
Violenza di genere: una responsabilità soprattutto maschile
Se continuiamo a non chiamare la violenza con il suo vero nome e a usare eufemismi come «lite familiare» o «raptus di gelosia» e a minimizzare la responsabilità dell’uomo violento; se continuiamo a raccontare l’assassino come «una persona apparentemente per bene»; se continuiamo a concentrarci sul background della vittima, su come era vestita o altri dettagli analoghi, se continuiamo a fare tutto questo, non smetteremo mai di parlare di violenza di genere.
Il cambiamento deve partire anche e soprattutto dagli uomini, che devono diventare parte attiva del progetto di trasformazione culturale. È necessario partire dall’educazione all’affettività, che è ancora più urgente rispetto a parlare di violenza. È necessario riscoprire il senso di responsabilità che ciascuno e ciascuna di noi ha: come genitore, collega, amica, parente o conoscente o, semplicemente, persona.
Perché saper leggere un piccolo gesto, imparando a riconoscere i segnali di disagio o violenza in coloro che ci circondano, può salvare vite. Avere il coraggio di intervenire, senza voltarsi dall’altra parte o restare indifferenti, senza sorrisi di compiacimento che minimizzano, approvano o ridono di comportamenti abusivi, può salvare vite.
Perché non dobbiamo pensare solo alla violenza fisica, ma anche a quella psicologica: quella silenziosa, sottile, ma devastante. Quella che costruisce muri, isola, distrugge. La violenza psicologica è un attacco alla dignità, all’autostima e alla salute mentale. Un esercizio di potere che ha come scopo annichilire l’identità e la volontà altrui.
Ed è così che anche i luoghi di lavoro possono diventare parti fondanti del cambiamento: nella gestione delle selezioni, delle carriere, dell’essere manager, dell’essere collega e parte attiva di azioni di prevenzione, di sostegno, di vicinanza, di solidarietà, di denuncia.
E poi c’è la casa e la sfera privata dove il prendersi cura, il caring, tende, ancora oggi, ad avere un solo genere: quello femminile. Troppo spesso, infatti, la società continua ad aspettarsi che siano le donne a occuparsi della casa, dei figli, dei genitori anziani. Gli uomini, invece, non vengono ancora percepiti come parte realmente corresponsabile della cura familiare. E così, anche il lavoro di cura non retribuito rimane invisibile, sottovalutato e dato per scontato.
Un importante cambiamento deve partire dagli uomini: riconoscerli come agenti dell’evoluzione e parte fondante di tutte le questioni di genere. Le donne, nel tempo, hanno dimostrato in più occasioni di saper dare risposte, di portare avanti battaglie, di rivendicare diritti e creare opportunità che, troppo spesso, sono state negate proprio dagli uomini. Da qui occorre ripartire, avviando un dibattito nuovo, onesto e profondo, che inizi dal riconoscimento delle responsabilità e dalla volontà concreta di cambiare.