
Uno, nessuno e centomila: i corpi del/della caregiver
Se vi chiedessero: chi sono le persone più strategiche del mondo? Probabilmente pensereste a una/un astronauta, una/un capo guerriero, una/un CEO visionario. Eppure, siamo sicuri di sapere davvero dove si produce valore? Che dire di chi si sveglia ogni mattina con una mano sulle medicine dell’altro e l’altra sul proprio caffè? Di chi sa leggere una prescrizione medica come fosse un giallo, ma non ha mai tempo per il romanzo sul comodino? Di chi ha due corpi da gestire: il proprio e quello di chi ama? Sì, parliamo dei e delle caregiver.
Numeri che (non) si contano: i caregiver in Italia
Secondo Istat, in Italia ci sono oltre 7 milioni di persone che si prendono cura regolarmente di un/a familiare non autosufficiente. Ma solo una piccola parte – circa 250.000 – è formalmente riconosciuta come caregiver familiare, figura giuridica ancora priva di tutele concrete. Fatta esclusione per il ruolo di caregiver inteso come genitore di figli o figlie. Ma chi è davvero caregiver? Chi aiuta un parente con disabilità, ma anche chi accompagna ogni giorno il proprio o la propria partner o figlio/a alle visite, o tiene fisicamente in piedi un genitore con un qualche tipo di patologia come ad esempio l’Alzheimer. Nella realtà, ne mancano milioni all'appello. Invisibili per legge, indispensabili per le famiglie.
Il corpo che si prende cura (e quello che ci si dimentica)
Nel discorso pubblico il “corpo” è spesso visto in chiave individuale. Ma nel caregiving, il corpo è doppio. Da un lato quello da accudire, fragile, dipendente. Dall’altro, quello che regge tutto: piegato, attivo, resistente. Eppure, chi si prende cura di chi si prende cura? Spoiler: quasi nessuno. Il corpo del caregiver si affatica, rinuncia, si logora. Non è malato per definizione, ma spesso è trascurato. La stanchezza non viene vista, perché non c’è un certificato per l’esaurimento emotivo. Solo silenzio e poca empatia, spesso per ignoranza sul tema.
Prima del caregiver, c’è la persona
Il caregiver non nasce tale. È, prima di tutto, una persona. Con passioni, desideri, sport lasciati a metà, romanzi non letti, serate saltate. Il suo corpo non è solo quello che solleva e lava. Era un corpo che danzava, viaggiava, rideva. E quando smette di farlo, non è per colpa di chi riceve le cure. È perché il carico non è solo fisico, ma identitario. La mente entra in modalità allerta continua. L’empatia diventa un’attività h24. Ma anche chi si prende cura ha diritto ad avere dubbi, fragilità, pause.
A.A.A. caregiver job posting cercasi
Pensate di ricevere una convocazione per un colloquio. Vi chiedono se sapete somministrare farmaci, sollevare persone senza farvi male, gestire parenti in crisi, comunicare con medici in burnout, compilare moduli ASL, cucinare cibi morbidi ma nutrienti. Esiste questo lavoro? Certo. Solo che non è retribuito. Né riconosciuto. È il ruolo del caregiver. Eppure – ed è qui la complessità – essere caregiver non è solo fatica, ma anche connessione. È leggere uno sguardo senza parole. È sapere che quella carezza, quel brodo, quel bagno fatto con rispetto, valgono più di cento azioni automatiche. Essere caregiver è un atto politico e affettivo insieme: si combatte il disinteresse del sistema con la dedizione quotidiana. Si ricuce una relazione con le mani, con la pazienza, con l’ascolto.
Il problema dei due corpi del caregiver
Parlare di corpi oggi significa anche riconoscere le relazioni che li attraversano. I caregiver vivono in un tempo sospeso, quello della cura. In quello spazio lento, si sviluppano competenze profonde: resilienza emotiva, lucidità nelle crisi, empatia autentica. Riconoscere il ruolo del caregiver e le capacità che ne derivano è il primo passo per trasformare davvero il sistema di cura in un sistema umano.