificio che ospitava la palestra è stato colpito direttamente dai bombardamenti e completamente distrutto, raso al suolo. Iman ripensa a quei momenti strazianti, ricordando che ha appreso la notizia della distruzione del lavoro di una vita mentre era incinta del suo primo figlio e affrontava già le prime fasi dello sfollamento. Per descrivere il trauma psicologico spiega: «In quel momento ho sentito che tutto si era spento. Continuavo a ripetermi che un giorno sarei tornata e avrei ricostruito tutto, anche dalle macerie. Ma non era rimasto nulla».
Questa perdita significò anche la scomparsa dell’unica fonte di reddito per lei e la sua famiglia. Questo progetto provvedeva al supporto finanziario per lei, la madre, la sorella e diverse collaboratrici e operaie che avevano perso il lavoro dall’oggi al domani. Inoltre, quella palestra finanziava i suoi studi di
dottorato. Costretta a lasciare Rafah a causa delle operazioni militari e dei bombardamenti, Iman iniziò un lungo percorso di sfollamento. Con la famiglia si spostò da un campo all’altro sotto i bombardamenti. Prima si spostarono a Shakoush, nel distretto di Rafah, poi si trasferirono tra i bombardamenti del British Quarter, quindi a Qadisiyah e infine nell’area di Fish Fresh, nel distretto di Khan Younis, dove si stabilirono in una modesta tenda incapace di proteggerla dal caldo o dal freddo.

Iman conferma che lo stress psicologico ed emotivo derivante da questi eventi successivi e dallo shock della distruzione della sua palestra ha superato la capacità del suo corpo di reggere. Questo ha provocato un improvviso e forte aumento della pressione sanguigna, una condizione particolarmente pericolosa per una donna in gravidanza, che l’ha costretta al ricovero in ospedale e a ricevere cure mediche intensive per salvare la sua vita e quella del bambino non ancora nato. Iman continua a descrivere l’amarezza di quei giorni, affermando: «Gli spostamenti ripetuti distruggono sia il corpo che l’anima. Camminare tra i suoni dei bombardamenti mentre ero incinta mi faceva sentire che avrei potuto perdere il mio bambino da un momento all’altro, ma la paura più grande era l’impotenza». Aggiunge, con dolore, che ancora oggi non passa notte senza che apra il telefono per guardare le immagini della sua vecchia palestra e i bei ricordi, confrontando la sua vita stabile e di successo di un tempo con la sua attuale esistenza tra la sabbia.
Con il passare dei lunghi mesi e il raggiungimento di una relativa stabilità nel campo di Mawasi Khan Younis, Iman ha iniziato a ricevere numerosi messaggi e telefonate inattese dalle sue ex allieve e da altre donne incontrate nel campo. Tutti i messaggi ruotavano attorno a una domanda urgente: come possiamo fare esercizio e muovere i nostri corpi stanchi senza palestre, attrezzi o pesi? In mezzo a questa mancanza di risorse e a queste domande, è nata l’idea dell’allenatrice, sviluppata in modo semplice e graduale.
Iman ha deciso di non cedere alla realtà. Ha iniziato a osservare ciò che aveva a disposizione dentro le tende e a ideare soluzioni a partire da materiali disponibili e spesso trascurati. Ha cominciato a usare lattine vuote di fagioli e ceci come sostituti di piccoli pesi per rafforzare i muscoli delle braccia. Ha raccolto grandi bottiglie di plastica per olio e acqua e le ha riempite di sabbia pesante per creare pesi per esercizi di forza e resistenza. Ha utilizzato scatole di cartone spesso e rinforzato degli aiuti umanitari come piattaforme alternative per esercizi step e ha legato kefiah palestinesi attorno a pali di legno solidi delle tende per permettere alle donne di usarle come fasce elastiche di resistenza. Anche sedie di plastica, pali delle tende e sacchi pesanti di farina e lenticchie sono diventati parte integrante delle sue sessioni di allenamento innovative.
Iman spiega con entusiasmo la filosofia alla base di questa invenzione: «Queste cose si trovano in quasi tutte le tende, quindi qualsiasi donna può allenarsi gratuitamente». Aggiunge: «Quando ho visto la reazione delle donne al primo sacco di sabbia che ho sollevato, ho capito che Gaza non sta morendo e che siamo in grado di creare alternative di vita tra le macerie». Dopo il successo dell’esperimento a livello locale con le vicine del campo, Iman ha registrato brevi video dal vivo e li ha pubblicati sui suoi profili social dalla sua tenda. La risposta del pubblico è stata immediata e sorprendente, superando ogni aspettativa. Centinaia di donne e ragazze da tutta la Striscia di Gaza l’hanno contattata esprimendo gratitudine per queste idee. Alcune hanno raccontato di soffrire di dolori fisici e rigidità muscolare dall’inizio della guerra a causa della sedentarietà prolungata e hanno trovato in questi video un modo concreto per recuperare energia e salute.
