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Sport4Rights: costruire spazi sicuri per crescere

Lo sport è uno dei principali spazi di crescita per bambine, bambini e adolescenti, ma non sempre è un ambiente sicuro. Per questo Sport4Rights interviene per trasformare lo sport in uno spazio realmente inclusivo e sicuro. Raccontano l’iniziativa Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes, e Francesca Magliulo, direttrice di Fondazione EOS
A cura di Elisa belotti
10 Giu 2026

I dati su bullismo, violenza e cyberbullismo nello sport giovanile mostrano un impatto forte sul benessere psicologico. Che conseguenze ci sono sulla salute mentale di bambine, bambini e adolescenti, oltre che sulla loro sicurezza fisica?
PF: Il progetto nasce con l’obiettivo di intercettare un bisogno reale delle società sportive, emerso con la riforma dello sport che richiede a tutte le realtà di dotarsi di modelli organizzativi orientati alla prevenzione di abusi, molestie e maltrattamenti nei contesti sportivi. Si tratta di un obbligo di legge introdotto nel 2023, ma che affonda le sue radici in un lavoro avviato negli anni precedenti. Già nel 2017, infatti, come Terre des Hommes avevamo avviato un percorso con il CONI per integrare il child safeguarding nei protocolli sportivi, e successivamente, anche grazie alla collaborazione con UEFA, abbiamo sviluppato toolkit e policy specifiche per la tutela di bambine e bambini. Alla base c’è una convinzione forte: il mondo dello sport ha bisogno di rimettere al centro i diritti dei più giovani e di avviare un cambiamento culturale profondo. L’obiettivo è tornare a essere uno spazio di socialità in cui chi lo frequenta possa crescere in un ambiente libero da dinamiche problematiche, considerando anche il rischio legato agli squilibri di potere, che possono facilitare comportamenti abusanti. Le ricerche rilevano che una percentuale molto alta di atleti minorenni ha subito almeno una forma di abuso, spesso di tipo psicologico e tra pari. Questo accade soprattutto in contesti in cui non è possibile prendere parola liberamente o segnalare ciò che si subisce. Le conseguenze sono rilevanti: dall’abbandono precoce dello sport – che riguarda in particolare le ragazze – alla perdita di fiducia in sé e negli adulti di riferimento, fino a comportamenti autolesionistici che hanno effetti anche al di fuori della dimensione sportiva. Si tratta di esperienze che lasciano ferite profonde nelle persone che le vivono. A questi elementi si aggiungono altri fattori che incidono sulla dimensione performativa, ma che sono strettamente connessi alla salute mentale. Vivere in un ambiente tossico significa, per esempio, non vedere rispettati i propri tempi di crescita, non sentirsi libere e liberi di sbagliare o di sperimentare, e trovarsi in contesti in cui allenatrici e allenatori adottano modalità oppressive o violente.

