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TANTE FAMIGLIE UN SOLO VILLAGGIO

Neve Shalom / Wahat al-Salam
A cura di Valentina Dolciotti
24 Giu 2024

Incontro Samah e Nir a Bergamo, in Città Alta per la precisione, durante un’afosa giornata di maggio che virerà in pioggerellina leggera.

I due, in Italia per una settimana circa, hanno un fitto programma di incontri con istituzioni, associazioni, testate giornalistiche, università… Anche per questo, ma non solo, sono grata all’amica Rosita, che fa parte da tempo dell’Associazione italiana Amici di Neve Shalom Wahat al Salam, per aver organizzato questo pranzo insieme e non le nascondo la mia agitazione. Inseguo questa intervista da tempo.

Samah Salaime, cittadina israeliana, 48 anni, è una donna palestinese dallo sguardo penetrante e dai modi diretti, da una decina di anni è la Responsabile della Comunicazione del Villaggio NSWAS, oltre che attivista per i diritti delle donne.

Nir Sharon, cittadino ebreo israeliano, 35 anni, uomo mite e profondo, è, insieme a Samah, co-direttore delle Istituzioni educative di NSWAS.

Entrambi abitano lì.

Ma... Cos’è il “Villaggio NSWAS”? Domanda lecita!

Neve Shalom (in ebraico), Wahat al-Salam (in arabo), significa Oasi di pace ed è un paesino situato a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, un piccolo villaggio sorto negli anni settanta dalla visione di un uomo, Bruno Hussar, ebreo di nascita poi convertitosi al cristianesimo, divenuto padre domenicano, nato in Egitto nel 1911 (da papà ungherese e mamma francese).

Nel 1953 Bruno Hussar sbarca in una Terra che è sì santa, ma al contempo schiava di uno dei conflitti più atroci del XX secolo: quello, tristemente noto, tra persone ebree e persone palestinesi.

Ed è esattamente qui, in una terra bella da fare male, che Bruno Hussar prova a costruire – in senso letterale – un sogno, ponendo le fondamenta di un luogo dove famiglie ebree e famiglie palestinesi possano abitare insieme, nel rispetto delle reciproche culture e immaginando strumenti –nuovi e comuni– di gestione pacifica del conflitto. Come? Attraverso l’educazione.

Nel 1977, all'inizio di questo sogno, solo una famiglia aveva scelto di abitare a Neve Shalom / Wahat al-Salam; oggi le famiglie insediate in quel fazzoletto di terra sono cento (50 palestinesi e 50 ebree, tutte di cittadinanza israeliana). E ben duecento sono le famiglie in lista d’attesa. Ciò che, al tempo, fu considerato un “esperimento utopico” è palesemente diventato, invece, un esempio di “realismo” nel cuore del conflitto (NSWAS si trova a soli 60 chilometri dalla città di Gaza).

Perché parlare di realismo? Perché il Villaggio è amministrato democraticamente, è di proprietà dei suoi stessi abitanti, non è legato a nessun movimento politico e, da subito, ha costruito all’interno dei propri confini un Istituto scolastico binazionale e bilingue, il primo nel paese (nido, infanzia, primaria) che, nel corso degli anni, ha raccolto fondi (in gran parte grazie alle dodici Associazioni che dall’estero sostengono il Villaggio, tra cui quella italiana) e spalancato le porte anche a bambini e bambine di paesi e cittadine vicine (che oggi rappresentano circa l’85% degli alunn3, provenienti da ben 19 comunità limitrofe). Il sistema scolastico prevede, infatti, un’educazione bilingue, cioè i/le bambin3 studiano sia in ebraico sia in arabo, grazie alla presenza di due insegnanti madrelingua, e apprendono l’inglese come terza lingua. Questo permette ai bambin3 di potersi sempre esprimere nella propria lingua madre, di comunicare nell’altra lingua prevalente, di crescere immersi in tutte le culture, le identità, le tradizioni e le religioni.

Ma anche le persone adulte hanno bisogno di essere educate, e per loro (e per noi) esistono varie possibilità.

La Scuola per la pace (fondata nel 1979) che organizza corsi, seminari, campi estivi, programmi a lungo termine e tirocini rivolti alle popolazioni ebraica e palestinese per aumentare in loro la consapevolezza di quanto siano complessi il conflitto e la convivenza, per favorire la comprensione reciproca tra differenti identità e per ragionare su tematiche quali potere, stereotipi, pregiudizi, dinamiche in atto, possibilità di trasformazione del conflitto.

Non a caso, il numero delle persone che ha usufruito a oggi di questi programmi supera le 30mila.

La Casa del silenzio (Dumia/Sakinah) dove chiunque voglia può sostare per pregare, riflettere o meditare. E, infine, la Guest House foresteria: luogo di accoglienza prezioso per coloro i qual3 desiderano conoscere il Villaggio, partecipare alle attività della Scuola per la pace e visitare Israele e Palestina.

Non credo sia necessario aggiungere altro – da parte mia – per spiegare come, questa vera e propria comunità di famiglie, abbia a che fare con il tema di cui ci occupiamo in questo numero di DiverCity.

