
Se toccano unə, rispondiamo tuttə
“Se toccano unə rispondiamo tuttə”: così si legge sul muro del liceo Aristofane di Roma, in risposta a un fatto discriminatorio che ha coinvolto uno studente transgender della scuola. Lo studente, secondo quanto raccontato dalla sua famiglia, avrebbe vissuto mesi difficili dopo che una docente si sarebbe rifiutata di chiamarlo con il nome scelto e di utilizzare i pronomi con cui si riconosceva, dicendo davanti a tutta la classe “tanto sarai sempre una ragazza”.
La situazione sarebbe diventata per lui una fonte di sofferenza e disagio, fino a trasformarsi in un caso pubblico. La vicenda ha portato la scuola a discutere di un tema sempre più presente negli istituti italiani: la carriera alias. Il liceo Aristofane ha poi approvato il regolamento che permette agli studenti transgender di utilizzare a scuola il proprio nome di elezione, cioè quello che sentono corrispondente alla propria identità.
Ma cosa significa concretamente? La carriera alias non modifica i documenti ufficiali e non cambia il nome registrato dallo Stato. È uno strumento interno alla scuola: può riguardare, per esempio, il registro elettronico e le comunicazioni scolastiche. Serve a fare in modo che la quotidianità dentro l’istituto non diventi un ostacolo per chi sta affrontando un percorso di affermazione di genere.
Per molte persone questa possibilità rappresenta un modo per rendere la scuola un luogo più accogliente e sicuro, dove ogni studente possa concentrarsi sullo studio e sulle relazioni senza sentirsi escluso o messo in difficoltà. La carriera alias non risolve da sola tutte le questioni legate all’identità e ai percorsi di affermazione di genere: servono anche formazione per insegnanti e studenti per creare un clima di ascolto e conoscenza. Ma può essere un passo concreto per costruire ambienti scolastici in cui il rispetto non resti solo una parola.
La domanda che questa vicenda lascia aperta riguarda tuttə: che cosa rende davvero una scuola un posto in cui sentirsi parte di una comunità? Forse anche la capacità di riconoscere le persone per come chiedono di essere viste.
Le parole di Anna Maria Fisichella, vicepresidente di AGEDO1
Al momento sono 531 le scuole in Italia che hanno approvato ufficialmente la carriera alias. Insieme all’associazione Genderlens abbiamo elaborato delle linee guida per la sua attivazione nelle scuole ma, in assenza di una regolamentazione ministeriale, ogni istituto adotta poi un regolamento con caratteristiche e specificità proprie.
Esistono inoltre scuole in cui la carriera alias non è stata approvata formalmente, ma nelle quali insegnanti e personale scolastico mettono in pratica buone prassi per facilitare le persone studenti che chiedono di essere chiamatə con il nome di elezione. Ad esempio, permettono di firmare le verifiche utilizzando solo il cognome o adottano altri accorgimenti che contribuiscono a rendere la scuola uno spazio accogliente e sereno.
Tuttavia, quando queste pratiche non sono sostenute da un regolamento ufficiale, se un o una insegnante non è d’accordo non esistono strumenti efficaci per garantire il rispetto di tali indicazioni. È quanto accaduto anche al Liceo Aristofane.
Quello che mi colpisce, e che faccio fatica a comprendere, è perché si debba arrivare a far vivere a una giovane persona tutto questo dolore prima di concederle uno strumento che ha l’obiettivo di farla stare meglio a scuola, permettendole di concentrarsi su ciò che dovrebbe essere il suo compito principale: studiare in un clima accogliente.
La carriera alias è un diritto, non un privilegio. Il punto non è soltanto ottenerla o meno, ma anche quale prezzo si debba pagare per poterla ottenere. Negare questo diritto comporta un rischio enorme: quello di un abbandono scolastico incalcolabile da parte di molte giovani
persone trans.
Attraversare un percorso di affermazione di genere è come attraversare una tempesta. Se si riesce a superarla – e purtroppo non tutte le persone ci riescono – nasce l’orgoglio di poter dire: “Ce l’ho fatta, sono io, sono vivə”. Ma è proprio lì che possono nascere anche le ferite: quelle provocate dal bullismo, dalle umiliazioni e dal dolore che si prova quando non si viene vistə per ciò che si è e si sente di essere invisibili agli occhi del mondo.
Io vorrei che le nuove generazioni non dovessero portarsi dietro queste ferite e potessero vivere con serenità. Forse è un sogno, ma continuerò a lottare perché possa diventare realtà
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