
Scienze della salute: sono le donne a firmare più ricerche
Le donne non firmano articoli scientifici in fisica classica, quantistica o della materia condensata. Ma, al contrario, superano il numero degli autori in ambiti legati alla salute. A confermarlo, l’analisi pubblicata qualche mese fa da Nature. Guardando dove pende la bilancia a livello mondiale sul genere di chi firma i paper accademici su giornali specializzati, la rivista inglese ha creato il suo primo “Nature Index Gender Ratio”, un’analisi effettuata su oltre un milione e mezzo di autori e autrici che hanno pubblicato articoli tra il 2015 e il 2024.
L’evidenza principale più netta è la persistente e diffusa prevalenza maschile tra le firme. Con, però, alcune eccezioni – che danno ragione al tema di questa rubrica, in questo numero dedicato ai corpi. Nella lista delle riviste che si occupano principalmente di scienze della salute, le prime 14 posizioni sono tutte occupate da pubblicazioni in cui almeno il 50% degli articoli vede un nome femminile tra le firme. E, andando a considerare i giornali in base alle percentuali di autrici presenti, ai primi 50 posti si trovano titoli che si occupano di ricerca in ambiti della salute e della biologia.
Presentando il suo studio, Nature specifica: «il gap di genere nella pubblicazione scientifica si sta assottigliano, ma la percentuale di ricercatrici resta bassa in molti Paesi e territori, e in (certi) campi». Una conferma di questo arriva anche guardando ai soggetti più studiati dalle ricercatrici e quelli che nel tempo hanno conosciuto le crescite più significative verso un migliore equilibro tra autori e autrici. In entrambi i casi si tratta quasi sempre di medicina riproduttiva, pediatria, scienze della nutrizione, epidemiologia e microbiologia medica. Nel 2024 infatti, solo in questi ambiti il numero donne superava la parity zone, l’area dell’equilibrio, cioè una percentuale tra il 40 e il 60%. Inoltre, nel corso dei dieci anni e in tutti gli ambiti considerati, la presenza di autrici è aumentata soprattutto nella medicina riproduttiva (+9%), nell’epidemiologia (+6,9%) e nella microbiologia medica (+6,5%).
Guardare all’impatto numerico delle firme femminili su riviste specializzate permette anche di tratteggiare alcune caratteristiche relative alla partecipazione stessa delle donne nello sviluppo delle ricerche. E del loro contributo potenziale nei diversi settori, anche a partire da quante si interessano di un certo settore. Se infatti la pubblicazione su riviste riconosciute è l’apice di un percorso di ricerca, non sorprende troppo lo squilibrio persistente già a partire dal numero di quanti scelgono certi percorsi dopo le superiori. Non è mistero, per esempio, che per quanto in aumento, restano ancora poche le studentesse nelle facoltà di fisica o matematica. Per quanto poi, certo, non è solo la scelta iniziale a determinare l’impatto degli approfondimenti poi preferiti, indubbiamente le percentuali di partenza hanno un effetto.
Questa situazione sbilanciata nei numeri si rileva anche nella presenza/assenza di modelli di ruolo nelle posizioni di leadership. Al punto da condizionare, apparentemente, la composizione dei gruppi di ricerca. Secondo alcuni studi, infatti, ricercatrici alla guida di team di studio sembrano più propense a “portarsi dietro” altre colleghe. Lo rilevava un’analisi australiana effettuata in un arco di 20 anni a partire dal 2000: tra i gruppi di ricerca finanziati dal governo, quelli a leadership femminile registravano una maggiore presenza di studiose (32%) rispetto a quelli guidati da scienziati (24%).
Per quanto il cambiamento sia in corso, comunque al momento le pubblicazioni scientifiche restano appannaggio maschile. Tanto che solo in tre nazioni al mondo, Stati Uniti, Canada e Francia, la quota di autrici supera il 30%, con Regno Unito (29%) e India appena dietro (28%). All’estremo opposto si trova il Giappone: qui solo il 16% degli articoli vedono una firma femminile.