Lo lascio fare alle parole di Samah e Nir, durante il nostro tempo insieme.

Come e perché siete arrivat3 a vivere a Neve Shalom / Wahat al-Salam?

Samah: Vivevo a Gerusalemme con mio marito e mio figlio, ero incinta di nove mesi del secondo bimbo, ma la situazione in città era diventata insostenibile da tanti punti di vista. Così mio marito mi ha proposto di fare richiesta di ammissione al Villaggio. Appena in tempo. Il nostro secondo bambino è nato il 5 ottobre del 2000, in ospedale, a Gerusalemme, città in cui esattamente sette giorni prima era scoppiata la Seconda Intifada. Abitavamo a NSWAS da sei giorni.

Non dimenticherò mai cosa fu attraversare la città quel giorno: tutte le strade erano bloccate, la popolazione in preda al panico, militari dappertutto. Io ero in auto, da sola con il piccolo e avevo un pensiero fisso: la targa della mia automobile, che era gialla (=israeliana) e non verde (=palestinese) ed ero finita -per errore- dalla parte sbagliata del check-point. La prospettiva di diventare -per sbaglio- un obiettivo della rivolta era molto concreta. Perciò, procedevo a passo d’uomo.

Poco fuori dalla città un palestinese bussò al finestrino e mi disse: “Devi suonare il clacson! È il segnale concordato per avvisare gli altri che sei araba nonostante la targa”. Ricordo di aver percorso tutto la strada fino al Villaggio, erano quasi 30 chilometri, suonando ininterrottamente il clacson. Quando sono arrivata a casa mio marito mi è venuto incontro, ma ancora stavo seduta nell’automobile, suonando il clacson, sotto shock.

Nir: Io sono il secondo di cinque figl3. I miei nonni paterni erano originari di Casablanca, Marocco; quelli materni erano tunisini. Io sono, a tutti gli effetti, di origine arabo ebraica. Avevo 14 anni, quando i miei genitori decisero di trasferirsi al Villaggio NSWAS e ho reagito come ogni adolescente del pianeta reagirebbe a un trasloco in cui devedire addio alla scuola e agli amic3. Mi sono incazzato.

Ma non c’è stata discussione, ovviamente. Mio padre non era più giovane, si è sposato tardi, faceva il pastore fino a quando sono nato io; mia madre era un’insegnante e lavorava al Villaggio NSWAS da quasi dieci anni, ma noi vivevamo altrove, a Bet-Shemesh in un contesto nel tempo divenuto ultra ortodosso.

I pensieri politici dei miei genitori erano differenti, orientati a sinistra quelli di mamma e a destra quelli di papà. Anche per questo, mia madre non aveva mai chiesto a nostro padre di trasferirci a NSWAS.

Invece, un giorno, al compleanno di mio fratello minore, che frequentava la scuola di NSWAS, mio padre conobbe la sua insegnante araba dell’asilo, sentì per la prima volta come si rivolgeva al piccolo, come parlava e cantava in arabo, ebraico, inglese, vide la cura che metteva nel crescere i bambinə3 e disse a mia madre: “Veniamo a vivere qui!”.

Il Villaggio ha accettato subito la vostra richiesta di ammissione?

Mio padre era un conservatore ancorato alle tradizioni, politicamente schierato a destra e legato a… Praticamente era un arabo! – esclama Samah con ironia.

Sì! – conferma Nir, e ridiamo tutt3.

Mia mamma, però, non ha mai nascosto le posizioni di papà e quando incontrarono il Comitato di accettazione del Villaggio mio padre si sentì rispondere così: “Noi non abbiamo bisogno di altra gente di sinistra, ce n’è abbastanza. Noi qui abbiamo bisogno di qualcuno come te. Noi vogliamo convincere gli inconvincibili.

In un precedente numero di DiverCity (cfr. IDENTITÀ, marzo 2023) durante un’intervista - dico - abbiamo scritto di come, per unə bambinə, crescere bilingue sia (ed è scientificamente dimostrato) un valore aggiunto dal punto di vista tecnico, nello sviluppo del cervello e nelle connessioni, e dal punto di vista relazionale e sociale, perché apre a ciò che, i più, considerano diverso.

Ma, in questo ragionamento, me ne rendo conto solo ora, abbiamo dimenticato i rapporti di potere e Samah me lo fa notare con sottile ironia, al solito:– La tua visione è troppo romantica. Io, ad esempio, parlo ebraico molto meglio di tant3 ebre3 che conosco (vero Nir? dice lanciando un’occhiata al collega)… – Confermo! – annuisce lui mentre ascolta, attento.– Questo perché, in tutto il mio percorso di studi, da piccola sino all’università e oltre, ho studiato anche l’ebraico. L’ho dovuto studiare: per noi palestinesi cittadin3 d’Israele è obbligatorio imparare la lingua di chi ci occupa e, questo, non è romantico…

(Ecco, penso, cosa significa quando diciamo che l’inclusione non è assoluta, ma varia al variare del contesto culturale in cui si colloca. Grazie Samah.)