Inizialmente Iman ha potuto allenare le donne di persona per un breve periodo dentro una grande tenda fornita da una ONG locale nell’ambito di un progetto di supporto psicosociale. Tuttavia, terminati i fondi del progetto e chiusa la struttura, le donne hanno rifiutato di interrompere e hanno insistito per continuare l’allenamento in ogni modo possibile. Poiché aprire un centro sportivo sicuro era impossibile durante la guerra e non disponeva delle risorse economiche per acquistare nuovi attrezzi dopo aver perso tutti i risparmi, Iman ha deciso di affidarsi completamente al digitale e ai social media. Oggi più di cento donne e ragazze seguono regolarmente le sue lezioni quotidiane. Questa partecipazione non riguarda solo donne all’interno della Striscia di Gaza sotto assedio, ma anche ex allieve che sono riuscite a lasciare la Striscia e a trasferirsi in Giordania o in alcuni Paesi europei, dove continuano ad allenarsi a distanza per mantenere il legame umano e sportivo con lei.
Tra le storie di successo di questo club digitale c’è quella di Reem Yousef, 28 anni, sfollata da Beit Lahia nel nord della Striscia di Gaza. Attualmente vive in una tenda fatiscente a Gaza City, in condizioni sanitarie e di vita estremamente difficili. Reem ha una protesi al ginocchio, che le rende molto difficile camminare, piegare la gamba o inginocchiarsi comodamente durante la preghiera quotidiana. A causa del blocco, della frammentazione delle strade e delle difficoltà di spostamento, per Reem è impossibile incontrare la sua allenatrice Iman di persona. Per questo Iman ha sviluppato per lei un programma personalizzato, inviandole video e istruzioni dettagliate via WhatsApp. Gli esercizi sono stati progettati per evitare movimenti ad alta intensità o salti e si concentrano invece sul rafforzamento dei muscoli e dei legamenti attorno al ginocchio protesico, per sostenerlo e stabilizzarlo riducendo lo stress.
Reem racconta questa esperienza con grande gratitudine: «Dopo circa due mesi ho iniziato a notare una differenza nei miei movimenti e nel mio modo di camminare». Aggiunge: «Inginocchiarmi durante la preghiera era un sogno lontano a causa della rigidità del ginocchio dopo l’infortunio. Ora, grazie a questi semplici esercizi a casa, ho ritrovato la mia flessibilità e si è aperta una nuova speranza». Un’altra storia che riflette l’importanza di questa palestra alternativa è quella di Alaa Radi, 35 anni, sfollata nel campo di Nuseirat nella Striscia di Gaza centrale. Alaa ha iniziato a svolgere esercizi leggeri sotto la supervisione di Iman dopo un parto cesareo difficile avvenuto in condizioni non igieniche. Non poteva lasciare il suo bambino di due mesi da solo nella tenda né aveva la forza di attraversare lunghe distanze tra macerie e strade distrutte per raggiungere strutture sanitarie o sportive.
Iman ha seguito a distanza la sua condizione, inviandole esercizi dolci e graduali di recupero, insieme a consigli nutrizionali per sostenere la guarigione e l’allattamento. Alaa descrive l’importanza di questa iniziativa dicendo: «I video che condivido online sono diventati un tesoro per le donne sfollate, soprattutto per le madri che non possono lasciare le tende». Aggiunge: «Un cesareo nel campo è una vera tortura e il movimento è molto difficile, ma questi video mi hanno dato la possibilità di recuperare e ritrovare la mia forza senza la fatica degli spostamenti e senza rischiare la salute del mio bambino». I benefici non si limitano alla riabilitazione fisica, ma riguardano anche donne che affrontano aumento di peso e obesità a causa della dipendenza da alimenti in scatola distribuiti come aiuti. Sawsan Azzam, 25 anni, sfollata nel sud della Striscia di Gaza, rappresenta un esempio significativo. Il suo peso aveva raggiunto quasi 100 chilogrammi durante lo sfollamento, causando dolori articolari e difficoltà respiratorie.

Sawsan ha deciso di seguire il programma di fitness di Iman via smartphone, combinandolo con una dieta a basso contenuto calorico. Nel giro di pochi mesi ha ottenuto un risultato significativo: il suo peso è sceso a circa 70 chilogrammi. Insieme a un’amica raccoglie lattine vuote degli aiuti e le trasforma in pesi per allenarsi nella tenda. Racconta: «Questi strumenti sono diventati parte della nostra vita quotidiana, ci alleniamo con quello che troviamo». Aggiunge con orgoglio: «Perdere 30 chili sotto assedio e in condizioni di sfollamento è la mia battaglia personale, e l’ho vinta. Le lattine vuote dei fagioli ora testimoniano questa sfida quotidiana».
