
Ricami di Spazio: costruire parità nella convivenza delle differenze
The best freedom is being yourself - Jim Morrison
Brano musicale consigliato come sottofondo per la lettura: Clara Wieck-Schumann, Piano Concerto in A minor, Op. 7: II. Romanze
Carriere senza genere
Che cosa può generare l’incontro tra una scienziata, uno storico e un’artista chiamati a condividere uno stesso tavolo di lavoro?
L’occasione per cui mente, memoria e creatività si sono incontrate è scaturita dalla speciale sinergia tra persone, competenze e istituzioni nata attorno alla mostra Figlie dell’Infinito, dell’artista Ilaria Margutti, a cura di Silvia Bonomini. Mostra inserita nelle celebrazioni per la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne 2025 dall'Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna.
In questo contesto, la Sezione AIDIA di Bologna ha promosso una giornata di formazione ad alta densità interdisciplinare, per riflettere su una tematica moderna che affonda le radici in retaggi antichi: la parità di genere. AIDIA (Associazione Italiana Donne Ingegneri e Architetti) opera sul territorio nazionale mossa dall’obiettivo di promuovere la cultura, la ricerca e la professione, e nello specifico di valorizzare il lavoro e la carriera femminile nell'architettura e nell'ingegneria. Valorizzare è parola che esprime il senso dell'azione importante che viene portata avanti, ancor più se riferita al contesto attuale, tuttora afflitto pesantemente dal divario di genere, fenomeno che continua a manifestarsi in forme diverse, spesso sottili, e coinvolge aspetti culturali, economici, politici e relazionali.
Cambiare è necessario, vantaggioso e possibile, ma richiede consapevolezza sociale e comprensione multidimensionale del problema, così da poter costruire soluzioni adeguate e sostenibili e instaurare nuove pratiche e abitudini.
La tematica dell'accesso a pari opportunità e pari condizioni a prescindere dal genere rappresenta un banco di prova cruciale per valutare il grado di maturità culturale e democratica del Paese. Assicurarne l'accesso significa dare piena attuazione, giorno dopo giorno, ai principi fondamentali di libertà e uguaglianza.
Il seminario promosso da AIDIA Bologna si colloca nell'ampio campo delineato dalla EU Gender Equality Strategy (2020-2025). L'opera di Ilaria Margutti ha creato il ponte di creatività per la riflessione di valore formativo. Nel segno dell’approccio STEAM, Amalia Ercoli Finzi, scienziata, pioniera dell’ingegneria aerospaziale, e Alessandro Vanoli, storico e divulgatore, hanno guidato il dialogo e la tavola rotonda che ha raccolto figure professionali provenienti da ambiti diversi: scientifico, umanistico, sociologico e civico. La giornata di formazione ha inteso aprire una finestra sul futuro per favorire la cultura del cambiamento.
Parità di genere: una sfida antica nelle transizioni del presente
Eliminare le diseguaglianze di genere costituisce una delle sfide più ampie e trasversali del nostro presente, collocata dall'ONU tra le priorità dell’Agenda 2030, come obiettivo di sviluppo sostenibile n. 5 (SDG 5).
La parità di genere è una questione storica di lunga data, che oggi assume nuove forme e interseca dinamiche di cambiamento globali come la digitalizzazione, la transizione ecologica e i mutamenti demografici. Tanto attuale quanto ardua: le analisi statistiche prospettano che il traguardo del superamento delle disuguaglianze non potrà essere raggiunto prima di ulteriori cinque generazioni, con differenze sensibili in molte parti del mondo (fonte: World Economic Forum, Global Gender Gap Report 2025).
Non è un tema marginale, né tantomeno una battaglia solo delle donne. L'alleanza di genere è un concetto chiave: per raggiungere un efficace cambiamento culturale il ruolo degli uomini è cruciale. La svolta – di cui abbiamo davvero bisogno – riguarda l'intera società, a tutti i livelli e in ogni fascia d’età. E si costruisce insieme.
Tessere connessione
«Dunque, in certo senso, tutto è fisico, ma nello stesso tempo tutto è umano». Edgar Morin1
Il seminario ha come premessa la convinzione che, oggi più che mai, gli interventi per l'equilibrio di genere richiedano di riscoprire e valorizzare le qualità intrinseche delle persone. Siamo parte di una rete di esseri umani: al di là delle interazioni virtuali mediate dalla tecnologia, la base di tutto restano l'umanità e i legami reali tra le persone.
