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Seni, uova, parole: il corpo femminile secondo Kawakami

A cura di Nicole Riva
25 Set 2025

Natsuko raddrizza le spalle, solleva il mento e inarca la schiena. Poi ruota il busto a destra e a sinistra. A parte la testa e i piedi, nello specchio si vede quasi tutto: il seno, l’addome, la vulva.

Questa immagine tratta da Seni e uova della scrittrice giapponese Mieko Kawakami non è casuale: introduce da subito il corpo femminile come campo di tensioni, domande, desideri e dolori. Il filo narrativo del romanzo non è solo cronologico – articolato in due parti distanti otto anni – ma si sviluppa anche lungo un asse simbolico e corporeo. Si possono distinguere tre nuclei narrativi, ciascuno associato a una parte del corpo e a un personaggio: il seno, l’utero, le ovaie. Makiko, sorella della protagonista, desidera rifarsi il seno per tornare alla forma e alla dimensione precedenti alla gravidanza. Vuole anche schiarire il colore dei capezzoli, per conformarsi a un ideale estetico interiorizzato. Sua figlia Midoriko percepisce tutto questo come un tentativo di cancellare la maternità, di riscrivere il corpo come se la sua nascita non fosse mai avvenuta. In risposta, si chiude in un mutismo selettivo e affida al diario riflessioni sul ciclo mestruale, che per lei è una realtà difficile da abitare.

Nel frattempo, Natsuko – voce narrante – si confronta con un’altra frattura: la propria mancanza di desiderio sessuale, che l’ha portata alla fine della relazione con l’uomo che ama, e il desiderio di diventare madre da sola. Il suo corpo è fertile, ma il cuore esita: può davvero scegliere di avere un figlio senza desiderio? Senza un uomo?

Nonostante alcune riflessioni possano sembrare estreme a lettrici e lettori occidentali, la forza di Seni e uova sta proprio nella sua capacità di mostrare come ogni donna abiti il proprio corpo in modo diverso e come non esista un modello, una grammatica universale del femminile.

In particolare, la narrazione della maternità si allontana da ogni retorica. Sebbene i personaggi vicini a Natsuko le ricordino che «nessuno viene al mondo di sua iniziativa» e che desiderare un figlio da sola può apparire egoistico, lei vive la maternità come un atto di connessione. Il figlio, nella sua mente, esiste già: è una presenza concreta anche se ancora non è stato concepito. «Posso andare avanti senza incontrare mio figlio?» affida a una poesia scritta di getto e poi dimenticata. È impossibile non pensare a Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci, in cui la protagonista immagina un dialogo con la vita che portava dentro di sé. Ma mentre Fallaci scrive dalla ferita e dalla paura, Kawakami sceglie il desiderio come spinta alla costruzione. «Se io posso scegliere il modo in cui diventare madre, allora posso scegliere chi sono»: questa affermazione di Natsuko è il cuore etico e politico del romanzo. Ricorda un’altra figura letteraria che ha avuto il coraggio di affermarsi contro il destino: la protagonista di Una donna di Sibilla Aleramo. Nel romanzo autobiografico del 1906, Aleramo decide di lasciare un marito violento e, per farlo, rinuncia anche al figlio. Un gesto doloroso, che però nasce dalla stessa esigenza di Natsuko: prima ancora che madre, una donna deve essere persona.

La libertà che Aleramo rivendica attraverso l’abbandono, Natsuko la conquista attraverso la scelta. Entrambe rifiutano un’idea di maternità tradizionale, non scelta. Entrambe pagano un prezzo. Entrambe ci ricordano che non si nasce madri: lo si diventa – o si sceglie di non diventarlo – attraverso un percorso che passa per il corpo.

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