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Un visto per la vita

Ogni anno migliaia di persone omosessuali e trans sono costrette a lasciare il proprio Paese per sfuggire a persecuzioni, violenze e leggi che criminalizzano l’orientamento sessuale o l’identità di genere. Dietro la richiesta di asilo si nascondono spesso storie di torture, ricatti, isolamento e paura, ma anche il desiderio di poter vivere finalmente senza doversi nascondere.
A cura di Elisa Belotti
01 Ott 2026

In Turkmenistan, ad esempio, gli atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso sono illegali. L’articolo 135 del Codice penale punisce l’omosessualità maschile, definita “sodomia”, con la reclusione fino a cinque anni. Prima del 2019, la pena era di due anni di reclusione. In caso di recidiva o di atti commessi da un gruppo di due o più persone, la pena è la reclusione da due a cinque anni e l’obbligo di residenza in un luogo scelto dal governo per un periodo da cinque a dieci anni. Inoltre l’omosessualità è considerata un disturbo mentale, pertanto le punizioni per comportamenti ritenuti omosessuali possono includere il ricovero forzato in istituti psichiatrici. Recentemente, il Paese ha lanciato una campagna per identificare gli adolescenti LGBTQ+ e punirli.

La Tenda di Gionata, associazione di persone cristiane LGBTQ+, si dedica al sostegno e all’aiuto morale, pratico ed economico dei rifugiati omosessuali turkmeni e dei Paesi limitrofi che cercano di sfuggire alla discriminazione e all’oppressione. Lo raccontano Alessandro Previti, coordinatore dell’iniziativa, e Anvar Avezov, trentunenne turkmeno riuscito a raggiungere l’Europa grazie a un visto umanitario e ora impegnato ad assistere altre persone perseguitate in Asia Centrale.

Alessandro, come nasce l’iniziativa di supporto rivolto alle persone che fuggono da contesti in cui l’omosessualità è criminalizzata o fortemente stigmatizzata?
AP: Quello che è successo è più organico che strutturato. Un giorno arriva una mail: la persona non chiede soldi, la storia è drammatica, forte ma non mirabolante. Sembra un messaggio di addio: la sua unica richiesta è raccontare la sua storia. Spesso il dramma è una tecnica di fishing, ma leggendo la sua mail sentivo che mancava qualcosa; e le omissioni parlavano, i vuoti parlavano. Questo mi ha spinto a indagare. Abbiamo iniziato a fare domande, a raccogliere documenti e prove, a verificarli. Più parlavo con lui, più capivo che ometteva per paura di non essere creduto. Ed aveva ragione. La sua storia aveva dell’incredibile: torture in ospedali psichiatrici militari, persone lasciate morire per giorni sotto gli occhi degli altri detenuti gay; persone letteralmente trattate come insetti, per dirne alcune. Si era già rivolto ad alcuni grossi gruppi, il suo caso aveva ricevuto un numero. Il suo visto stava per scadere; le prove c’erano tutte, eppure era un numero in coda. Sono certo che quel numero farà bellissima figura di fronte agli investitori quando chiederanno quanti casi seguono. L’unica cosa etica e cristiana era agire. Sapevamo di poter fallire; sapevamo che quella morte sarebbe pesata sulle nostre mani. Ma sapevamo anche che sarebbe morto se non agivamo. Non portavamo certezze, ma una probabilità. Sarà stata la provvidenza o l’incoscienza, ma siamo riusciti. Altre persone ci hanno scritto in cerca di aiuto. Uno dei ragazzi che abbiamo incontrato ripeteva: «Non lasciateci soli». In Turkmenistan e nelle aree limitrofe non c’è quasi nulla in termini di aiuti, corridoi umanitari, etc. Forse ci sono Paesi dove fare aiuto umanitario è trendy, la loro emergenza non è alla moda. Ma la dignità non dipende da quanto sia di moda il Paese da cui fuggi.

Che tipo di percorsi affrontano le persone con cui entrate in contatto prima di arrivare da voi? quali sono i bisogni più urgenti?
AP: Il percorso è quasi sempre lo stesso: una fuga dalla persecuzione. I più giovani vengono presi e ricattati, mandati a fare da esca per altri tramite app di dating, chat room, social locali o raggiungibili via VPN. Una strategia sofisticata per far sentire le persone al sicuro e beccarle comunque. Quando riescono ad arrivare in un Paese più sicuro, cercano aiuto. Ed è lì la trappola: le risposte si fanno attendere settimane, e una settimana alla volta passano i mesi. Poi c’è l’inganno peggiore: «Abbiamo sollevato il tuo caso a…». Nel frattempo la data di scadenza del visto si avvicina ed è troppo tardi per pensare a un altro piano. Poi li attende diventare esche, prigione, tortura. Sono persone a cui hanno dato una data di scadenza.Voglio fare una domanda a chi ci legge. Immagina di aver giocato tutto, sei perseguitato e il mondo ti sembra marcio, sai cosa ti succederà, sai che sarà stupro, violenza, stivali in faccia. Sai che sarai l’ultimo degli ultimi anche tra i detenuti. Se allora scappi, chiedi aiuto, e ottieni solo un numerino, come alle poste, come al parcheggio, dove però sei il carrello o l’automobile, non la persona, il visto scade e nessuno ti ha più scritto e non avrai una seconda chance. Se torni in patria e non la fai finita, che persona diventi? Quando arrivano da noi sono agli sgoccioli. Il bisogno più urgente, e più sorprendente, è l’ascolto. Ci dicono che siamo i primi che li hanno ascoltati davvero. Non abbiamo una metodologia: siamo umani che ascoltano altri umani.

Anvar, tu sei scappato dal Turkmenistan e sei rimasto per un periodo in Georgia. Ora sei al sicuro in un Paese ospite. Cosa ha significato per te quest’ultimo viaggio?
AA: Il fatto di essere riuscito a lasciare il Turkmenistan e arrivare in Georgia è stato già per me un grande traguardo. Ma essere riuscito ad arrivare dalla Georgia in Europa per me è come una favola: qui mi sento al sicuro, ho la possibilità di costruire la mia famiglia, di aiutare altre persone e di lottare per i diritti delle persone LGBT Q+ in Asia Centrale. L’Europa per me significa libertà. Non ho mai saputo come sarebbe stato vivere liberamente. Ora sto imparando a vivere senza nascondermi, senza indossare maschere per fingere di essere un’altra persona. Sto imparando a essere me stesso.

Alessandro, torniamo al tuo impegno su questo fronte. In che modo si struttura l’accompagnamento, sul piano pratico e su quello umano?
AP: Non si struttura. C’è un gruppo ristretto in contatto diretto con loro. Io sono forse il riferimento principale al momento. Non abbiamo un legale dedicato né uno psicologo – se non qualche figura amica che ci dà una mano –, non abbiamo i fondi. Abbiamo però consulenze legali quando servono e io studio moltissimo: leggi, pratiche, cambiamenti normativi, interpretazioni possibili. Cerchiamo possibilità, nei limiti della legge, della morale, dell’etica. Se hanno un momento di ansia, c’è ascolto. Non sono uno psicologo: ascolto perché sono una persona, perché siamo cristiani, perché siamo umani. Ho scoperto che parlare di speranza è fondamentale; è una parola che raramente qualcuno ricorda loro. Sul piano pratico, per il bene di queste persone è meglio che dica il meno possibile. Non garantiamo un servizio nel senso tecnico. Offriamo servizio. Non un servizio: il servizio, quello cristiano. Serviamo dove possiamo.

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