Il filo che ha unito le diverse tematiche del seminario ha assunto le molte sfumature racchiuse nell’idea di connessione: relazioni interpersonali, punti di vista differenti, integrazione di abilità ed esperienze, legami interdisciplinari che incrociano dati e conoscenze differenti.
Il concetto di relazione richiama l'importanza del contributo offerto dalla comunità, il valore dell'intelligenza collettiva, dell'impegno civico e professionale. Relazioni autentiche e collaborative, dove l'unicità delle persone si integra in un insieme armonioso.
Proprio come l'immensità del cielo, da sempre punto di riferimento nello sviluppo dell'umanità, rappresenta un sistema in armonia e ci insegna a guardare oltre i nostri limiti. Con le parole di Amalia Ercoli Finzi: «L'universo ci insegna la meraviglia della diversità e la potenza dell'inclusione, un connubio che dà modo a ciascuno di esprimersi al meglio e all'intero sistema di arricchirsi di sempre nuove competenze. E in questa realtà cosmica trova posto anche la vita, la nostra vita, un vero miracolo data la sua fragilità e ad un tempo un prezioso tesoro per la sua creatività: non dobbiamo assolutamente consentire che i nostri comportamenti stolti la mettano in pericolo perché sarebbe una grande perdita per l'intero universo!».2
Ascolto, dialogo e cooperazione guidano il superamento dei limiti individuali. Collettivamente, gli ambienti che accolgono la pluralità di voci e di approcci generano soluzioni più creative, sostenibili e adeguate alla complessità delle sfide contemporanee. È in questo laboratorio sociale di interazioni che l'innovazione prende forma. Il dialogo tra visioni differenti, assume così un ruolo chiave per mettere in discussione certezze e abitudini consolidate e progredire efficacemente verso nuove dimensioni.
Si aggiunge poi anche una questione di responsabilità individuale e sociale, che non è di poco conto: la consapevolezza dell’impatto delle proprie azioni sugli altri e sull'ambiente circostante. Chi, come noi, opera nel settore tecnico-scientifico – dall’architettura all’ingegneria, attraverso la professione, la ricerca e l’insegnamento – partecipa attivamente a un sistema che contribuisce alla crescita del Paese e al miglioramento della qualità della vita. La nostra attività dà forma a spazi e infrastrutture, restaura e rinnova il patrimonio esistente, realizza impianti e reti informatiche e via dicendo.
Il nostro lavoro produce anche effetti meno visibili, ma non per questo meno incisivi: crea e cura nuove relazioni tra individui, genera strumenti di connessione, rafforza legami. In definitiva, l’impronta che la nostra professione lascia riguarda anche la capacità di accrescere il senso di appartenenza e di contribuire alla costruzione di comunità. In questa prospettiva, essa è – o dovrebbe essere – al servizio della società. Su questa responsabilità sociale si innesta un tema più ampio: la necessità, nella società contemporanea, di formare cittadini consapevoli, solidali e capaci di confrontarsi attivamente con la complessità del mondo in cui viviamo.
La metafora della complessità del reale come un tessuto formato da fili eterogenei che, intrecciandosi, ne modellano la forma, contiene un'eco antica ma sempre attuale. Nella formulazione del grande filosofo Edgar Morin questa immagine assume un valore particolarmente rilevante nel riferimento alla moderna frammentazione del sapere in specialismi isolati. Da qui la necessità di coniugare la conoscenza delle parti. Scrive ancora: «Complexus significa ciò che è tessuto assieme […]. La complessità è, perciò, il legame tra l’unità e la molteplicità. […] l’educazione deve promuovere una “intelligenza generale” capace di riferirsi al complesso, al contesto in modo multidimensionale e al globale».3
Una complessità e un rinnovamento che abbracciano anche la trama profonda delle relazioni umane e sociali. Scavando nel tempo, si intravedono le tracce di un ritorno a un umanesimo rinnovato. Per affrontare le trasformazioni accelerate del presente, è necessario ripensare i paradigmi tradizionali e integrare le dimensioni sociali, culturali, tecnologiche ed etiche. In questo quadro, la disparità di genere emerge come fenomeno emblematico e trasversale, che richiede una revisione profonda dei modelli consolidati e penalizzanti, per avanzare verso una società più equa e inclusiva.