Il progetto insiste molto sulla dimensione culturale, oltre che normativa. Quali sono, secondo voi, i cambiamenti più urgenti da attivare?
PF: Sport4Rights interviene proprio su questo piano, cercando di accompagnare le società sportive, che spesso non dispongono di risorse interne come psicologhe, psicologi o figure legali. Il lavoro parte dall’analisi dei rischi all’interno dei diversi contesti in cui si muove il gruppo squadra – dallo spogliatoio al campo, fino alle trasferte – per poi arrivare alla definizione di policy, codici di condotta e modalità di gestione degli spazi più rispettose e più efficaci, anche per la società sportiva stessa. L’obiettivo è far diventare questi strumenti un elemento culturale centrale, capace di generare un impatto positivo anche sulle performance: è un vantaggio per tutte le persone coinvolte. Un esempio interessante è il modello norvegese, che già da alcuni decenni ha scelto di vietare l’agonismo e le competizioni prima dei 13 anni, garantendo alle bambine e ai bambini la possibilità di giocare. In Italia, invece, si assiste spesso a una pressione eccessiva già a partire dagli 8 anni, più tattica che tecnica. Questo non solo limita il divertimento e la dimensione relazionale dello sport, che dovrebbe essere uno spazio sicuro e di socialità, ma rappresenta anche una forma di pressione che non produce i risultati sperati. Si fatica sempre di più, in alcuni sport di squadra, infatti, ad avere giocatori di livello perché la pressione sperimentata in giovane età è stata eccessiva senza rispettare i tempi di crescita differenti delle e dei giovani atleti. Dal punto di vista normativo, le policy sono obbligatorie, ma quello che spesso osserviamo è un semplice copia-incolla di documenti della federazione. Il nostro approccio è diverso: partiamo dall’ascolto. Cerchiamo di capire qual è la cultura della società sportiva, come vengono vissute le pratiche quotidiane, quali rischi vengono percepiti. Oggi, inoltre, va considerato che un comportamento che un tempo restava confinato a poche persone può diventare rapidamente pubblico tramite i dispositivi digitali. Per questo lavoriamo sulla valutazione delle conseguenze e sulla costruzione condivisa di policy e codici di condotta che rispecchino davvero la cultura della società sportiva. Un passaggio fondamentale è imparare a riconoscere i comportamenti abusanti e sapere come intervenire. Bisogna promuovere una cultura della segnalazione, che non è un tradimento del gruppo, ma un atto di responsabilità: non affrontare certe situazioni rischia di diventare un problema strutturale per l’intera organizzazione oltre che per il singolo. In questo senso, rimettere al centro la salute e la sicurezza di bambine e bambini significa lavorare su più livelli. Lo facciamo attraverso attività sul campo, momenti di ascolto, analisi e formazione con professioniste e professionisti e attraverso una piattaforma di e-learning che utilizza anche l’intelligenza artificiale. Non ci limitiamo al tema del child safeguarding, ma affrontiamo anche aspetti come parità di genere, bullismo e cyberbullismo, comunicazione non violenta, inclusione e nutrizione. Tutti questi strumenti sono messi a disposizione gratuitamente, permettendo anche alle realtà sportive più piccole di accedere a percorsi di formazione qualificati.

Perché Fondazione EOS ha scelto di sostenere Sport4Rights?
FM: Perché incarna in modo concreto la nostra visione: promuovere il benessere delle nuove generazioni intervenendo nei luoghi in cui si formano come persone. Lo sport è uno di questi luoghi e rappresenta uno degli spazi educativi più influenti nella loro crescita. Proprio per questo riteniamo che debba essere anche uno dei contesti più sicuri, equi e attenti ai diritti. I dati sulle violenze e sull’abbandono sportivo ci ricordano però che questo obiettivo non può essere dato per scontato: va costruito con competenze, strumenti e responsabilità con divise. Abbiamo scelto di sviluppare Sport4Rights insieme a Terre des Hommes e Specchio Magico perché agisce su più livelli: la costruzione di una cultura della tutela, la formazione delle persone adulte di riferimento, anche attraverso strumenti digitali avanzati, il lavoro in rete tra organizzazioni, famiglie e società sportive. Per noi è anche un investimento culturale. Significa contribuire a un cambiamento profondo che metta al centro la sicurezza e il diritto al benessere di ogni ragazzo e ragazza. È una responsabilità verso le e i giovani di oggi, ma anche verso la coesione sociale del Paese di domani.

Nel progetto emerge una visione dello sport come spazio di crescita e rafforzamento dell’autostima. In che modo questo approccio può incidere sul benessere?
FM: Lo sport rappresenta uno spazio educativo, relazionale ed emotivo in cui ragazze e ragazzi costruiscono la propria identità, imparano a stare nel gruppo, a riconoscere il valore delle regole e a sviluppare fiducia in sé stessi e nelle altre persone. Per le e i giovani che attraversano situazioni di fragilità, isolamento o esclusione sociale, questo valore diventa ancora più evidente. Lo sport può essere il primo luogo in cui sentirsi riconosciuti, accolti e valorizzati per ciò che si è, non solo per le proprie performance. Può diventare un presidio di benessere psicologico, un antidoto alla solitudine e un acceleratore di autostima e capacità relazionali. Con Sport4Rights vogliamo proprio rafforzare questa dimensione: fare in modo che ogni campo sportivo, ogni palestra, ogni spogliatoio diventi un ambiente capace di proteggere, ascoltare e accompagnare la crescita delle persone più giovani. Crediamo fortemente che uno sport davvero educativo possa prevenire forme di disagio e offrire opportunità di partecipazione ed espressione soprattutto a chi rischia di restare ai margini. È in questi contesti che lo sport esprime la sua funzione sociale più alta: diventare uno strumento di equità e di futuro.

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