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TERRA-TERRAE

UNA NUOVA FINE PER CIVITA?
A cura di Gianluca Cabula
10 Mar 2023

Esistono da sempre narrazioni spurie, impasti di storie che recano le tracce dei protagonisti e delle loro voci: a questa tradizione si rifà, più o meno intenzionalmente, anche Civita. Senza aggettivi e senza altre specificazioni di Giovanni Attili, urbanista e professore alla Sapienza di Roma. Quasi un’epica urbana, in bilico tra il saggio e il romanzo di città, Civita riesce a suturare con grazia generi e materiali diversi. Protagonista e allo stesso tempo palcoscenico della storia è appunto Civita di Bagnoregio, l’iconico borgo del Lazio arroccato su una roccia che frana: “la città che muore”, secondo una dizione pubblicitaria fin troppo abusata.

Varie e diverse sono le fasi di vita che ha conosciuto questo luogo: Attili le ripercorre in tre movimenti.

Dalla sua origine, e per tanti secoli, Civita fu “terra madre e matrigna”, esponendo i suoi abitanti alla precarietà e costringendoli a continui adattamenti per continuare ad abitarla. La lotta contro un destino di morte che per il piccolo borgo si palesa fin dalla sua nascita: perché Civita nasce tremando, gemendo, sgretolandosi. Di fronte a una terra tanto ostile, una comunità altrettanto caparbia si impegna in continue attività per non soccombere: ricostruzioni di case, consolidamenti della rupe, tombatura di grotte, sistemazioni di vie e di mura. Non si tratta solo della manutenzione di un territorio: in questo spirito di resistenza o meglio di “restanza”, si può leggere la capacità di una comunità di rigenerare l’esistente, di continuare a proiettarsi al futuro. Un modello culturale che funziona, finché non viene eroso, irrimediabilmente, dal boom economico, che spinge i civitonici a più redditizi impieghi in città e nell’industria.

Arriviamo al secondo atto: pur spopolata, infatti, Civita non viene abbandonata. Per il borgo si apre, negli anni Settanta, una nuova stagione: deflagrati i modelli tradizionali, diventa “terra di adozione” per quanti, venuti da fuori, vi cercano quiete e silenzio, ma anche un’identità da difendere e rilanciare in una visione progettuale più ampia. Tra questi figli adottivi, nuovi depositari di pratiche di cura, giganteggia la figura dell’architetta Astra Zarina, vera e propria dea ex machina chiamata a riscrivere per il borgo un destino segnato. Professoressa all’università di Seattle, Astra si impegna in un grande progetto di ripristino del paese, mettendo al servizio della comunità competenze e relazioni. Ma vuole soprattutto insegnare un metodo: per questo crea l’Hilltowns Program, una scuola residenziale di architettura e urbanistica aperta dal 1976 a giovani studenti americani, ospitati d’estate nelle case dei civitonici. Quella a cui Astra spinge gli allievi è una comprensione dall’interno del territorio: attraverso un’interazione diretta con gli abitanti, i ragazzi catturano tecniche, memorie, tradizioni, integrandole in una visione progettuale, capace di ricontattare tutti quegli elementi che la modernizzazione aveva distrutto o disperso.

Così si apre un nuovo atto, ed è quello che viviamo tuttora. La riscoperta del borgo porta infatti con sé la sua graduale estetizzazione, la sua celebrazione in una “forma” congelata: quello che era il “rudere all’occhiello” di una ristretta elite, diventa la quinta di uno spettacolo permanente; proprio perché di spettacolo si tratta, per entrare nel borgo si paga oggi un biglietto di ingresso. Civita si offre così come puro oggetto estetico a un turismo logorante e cannibale. Il borgo non ha più nessun vincolo col passato: l’unica coerenza che gli si chiede è quella di conformarsi all’immaginario turistico: al suo desiderio di autenticità, di pittoresco, persino al suo bisogno di un’oleografia di morte, che Civita incarna, il più possibile distillata e mansueta.

Fin qui la parabola storica. Tuttavia l’idea di Attili non è cercare una sintesi, ma tentare un possibile attraversamento estetico e politico nella vita del borgo perché assurga a una vicenda esemplare. Vi riesce attraverso una scrittura che per l’occasione si fa ibrida, porosa, intersezionale, capace di assorbire una forte dimensione narrativa. La sua postura di fronte all’immensa messe di carte che riesce a riacciuffare è mobile e inquieta, “affettiva”: a tratti disarmata rispetto a un luogo che è prima di tutto un oggetto d’amore. Il racconto non ha nulla dell’asepsi che affligge lo storico di professione: è piuttosto quello di un corpo in movimento, continuamente sollecitato, che si muove in uno spazio e lo abita da vivo. Mai da solo, però, ma come componente di una comunità, frammentata ma comunque tangibile, a nome della quale Attili si intesta la responsabilità di un capovolgimento.

Se è vero, come scriveva Wu Ming a proposito del frammento n. 991 di Borges, che “la narrazione è la prosecuzione della lotta con altri mezzi”, allora anche per Civita si dovrà provare a “riscrivere la fine”, liberando nuove forme di immaginazione oltre l’apocalisse culturale. Nasce così Civitonia, il festival di artiste e artisti, di cui Attili è codirettore artistico, riuniti a “prefigurare per Civita altre possibilità di futuro”. “Gesti, scritture, performance, riti, incantesimi, installazioni, visioni capaci di fertilizzare paesaggi ormai atrofizzati”, come recita il sito https://civitonia.com/.

Non solo resistenza o denuncia, quindi: piuttosto una forma di coscienza aumentata. Prima edizione a ottobre 2022, molti i nomi coinvolti: ma la magia, ci promettono, continua.

Spetterà forse all’arte sovvertire un destino e immaginare, Civita, quale “terra” sarà.

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