Cultura e responsabilità
Per spiegare meglio il rapporto tra il seminario formativo e la mostra d'arte Figlie dell’infinito, di Ilaria Margutti, merita soffermarsi un attimo sulla transizione dall'approccio STEM al nuovo modello STEAM, all'interno del quale si inserisce a pieno titolo la nostra giornata di formazione.
È ampiamente riconosciuto che le discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (STEM) rivestono un ruolo cruciale nella società odierna. La riformulazione dell'approccio come STEAM (Science, Technology, Engineering, Arts, Mathematics), con l'introduzione delle Arts, rappresenta un cambiamento radicale e di grande rilievo per abbracciare una dimensione complessa. Includere le arti – intese nel senso più ampio di humanities, arti visive, performative, letterarie e filosofiche – nella definizione dell'approccio formativo ed educativo significa riconoscere il ruolo che esse svolgono nello sviluppo cognitivo e nella coesione sociale, insieme al valore intrinseco dell'identità culturale, dell'immaginazione e della sensibilità umana.
L’immaginazione letteraria e artistica consente di vedere il mondo attraverso gli occhi altrui, favorendo un cambiamento nella percezione sociale e nel modo in cui lo immaginiamo. Ricade nell'ambito dell'emozione, del sentire umano. La ragione rappresenta la capacità umana di analizzare, valutare e prevedere. È lo strumento che ci permette di orientarci nel mondo con lucidità, di distinguere e di prendere decisioni ponderate. Numerosi studi ritengono che quando i due grandi ambiti del pensiero scientifico/logico e umanistico/creativo sono pensati come un intreccio contribuiscono positivamente sia al benessere individuale che a quello collettivo.
Nella nostra epoca, segnata da automazione crescente e sovrabbondanza informativa (non sempre verificata), l'approccio così definito, rappresenta una forma di inclusività del sapere che intreccia analisi ed empatia, ampliando gli orizzonti della formazione contemporanea. Si configura quindi come un potente strumento per sviluppare le attività intellettive: incoraggia a interrogare, dubitare, decostruire e reinventare. Affina il pensiero critico e alimenta la ricerca, migliorando la capacità del problem solving in contesti reali.
Un pensiero – e dunque un’educazione – capace di educare all’interezza, alla profonda unità del sapere e alla complessità restituisce una visione dell’innovazione più ampia e autenticamente umana. Rappresenta una scelta politica, culturale e pedagogica: formare non solo tecnici competenti, ma persone, creative e responsabili, capaci di pensare, scegliere, scuotere certezze, liberare dalle formule preconcette: cittadini critici, partecipativi e consapevoli, in grado di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e delle loro ricadute sugli altri.
Trent'anni fa, il Rapporto Delors (1996) ha introdotto la prospettiva dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita e individuato i quattro pilastri dell’apprendimento: imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a vivere insieme e imparare a essere. Una pietra miliare che continua, ancor oggi, a essere di stimolo. Una visione che è stata riconosciuta come premessa indispensabile per qualsiasi progetto democratico. Proseguendo su questa traiettoria, includere le arti nei percorsi educativi assume un ruolo essenziale. Significa imparare a sentire, aprendo la strada a una dimensione decisiva per il presente: imparare a pensare, capacità oggi necessaria più che mai.
Figlie dell'Infinito: rompere la centralità del maschile
All’interno del dialogo tra il seminario e la mostra Figlie dell’Infinito le opere di Ilaria Margutti, ispirate al lavoro delle donne scienziate, hanno restituito la forza di una prospettiva capace di rompere la centralità del maschile. Più che un gesto celebrativo, la ricerca di Margutti si configura come un dispositivo di interrogazione, che mette in crisi le gerarchie del sapere e invita a ripensare il rapporto tra visibile e invisibile, tra conoscenza scientifica e dimensione simbolica. L'invito è a coltivare la propria forza, a credere nelle proprie capacità e a mantenere viva la curiosità verso il funzionamento del mondo, libere da timori indotti da sterili retaggi ingabbianti.
