
Un ponte tra tecnologia ed emozioni: quando l'AI diventa inclusiva
Ecco, attraverso le voci del team vincitore – Lorenzo D’Amico, Michele Vitiello Bonaventura, Marco Lecci, Salim Benhamadia – e della giurata Barbara De Micheli, Social Justice Area Coordinator @Fondazione Giacomo Brodolini, il cuore di questa storia che unisce tecnologia e umanità.
Michele, come è nata l’idea per questa app? Quale storia personale o osservazione vi ha ispirati a focalizzarvi sulle neurodivergenze?
L’idea nasce dall’esigenza di creare una soluzione che si distinguesse da quelle proposte e realizzate dagli altri team. Nell’ultimo anno ho iniziato a interessarmi alle tematiche legate alle neurodivergenze, in particolar modo all’autismo di primo livello. Avevo realizzato per un corso universitario un’app in grado di riconoscere l’emozione primaria a partire da una nota inserita dall’utente, generare quiz introspettivi e approfondire il vissuto attraverso una chat guidata dall’intelligenza artificiale. Così abbiamo deciso di toccare una questione più ampia, presente nello spettro autistico di primo livello, ma non solo: l’alessitimia, la difficoltà a riconoscere le proprie e altrui emozioni. Volevamo creare uno strumento semplice, intuitivo che permetta all'utenza di trovare uno spazio sicuro di decompressione, dove potersi regolare in un ambiente protetto. Uno strumento che possa essere integrato anche in terapia, utile per dare una visione più completa della e del paziente, distinguendo tra come comunica in seduta e i pensieri che ha giornalmente e quindi riconoscere meglio il masking.1
Marco, durante le 24 ore dell’hackathon, come avete collaborato come team misto? Quali punti di forza ha portato la diversity nel vostro modo di lavorare e risolvere problemi?
Durante le 24 ore dell’hackathon abbiamo lavorato come un team davvero interdisciplinare, cercando fin da subito di valorizzare le competenze di ognuno. Questo ci ha permesso di affrontare il problema da più punti di vista, sia teorici che pratici. L’eterogeneità del team è stata un vero punto di forza: ha evitato che ci bloccassimo in una sola prospettiva. Spesso le idee nascevano da discussioni tra approcci diversi (più teorici vs più ingegneristici), e questo ci ha aiutato sia a individuare rapidamente soluzioni migliori, sia a correggere errori di impostazione nelle fasi iniziali. In pratica, tutti abbiamo provato a contribuire attivamente, ma il progetto è stato trainato in modo naturale dalle competenze più operative di Salim e Michele, che ci hanno permesso di trasformare le idee in qualcosa di concreto entro le 24 ore.
Lorenzo, come avete utilizzato gli asset AI di Fastweb Vodafone per tradurre sensazioni in emozioni? Potete raccontarci un momento eureka durante lo sviluppo?
Abbiamo utilizzato la potenza di calcolo di Fastweb e la velocità della rete Vodafone per far funzionare diversi tool. Tra questi l’AI Generativa che traduce sensazioni o racconti in una riflessione coerente nella chat, l’Emotional Body Mapping che cattura l’input fornito dall’utente, riconosce un pattern da un database e identifica delle emozioni, e infine la Community anonima, luogo di condivisione e sostegno. È così che l’utente plasma e tiene traccia del suo profilo. Ricordo ancora quando verso le quattro del mattino non riuscendo più a tenere gli occhi aperti ho deciso di concedermi un riposo. Dopo un’ora circa sono stato svegliato dalle parole di Salim e Marco, avevano appena concluso la fase di debug. La demo era stata completata, la nostra idea si era concretizzata. Avevamo capito che non stavamo solo costruendo dei tool, ma stavamo dando a migliaia di persone, neurodivergenti e neurotipiche, la possibilità di comprendersi. A quel punto l’adrenalina mi ha fatto mettere da parte il sonno e ho iniziato a preparare il pitch di presentazione.
Michele, quali riflessioni avete fatto sull’uso dell’AI per supportare minoranze o gruppi vulnerabili? Pensate che la tecnologia possa davvero colmare gap di inclusione? Come?
Sin dalla nascita del progetto, abbiamo creduto che la vera potenza dell’AI risieda nella sua duttilità ovvero la capacità di adattarsi e interpretare i segnali unici del singolo utente, invece di standardizzarli. Spesso la tecnologia impone percorsi rigidi, ma con EmotiSense abbiamo cercato di costruire un ponte tra il codice e le emozioni, rendendo accessibile ciò che per molte persone è difficile da cogliere. Pensiamo che offrire un supporto di questo tipo sia un passo decisivo verso l’inclusione, perché se in poche ore quattro ragazzi hanno potuto dare vita a questa idea, significa che la distanza tra un bisogno e la sua soluzione tecnologica si sta riducendo.
Cosa vi ha sorpresi di più nel lavorare su un progetto così empatico? Come ha cambiato il vostro approccio all’AI?
Leggendo paper scientifici e utilizzando il nostro sito, siamo arrivati a una riflessione inaspettata. Ci siamo chiesti se anche noi avessimo difficoltà a dare un nome a ciò che proviamo quotidianamente, a riconoscerne le sfaccettature. Abbiamo capito, così, che l’alessitimia non è solo una diagnosi, ma una sfida che può riguardare molt di noi. Questa introspezione ha cambiato radicalmente il nostro approccio all’intelligenza artificiale. Abbiamo compreso che avendo a disposizione una tecnologia così potente, per fare la differenza bisogna usarla con creatività al servizio di tuttə.
Barbara, in quanto giurata dell’hackathon, cosa ti ha colpita di più di questo progetto tra tutti quelli presentati? Perché ha meritato il premio Best Inclusion Project e quale impatto reale può avere sulle persone neurodivergenti?
Tra i vari progetti, tutti molto interessanti, che sono stati definiti nel corso dell’hackathon, questo era l’unico che avesse un focus sulle differenze e che, partendo dalla presa in carico di bisogni specifici, si proponesse di definire soluzioni innovative, incorporando sin dalle fasi di progettazione l’attenzione alle diversità. Le soluzioni tecnologiche possono essere strumenti molto potenti al servizio dell’inclusione, è però necessario che chi le disegna sviluppi la sensibilità per riconoscere che le persone che le utilizzeranno possono avere bisogni specifici e che abbia la volontà e le competenze per conoscere meglio questi bisogni e proporre soluzione adeguate. Il progetto vincente ha mostrato di avere, almeno in potenza, queste caratteristiche. Ha anche mostrato che per essere realmente efficaci le soluzioni tecnologiche inclusive hanno bisogno di integrare nel design competenze multidisciplinari specifiche, che dovranno essere necessariamente attivate nelle fasi successive di sviluppo del progetto. In questo senso le potenzialità di impatto sono molto alte, per le persone neurodivergenti ma non solo (e non sarebbe la prima volta che soluzioni pensate per persone neurodivergenti si rivelano utili anche per quelle che si considerano neurotipiche).
In Fastweb + Vodafone crediamo che l’intelligenza artificiale non sia solo uno strumento di efficienza, ma un'alleata potente per l’inclusione. Progetti come questo hackathon ci ricordano che la vera innovazione nasce quando tecnologia ed empatia si fondono, aprendo porte per chi naviga il mondo in modo diverso. È un impegno che ci ispira ogni giorno: costruire un futuro AI più umano, inclusivo e luminoso per tuttə.
- Una strategia comportamentale che consiste nel nascondere le proprie caratteristiche neurodivergenti per imitare comportamenti neurotipici e conformarsi alle aspettative sociali ↩︎