
Se l'AI ci ruba il lavoro, il problema non è la macchina
Il dibattito sull’AI spesso evidenzia una diffusa paura di perdere il lavoro o di vedere mansioni creative e intellettuali automatizzate. Eppure i nodi della questione sembrano essere soprattutto strutturali: il funzionamento del mercato del lavoro e la ricerca spasmodica della produttività. L’AI può allora diventare un’occasione per rimettere in discussione ciò che consideriamo lavoro?
Esiste una tirannia del tempo nel capitalismo: storicamente, l’introduzione di nuove tecnologie (come la lavatrice o l’email) ha spesso alzato le aspettative e accelerato i ritmi, invece di liberare tempo per le persone. Le AI possono diventare un’occasione per invertire questa rotta se smettiamo di usarle per spremere i lavoratori. Se le macchine possono svolgere compiti noiosi o ripetitivi (i cosiddetti bullshit jobs, per citare David Graeber), questo dovrebbe tradursi in una riduzione dell’orario di lavoro e in una redistribuzione della ricchezza, non in nuovi obblighi. Le AI ci rubano il tempo e il lavoro solo se il sistema economico continua a estrarre valore da ogni nostra azione; altrimenti, potrebbero regalarci dei superpoteri per fare meglio e in meno tempo. E dedicarci ad altro. La cura, la manutenzione delle relazioni, l’educazione informale, la produzione culturale diffusa: sono attività che generano valore sociale ma non economico. È questo che dovrebbe guidarci: se l’automazione rende più efficienti alcune mansioni (cognitive e non), potremmo approfittarne per ridurre l’orario di lavoro invece di aumentare la produttività. Per rafforzare il welfare invece di eroderlo. E per ripensare non solo il lavoro ma soprattutto ciò che lo rende una schiavitù: il mercato.
Emerge inoltre una sorta di vergogna silenziosa attorno all’uso dell’AI, soprattutto nei lavori creativi. Le persone la usano ogni giorno ma non lo dicono per timore di giudizi morali o perché vincolate da obblighi contrattuali. Secondo te, che cosa racconta questa omertà diffusa sul nostro rapporto con l’AI?
La vergogna silenziosa che descrivi è molto reale ed è frutto di un media panic simile a quelli visti in passato con l’avvento di internet, del computer. C’è un parallelo storico illuminante: nel 1988, quando Umberto Eco scrisse Il pendolo di Foucault usando un computer, fu criticato da Asor Rosa perché il testo risultava “macchinoso”. Asor Rosa diceva anche che si sentiva, positivamente, che l’ultima parte non era scritta al computer. Oggi nessuno si sognerebbe di criticare un romanzo perché non è stato scritto a mano con la penna d’oca o con la macchina da scrivere. C’è una resistenza culturale ad accettare che la creatività sia sempre stata un processo collaborativo e assistito da tecnologie (dizionari, schemi e ora chatbot). L’uso delle AI viene spesso appiattito sul concetto di AI slop (contenuti spazzatura generati in massa) o di furto di diritto d’autore. Questo porta molti professionisti a nascondere l’uso delle AI anche quando le usano in modo virtuoso e autoriale, per non essere accusati di barare o di non essere veri artisti. C’è anche il mito, il culto della fatica, di mezzo, che, secondo me, la dice lunga su un certo puritanesimo diffuso. Se non fai fatica allora non vali niente, quello che fai non vale niente. Come se la fatica fosse uguale per chiunque, come se dovessimo essere per forza votati a un martirio per ottenere non si sa bene quale fine.
Molte critiche all’AI si concentrano sugli aspetti problematici o discriminatori. C’è modo di vederla invece come una tecnologia intersezionale, che può diventare strumento di accesso e di espressione per chi parte da punti di vista marginali? In questo senso, che cosa significa usare l’AI in modo consapevole?
Non si può far finta che i problemi non esistano. Ma le AI operano in un mondo già attraversato da gerarchie discriminatorie e per questo sono intersezionali. I modelli generativi sono addestrati su archivi digitalizzati che riflettono la concentrazione del potere simbolico: lingue dominanti, estetiche mainstream, centri culturali egemoni. Quando interroghiamo un modello, stiamo interrogando la memoria digitalizzata del capitalismo culturale: le AI riproducono asimmetrie linguistiche, culturali ed economiche. Consumano, sono un oligopolio. Ma l’intersezionalità sposta lo sguardo. Ci costringe a chiederci: chi può usare questi strumenti per averne benefici? Per una persona non madrelingua, un sistema generativo può essere un acceleratore di accesso. Per una persona neurodivergente può abbassare il carico cognitivo. Per una piccola redazione può significare sopravvivenza. Le AI possono funzionare come leve di riequilibrio, se l’accesso non è monopolizzato e se le regole non favoriscono solo chi ha già infrastrutture e capitali (economici, sociali, etc.). L’intersezionalità ci aiuta a vedere chi può permettersi di rivendicare diritti e chi no. Non esistono AI uguali per tutte le persone perché non esistono società uguali per tutte le persone. Se non vogliamo che restino un moltiplicatore delle gerarchie esistenti, bisogna appropriarsene: questo è un approccio consapevole.
Crediti foto: Fulvio Nebbia, IK Produzioni