L’infinito evocato nel titolo non è una categoria astratta, ma un’esperienza che apre a orizzonti nuovi e a costruire ponti dove la società alza muri: la possibilità di ideare mondi in cui la realizzazione di sé possa avvenire senza limitazioni di genere, senza incontrare barriere ingiustificate. Le relazioni cosmiche indagate dall’artista raccontano un’armonia antica e un potenziale femminile che attraversa lo spazio. Le opere esposte parlano di ricerche scientifiche e di intuizioni femminili che hanno scavato nelle leggi dell'universo e intravisto brandelli di ordine nel caos dell'ignoto.
Collegando passato e futuro, il messaggio dell'artista si sofferma sulla forza e la resistenza femminile, narra del potenziale che sebbene marginalizzato – e a volte occultato – persiste come una forza creatrice latente, pronta a riemergere e rigenerare il tessuto della realtà. L’arte di Ilaria Margutti indaga e connette. Non divide, ma integra, con la consapevolezza che ogni forma è incompleta, ogni sapere è in relazione, ogni confine è un passaggio. Le sue trame diafane – tessute di tempo e sensibilità – diventano un dispositivo per riflettere a tutto campo sul senso delle connessioni: tra le persone e tra la dimensione sensibile e quella razionale della conoscenza.
Con questa forza, fondata sull'empatia, sul pensiero critico e sulle relazioni, è capace di infrangere schemi consolidati, per rinnovarli. A partire dalla scelta di espressione attraverso una materia e una tecnica da secoli caricate di un potenziale metaforico altissimo: il tessuto e il ricamo.
Il filo che trapassa il tessuto ha il valore di un diagramma spaziale, una forma di calcolo poetico per contestualizzare il percorso umano nell'universo. Ogni punto ricamato è una decisione geometrica e, al tempo stesso, una sospensione contemplativa. L’ago diventa un’estensione della mente che attraversa il confine tra corpo e idea, tra calcolo e intuizione, tra il caos e l'ordine. Entrare nel mondo dell'arte per Margutti ha il senso profondo di esplorare il mondo da un altro punto di vista, addentrandosi nella parte nascosta del reale. Il ricamo, spiega l’artista, ha una mappa visibile e insieme registra il movimento della mano sulla parte che sta dietro: «In un tessuto ricamato vediamo i punti divisi e poi appena lo giriamo troviamo che tutti i fili sono collegati. È su questo invisibile che noi ogni giorno camminiamo».
Il retro parla di movimento, di percorsi: è la mappa delle decisioni, dei gesti, delle scelte fatte per ottenere la soluzione ottimale. Guardarlo significa allora scoprire un sistema di punti collegati, metafora della rete di connessioni che ci avvolge, invisibile ma fondamentale.
Cambiare punto di vista: quando le differenze diventano spazio condiviso
Ogni volta che guardiamo le cose da un’angolazione nuova o con una mentalità diversa, riusciamo a scoprire possibilità che prima non vedevamo. Cambiare prospettiva ci permette di superare i limiti che pensavamo esistessero e di avvicinarci un po’ di più a ciò che prima sembrava incomprensibile o irraggiungibile.
La doppia prospettiva che dà il titolo alla giornata di studio richiama lo sguardo libero di muoversi verso ogni direzione. Doppia come la percezione umana, che si avvale di cervello e cuore, perché la persona è un equilibrio di ragionamenti e emozioni, logica e creatività e, in questo senso, va intesa nella sua interezza. Doppia perché apre uno spazio in cui la dualità tra esigenze individuali e quelle della società in cui viviamo si ricompone nell’incontro e nel dialogo. Da questa dinamica scaturisce la forza di superare barriere, condizionamenti e pregiudizi.
Lo spazio condiviso non nasce dall’omologazione, ma dal valore riconosciuto alla pluralità di sguardi e alla sintesi tra competenze e talenti diversi. È qualcosa che va oltre il luogo fisico: è lo spazio in cui ogni persona può esprimere la propria voce, offrire il proprio contributo umano e professionale, elaborare cultura attraverso il confronto autentico. Uno spazio che esiste proprio perché le differenze si riconoscono, interagiscono e diventano la trama di una comunità capace di crescere.
La trama sottile del noi
«La storia è fatta soprattutto di incontri, di scambi, di contaminazioni inaspettate. Certo, la diversità è stata fonte di scontro e di guerra ma è stata anche il respiro stesso del mondo, la forza che ha permesso trasformazioni e cambiamenti». Alessandro Vanoli4
La cultura di cui abbiamo bisogno è quella che vede nell’altro non una minaccia, ma una possibilità. La diversità intesa come una risorsa e un'occasione di sviluppo, un'opportunità per ampliare gli orizzonti, per promuovere l'incontro tra prospettive, esperienze e competenze.
