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Radici antiche, lotte moderne: la violenza di genere tra eredità culturale e riforme

A cura di Francesca Bandieri
04 Dic 2025

Questo articolo ha l’unico obiettivo di offrire alcuni spunti storici sulla condizione e il ruolo della donna, dalla Roma antica a oggi, segnalando i primi traguardi raggiunti. Non pretende certo di esaurire un tema vastissimo – per il quale non basterebbero vite intere di studio – ma di suggerire una chiave di lettura sulle radici culturali che ancora condizionano la realtà contemporanea.

Secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, nel mondo è stato colmato solo il 68,8% del divario di genere: restano forti disuguaglianze soprattutto nella partecipazione economica e nella rappresentanza politica. Un dato che invita a riflettere su quanto la parità non sia ancora un punto d’arrivo, ma un processo fragile, che richiede memoria storica e impegno collettivo.

Antica Roma: forme istituzionali del controllo
Nell’antica Roma la posizione della donna era definita da istituti giuridici e da pratiche familiari che privilegiavano il controllo maschile: la patria potestas e il potere del pater familias, le norme sul matrimonio e sull’adulterio, così come la valutazione sociale del decoro, creavano contesti in cui la sessualità femminile era oggetto di normazione e, spesso, di violenza tollerata o non adeguatamente perseguita. Anche se esistono esempi di donne influenti e agenti politici, l’architettura giuridica e simbolica romana tendeva a normalizzare rapporti di potere asimmetrici fra i generi.

Dal Medioevo all’età moderna: continuità di senso
Con la cristianizzazione e il consolidarsi del diritto canonico, molte pratiche di controllo furono riformulate ma non cancellate: il concetto di onore familiare, la limitazione delle autonomie femminili e la centralità della maternità rimasero cardini. Anche le sanzioni sociali – vergogna, esclusione, colpevolizzazione – hanno spesso funzionato come coercizione parallela alle punizioni giuridiche, rendendo la violenza meno visibile ma non meno efficace.

I grandi cambiamenti: diritti politici e femminismi
Il cambiamento strutturale più evidente arriva con le mobilitazioni per i diritti civili: patriote e femministe dell’Ottocento e del Novecento costruiscono un racconto alternativo della cittadinanza. In Italia il coinvolgimento femminile nella Resistenza e il dibattito del secondo dopoguerra conducono al riconoscimento del voto alle donne – prima occasione di partecipazione politica di massa nel 1946 – simbolo di un cambiamento d’ordine costituzionale e culturale.

Legge, diritto e realtà: traguardi e limiti
Negli ultimi decenni lo Stato italiano ha introdotto riforme significative per contrastare la violenza di genere. Tra le più importanti: la ridefinizione del reato di violenza sessuale negli anni Novanta, che ha spostato il baricentro dalla moralità pubblica alla tutela dell’autodeterminazione; la legge del 2009 che ha introdotto il reato di stalking; e la legge n. 119 del 2013, che ha rafforzato la protezione delle vittime e accelerato i procedimenti, in linea con la Convenzione di Istanbul. Questi passi hanno cambiato il volto del diritto penale, riconoscendo la violenza domestica e sessuale come crimini contro la persona. Tuttavia, i progressi giuridici non bastano a cancellare la radice culturale del fenomeno. Gli stereotipi che minimizzano la violenza o la relegano a questione privata resistono, alimentati da retaggi di controllo e da una narrazione mediatica talvolta distorta. I risultati positivi – l’aumento dei centri antiviolenza, la formazione di operatori, la sensibilità crescente dell’opinione pubblica – indicano un cambiamento in atto, ma la strada verso una reale parità di diritti e di percezioni è ancora lunga.

Perché alcune concezioni antiche resistono
Molte delle idee che alimentano oggi la violenza come il controllo della sessualità femminile o il legame tra onore e dominio – hanno radici profonde. Esse sopravvivono perché si riproducono attraverso le pratiche quotidiane, la comunicazione e l’educazione. La subordinazione economica, la rappresentazione stereotipata nei media e la carenza di educazione al rispetto consolidano schemi antichi. Rompere questi modelli richiede politiche integrate che uniscano diritto, istruzione e cultura.

Conclusione e prospettive
La lotta alla violenza di genere è insieme giuridica, culturale ed educativa. Tra le azioni prioritarie: inserire l’educazione alla parità e al consenso nei curricoli scolastici; rafforzare i servizi per le vittime con risorse stabili; garantire formazione obbligatoria per operatori sanitari, forze dell’ordine e magistrati; sostenere campagne culturali che decostruiscano stereotipi. Solo così la società potrà trasformare le riforme in comportamenti quotidiani, superando secoli di disuguaglianza travestita da normalità. Comprendere la storia non serve solo a ricordare, ma a scegliere consapevolmente come cambiare.

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