Esistono famiglie miste al Villaggio?

Nir: Domanda classica. Sì, ce ne sono alcune e, succede, anche che i figli e le figlie delle famiglie originarie si innamorino fra loro e creino nuove famiglie. È bello che il Villaggio stia crescendo nonostante la sua identità resti la stessa.

I ragazz3 parlano fluentemente arabo e ebraico e, cosa ancora più bella, hanno parole nuove che nascono dall’unione delle due lingue. Per esempio, la parola sababa, in origine araba, oggi viene utilizzata in ebraico per dire “va tutto bene”.

Come è possibile mantenere questo equilibrio all’interno del Villaggio quando, tutto attorno, è caos?

Nir: Se non lavoriamo quotidianamente, ci poniamo domande quotidianamente, ci confrontiamo quotidianamente… quando arriverà un altro 7 ottobre, non ci sarà niente di condiviso fra noi. Invece, continuando a parlare ogni giorno di cosa abbiamo nella testa e di come immaginiamo il futuro, quando arriverà la tempesta, noi la fronteggeremo insieme, uno accanto all’altra. Ed è quello che sta accadendo. Non è nei momenti di crisi che bisogna darsi da fare. Nei momenti di crisi bisogna poter contare sul lavoro fatto prima, per costruire solide reti di fiducia, per strutturare contesti, come il nostro, capaci di reggere l’urto.

Qual è l’impatto del Villaggio fuori dai suoi confini?

Samah: Confrontarsi e vivere nella condizione in cui viviamo noi, investendo sul dialogo costante e sull’educazione, ci fornisce competenze che possiamo poi riutilizzare. Le persone che lavorano alla Scuola per la pace vengono coinvolte ogni giorno in differenti dibattiti, vengono chieste loro in continuazione consulenze su come gestire contesti misti in questa fase così difficile. Vedo che i bambin3 nat3 e cresciut3 nel nostro sistema educativo sono differenti, hanno opinioni proprie, ma sanno fare spazio agli altr3… stiamo facendo un buon lavoro, ecco. La maggior parte di coloro che seguono i nostri seminari, programmi e formazioni viene dall’esterno del Villaggio. Questo garantisce il nostro impatto.

E adesso?

Samah: Adesso come prima. All’inizio di questa guerra, soprattutto le persone ebree erano sotto shock, per noi palestinesi era, purtroppo, un fatto quotidiano confrontarsi con l’esercito, il muro, i check point, la paura, l’occupazione.E nonostante Hamas abbia ucciso anche persone arabe (poiché il suo scopo non era scegliere le vittime, ma diffondere la paura e dimostrare la propria forza) per gli ebrei l’attacco di ottobre 2023 ha generato un terrore senza precedenti.

E, a me, ci è voluto un po’ di tempo per realizzare che la loro paura era reale.

L’attacco ha rievocato in loro secoli e generazioni di paure e interrogativi, perché Israele era già stato il popolo perseguitato in tutto il mondo. Qualcosa, quel giorno, senza dubbio si è rotto. Eppure… per gli ebrei che conosco, con cui collaboro e lavoro, avermi attorno è stato più importante di tutto questo. Perché mi conoscevano. Perché ero io. Eravamo noi. Ci sono famiglie che vivono insieme da quarant’anni. E, questo, è abbastanza per sentirsi al sicuro. Siamo sopravvissu3 a tanto e sopravviveremo anche a questo.

A tratti Samah e Nir parlano fra loro (in ebraico) e io non capisco nulla, ma le espressioni facciali di Samah sono talmente belle che non riesco a evitare di ridere. Li interrompo e le dico:

– Le espressioni del tuo viso sono talmente…-

– Rivelatrici? – Nir completa la frase al posto mio.

– Sì! – esclamo.

– Non riesco a nascondere le espressioni del mio viso – spiega Samah –

- Non voglio – aggiunge con disinvoltura.

– Forse è per questo motivo che non riesci – dico gentile e Samah sogghigna.

La pioggia, che ha iniziato a cadere durante il nostro pranzo, ora batte sul tendone del ristorante per ricordarci che si è fatto tardi. Che, questo tempo, è terminato.

Un giornalista americano, in visita alla Scuola del villaggio in questi mesi così complessi e dolorosi, si approccia con garbo un bambino che gioca, per chiacchierare. Il papà del bimbo sta prestando servizio, come volontario riservista, nell’esercito israeliano. Il giornalista non lo sa, ma Samah sì e si avvicina cauta ai due, per ascoltare la conversazione e, se necessario, tutelare il piccolo dall’esporsi ingenuamente.

Ma, la conversazione che arriva al suo orecchio, va in ben altra direzione.

– Secondo me, – sta spiegando il piccolo J al giornalista – gli aerei dovrebbero essere usati in modo differente, sai?. Invece di portare le bombe a Gaza, dovrebbero portare da lì a qui i bambini, così potremmo giocare tutti insieme.

Nir (sx) e Samah (dx)

www.oasidipace.org • it@nswas.info• wasns.org

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