La cultura che auspichiamo è un processo continuo che forma le persone, alimenta la curiosità e consente agli individui di svilupparsi pienamente. Essa unisce in sé due dimensioni: è ciò che impariamo e, al tempo stesso, ciò che diventiamo grazie a ciò che impariamo (Vanoli). Una società culturalmente viva è in grado di difendere l’idea che tutte le persone – indipendentemente dal genere, dal censo, dalla provenienza – siano uguali e abbiano diritto a pensare, imparare, partecipare.
Il modo in cui una società decide chi può formarsi, crescere, emanciparsi ne plasma la struttura. Riverbera nei ruoli professionali e nelle aspettative sociali ed economiche, definendo chi ha il potere, chi prospera e come vengono distribuite le risorse e le opportunità. Né ieri né oggi, purtroppo, è mai stato scontato che tale accesso sia realmente garantito a tutte le persone. Basta guardare alla storia recente per vedere quanto lunga sia stata (e continui a essere) la lotta delle donne per poter studiare, lavorare, partecipare alla vita pubblica. Un punto focale, dunque, nella parità di genere.
Il rispetto delle differenze è un concetto che va oltre la semplice tolleranza, per definirsi come autentica convivenza delle differenze, secondo la più recente formulazione di Fabrizio Acanfora, sviluppata da Vera Gheno. Un'espressione concettualmente ricca, dove l'idea di convivenza pone l'accento sulla reciprocità dell'interazione e insieme suggerisce un luogo di vita comune, uno spazio condiviso appunto, di esperienza quotidiana. È una trama invisibile fatta di fili sottili che si intrecciano giorno dopo giorno, di linguaggio e di gesti. Da questi fili nasce il senso profondo del noi: capace di costruire un futuro che non si impone, ma che si tesse insieme, con attenzione, ascolto e responsabilità.
Talento in ombra: non è una questione di capacità, ma di opportunità
La cultura è anche il luogo in cui si gioca la battaglia contro gli stereotipi, contro i ruoli di genere rigidi, contro l’idea che maschi e femmine abbiano destini già scritti. L'analisi delle ragioni e delle dinamiche che alimentano la disparità di genere mette in luce meccanismi sbilanciati – densi della compenetrazione tra dimensioni sociali, culturali e normative – e condizioni strutturali che ne perpetuano l'esistenza in molteplici ambiti della società.
Talento e merito, eccellenza e qualità sono senza dubbio motori di sviluppo indipendenti dal genere e rappresentano una leva strategica per l’innovazione. Tuttavia, sussistono delle specifiche condizioni al contorno che devono verificarsi affinché il talento emerga. Oltre la retorica del premiare il merito, resta urgente interrogarsi su chi abbia davvero accesso alle opportunità per dimostrare competenze e abilità, e su quali condizioni rendano autenticamente equo il processo di valorizzazione del talento. Può esistere una vera meritocrazia senza equità di partenza? E di cosa ha bisogno il talento per svilupparsi pienamente?
Il talento è linfa vitale per innescare il cambiamento. Non è una dote isolata, ma una potenzialità che può essere sviluppata ulteriormente attraverso la pratica, l'allenamento mirato e contesti favorevoli. Per emergere necessita del sostegno di opportunità reali di crescita. Ma il concetto di merito rischia di contenere meccanismi di esclusione, se non è sostenuto da politiche capaci di riconoscere il valore del capitale umano femminile e di garantire pari accesso alle risorse, alle opportunità e pari condizioni di percorso e di trattamento.
L’accesso a pari opportunità e la parità delle condizioni sono due dimensioni distinte ma complementari del problema:
- l’uguaglianza delle opportunità assicura che tutte le persone con le competenze necessarie possano partecipare ai processi decisionali e professionali;
- l’uguaglianza delle condizioni, invece, garantisce che tale partecipazione non sia ostacolata da barriere asimmetriche che penalizzerebbero soltanto alcuni gruppi, e nel caso in esame, le donne.