Le sessioni di allenamento offerte da Iman dalla sua tenda includono diversi programmi innovativi: esercizi di tonificazione completa, allenamento di forza con pesi di sabbia, yoga ed esercizi di respirazione e rilassamento per alleviare il trauma psicologico. Offre inoltre programmi per la perdita di peso ed esercizi terapeutici specifici per donne con sindrome ovarica poliendocrina metabolica e accumulo di grasso in alcune aree del corpo dovuto allo stress costante. L’allenatrice sottolinea che lavorare da una tenda per sfollati non è affatto semplice; è piuttosto un incubo e una sfida quotidiana costante. I frequenti blackout le impediscono di ricaricare il telefono e le torce. La connessione internet debole ed estremamente lenta fa sì che caricare un video di cinque minuti richieda un’intera giornata, oppure spesso non riesca del tutto. Trova inoltre molto difficile trovare qualcuno disposto a reggere il telefono e filmarla mentre svolge gli esercizi impegnativi e spesso è costretta a poggiare il dispositivo su una scatola di cartone o su un sacco di sabbia.
Gli ostacoli non si limitano però agli aspetti tecnici e logistici: Iman ha dovuto affrontare anche un’ondata di critiche dure e commenti negativi da parte di alcuni gruppi e mentalità conservatrici sui social media. Ritenevano inappropriato o inutile che una donna praticasse sport e si filmasse nel mezzo della guerra e dello sfollamento. Tuttavia Iman ha affrontato queste critiche con una fiducia incrollabile e le ha ignorate, proseguendo il suo percorso. Ha spiegato: “Questo mi ha riportato al campo che amo e mi ha dato un motivo per perseverare nonostante tutto”.
Iman ha aggiunto, chiarendo la sua posizione rispetto agli attacchi: “Le critiche non mi fermano perché conosco molto bene il beneficio e il conforto che le donne trovano in questa tenda. Lo sport non è un lusso; è un bisogno vitale per la loro salute mentale e fisica in mezzo a questa devastazione”. Nonostante la grande forza che mostra per sostenere il morale delle donne e delle allieve, Iman nasconde dietro il sorriso un profondo dolore personale e umano che le lacera il cuore di madre. La sua prima e unica figlia è nata nel mezzo di questa guerra brutale, precisamente all’interno di una tenda medica temporanea appartenente alla Mezzaluna Rossa nell’area di Mawasi, a Khan Younis. Questa bambina non ha conosciuto nella sua breve vita altro che pareti di tela, il suono di venti forti e l’immensità della sabbia. Iman racconta, con gli occhi lucidi: “Il mio cuore si spezza perché la mia prima figlia è nata e sta crescendo tra sabbia e tende… Ho sempre immaginato che sarebbe cresciuta giocando accanto a me nella palestra lussuosa che avevo una volta”.
Attualmente la sabbia calda e mutevole fuori dalla tenda rimane l’unico spazio di allenamento disponibile per Iman e le sue colleghe. Lavorare e allenarsi su questa sabbia morbida è molto faticoso, estenuante per i muscoli e reso ancora più duro dal caldo intenso. Tuttavia Iman è determinata a diffondere energia positiva e gioia tra le donne, ridendo mentre parla: “Allenarsi sulla sabbia è più difficile e brucia più calorie!”. Ogni giorno Iman riceve richieste urgenti e ripetute da decine di donne nel campo, che la implorano di trovare il modo di aprire una vera palestra, anche piccola, fatta di legno o lamiera, per offrire maggiore privacy e sicurezza durante l’attività fisica. Nel profondo sa che questo sembra quasi impossibile, almeno per ora. Dopo aver perso il lavoro di una vita, le sue attrezzature e anni di risparmi, si ritrova senza capitale né finanziamenti anche solo per acquistare un singolo pezzo di legno.
Per questo, in assenza di soluzioni magiche o di sostegni esterni, Iman si rifiuta di arrendersi o di lasciare che la disperazione si insinui nelle menti delle donne che la circondano. Conclude la sua intervista al sito Intifada con una frase che riassume la sua realtà: “Non importa quanti dei nostri sogni vengano distrutti, continueremo a inventare alternative con gli strumenti più semplici della vita. Una vera palestra non è fatta di attrezzi di ferro; è fatta di una volontà incrollabile profondamente radicata dentro di noi”.
Ogni pomeriggio, la giovane personal trainer torna con il corpo stanco ma la determinazione intatta nello stesso punto di sabbia, apre il telefono e trasforma rottami, scatole vuote e oggetti abbandonati che il mondo ha scartato e che la guerra ha lasciato in una nuova palestra che pulsa di vita e speranza di fronte alla distruzione.