La lista delle penalizzazioni che riguardano la carriera femminile, è lunga, articolata tra barriere strutturali, pregiudizi inconsci, stereotipi, divario retributivo, sottorappresentazione nei ruoli dirigenziali e nei settori ad alto reddito. Si snocciola nelle forme delle discriminazioni esplicite o latenti, nel minore riconoscimento, nelle microaggressioni e in condizioni strutturali inique, come carichi familiari sbilanciati, scarse misure di conciliazione vita-lavoro, retribuzioni inferiori.
Il divario risulta ancora più marcato nei settori tecnico-scientifici, dove la sottorappresentazione femminile e l’abbandono delle carriere scientifiche, tecnologiche e ingegneristiche sono influenzate pesantemente, oltre che dall'assenza di supporto adeguato, da retaggi culturali persistenti che continuano ad associare le donne prevalentemente a funzioni di cura, ostacolandone l’accesso e il pieno riconoscimento.
Eppure, si tratta di un settore lavorativo che in Italia avrebbe urgente bisogno di persone competenti, indipendentemente dal loro genere. Affrontare il tema del lavoro significa confrontarsi con questioni identitarie, valoriali e collettive.
È ampiamente riconosciuto che il lavoro costituisce uno dei principali ambienti per la costruzione dell'identità sociale. La posizione occupata nel mondo produttivo si traduce in dispositivo di riconoscimento – o di mancato riconoscimento in caso di discriminazioni di genere – che influisce profondamente sulla costruzione di sé. Per le donne le dinamiche penalizzanti che abbiamo elencato producono fatica, disagio, tensione costante tra il desiderio di esprimere la propria soggettività e le limitazioni imposte dal contesto produttivo.
Le pratiche quotidiane di resistenza, rappresentano allora un tentativo di preservare la propria identità in ambienti ostili. E anche qui la casistica è ampia: dalla capacità di sopportare condizioni dure, di tenere insieme ruoli multipli, all'adattamento e alla negoziazione di compromessi.
Un peso che spesso resta nascosto e che si ripercuote sul benessere e sulla percezione del proprio valore. Argomento di cui si parla ancora troppo poco e che di fatto rappresenta, oltre a un'iniquità, uno spreco di risorse e di energie fisiche ed emotive che potrebbero essere investite in modo ben più efficace altrove.
Una maggiore equità tra donne e uomini nella forza lavoro si traduce in una più ampia disponibilità di competenze, nel miglioramento delle performance organizzative, in una maggiore capacità di attrarre e trattenere talenti. In definitiva, nel raggiungimento di risultati di qualità superiore. La parità di genere è molto più di un diritto sancito sin dalla nostra Costituzione o di una semplice questione di giustizia sociale, ma rappresenta un fattore strategico per la crescita economica, lo sviluppo sostenibile dell'intera società, il futuro delle nuove generazioni. La forza delle donne va riprogettata riconoscendone il posto nel lavoro e nella società.
Il cantiere dell'uguaglianza. Rigenerare la cultura, trasformare i sistemi
Ristabilire l’equilibrio in termini di parità richiede un impegno collettivo orientato alla costruzione di una cultura inclusiva, nella quale il talento possa esprimersi liberamente e la differenza essere riconosciuta come risorsa. Nell'attuale contesto di profonde trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche, non esente da tensioni globali, la cultura del rispetto e della diversità rafforza la coesione e la resilienza delle nostre comunità. Rappresenta un modo di essere, prima ancora che di fare. Ciò implica un’azione educativa capace di scardinare pregiudizi, preclusioni e paradigmi tradizionali, contrastando ogni forma di discriminazione e abbattendo gli stereotipi che ancora limitano il potenziale umano.
Ogni barriera smantellata è una conquista verso nuove opportunità per le donne di oggi e di domani. Alle trasformazioni culturali vanno affiancate le riforme sistemiche, attraverso azioni istituzionali, educative ed economiche.
Garantire pari condizioni significa assicurare percorsi professionali realmente equi, sensibili alle vicende personali, liberi da ostacoli strutturali e fondati su un trattamento paritario, anche in termini retributivi. Strumenti essenziali da impiegare sono le politiche di conciliazione vita-lavoro, i congedi equamente distribuiti e i modelli organizzativi flessibili, insieme alla promozione di una leadership inclusiva e del ruolo delle donne nei processi decisionali, così come il sostegno all’imprenditoria delle donne.
Custodire la democrazia
Il riconoscimento e il rispetto della diversità costituiscono il fondamento della vita democratica. Garantire a ogni persona pari opportunità e pieno accesso alla valorizzazione del talento, nella cultura e al lavoro, significa tutelarne l’unicità e permetterne la piena espressione: un principio di equità e inclusione inscindibile dall’idea stessa di uguaglianza e libertà. La democrazia rende possibile la creazione di uno spazio in cui opinioni, culture e stili di vita differenti trovano valorizzazione e coesistenza, e i contrasti si risolvono in soluzioni pacifiche. Si concretizza nel linguaggio che usiamo, nel modo in cui comunichiamo, nel rispetto con cui diamo valore alle altre persone senza lasciarci condizionare da idee preconcette.
La democrazia vive dell'equilibrio dinamico tra l'io e il noi. È un'opera collettiva mai finita, che cambia con le generazioni e continua a esistere solo se supportata da un progetto condiviso, difeso quotidianamente. È un bene relativamente giovane, fragile e prezioso, pertanto da custodire con costanza e responsabilità. In questo contesto, riconoscere e contrastare la disparità di genere è un atto che rinnova la qualità della convivenza civile, poiché la democrazia vive nella cura con cui sa includere voci, esperienze e talenti; fiorisce nelle differenze che riesce a sostenere, negli spazi che riesce a rendere abitabili per tutte le persone. Dove questa cura si interrompe, non si perde soltanto un diritto: si incrina l'architettura stessa della vita pubblica e democratica.
La democrazia è un tessuto fatto dai fili della cittadinanza, delle istituzioni, delle relazioni sociali: tessendo insieme le differenze, la trama acquisisce coerenza, e il disegno bellezza. Punto dopo punto, la forza femminile narra la sua storia. Un ricamo fatto di gesti, ribellioni, lotte e conquiste, nato da un intreccio paziente di identità, sforzo e costanza. Il retro della tela svela un cammino spesso controvento, necessario per opporsi a una storia che ha negato diritti, limitato l’azione e oscurato la visibilità.
Il disegno che tratteggia il cambiamento si ispira all'armonia del cosmo: un universo di possibilità dove ogni persona segue la propria traiettoria, libera di risplendere della propria unicità. Lo spazio delle donne è il luogo in cui la presenza femminile genera nuove energie, si rafforza e si espande. Non un angolo da ritagliare per riparare secoli di marginalizzazione, ma un orizzonte da vivere: luminoso, necessario, infinito.
Riferimenti bibliografici e sitografici
- G. Bocchi e M. Ceruti (a cura di), La sfida della complessità, Feltrinelli, Milano 1985
- S. Bonomini (a cura di), Figlie dell'infinito. Catalogo della mostra, Assemblea Legislativa della Regione Emilia.Romagna, Bologna 2025
- F. Florenzano, E. Morin, J. Delors, L'educazione ovvero l'utopia necessaria. Il valore dell'apprendimento continuo nella società contemporanea, EdUp, Roma 1998
- V. Gheno, Potere alle parole: perché usarle meglio, Einaudi, Torino 2019
- E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell'insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina editore, Milano 2000
- M. C. Nussbaum, Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities, Princeton University Press, 2010
- UNESCO, Learning: The Treasure Within (Rapporto Delors), 1996
- La “Convivenza delle Differenze” pubblicato su fabrizioacanfora.eu
- Figlie dell’Infinito | Exhibit L’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna celebra l’8 marzo con la mostra “Figlie dell’infinito” di Ilaria Margutti a cura di Silvia Bonomini, pubblicato su ilariamargutti.com
In foto: Ilaria Margutti, Figlie dell'infinito black - 2024 - Ricamo a mano su doppia tela sintetica trasparente e cotone - Dall'atelier dell’artista - Fotografia di Elisa Nocentini
- Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell'insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina editore, 2000, p. 121. ↩︎
- Silvia Bonomini (a cura di), Figlie dell'infinito. Catalogo della mostra, Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna, 2025, p. 11. ↩︎
- Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina, 2001, p. 38. Il concetto di complexus è introdotto già in Morin, Le vie della complessità in Gianluca Bocchi e Mauro Ceruto (a cura di), La sfida della complessità, Feltrinelli, 1985, pp. 49-60. ↩︎
- Figlie dell'infinito, p.10. ↩︎