
Quel capitale semantico che fa la differenza
Nel dibattito sulle intelligenze artificiali credo sia indispensabile partire dall’assunto dichiarato dal fisico Federico Faggin, inventore del microprocessore e del touchscreen: le macchine non potranno mai avere una coscienza. Così si legge nel suo libro Irriducibile: «I computer sono nostre creazioni dotate soltanto della parte algoritmica della nostra essenza. Ecco perché non siamo computer ma creatori di computer. La coscienza è la nostra ricchezza, perché è ciò che ci permette di comprendere». Partendo da tale postulato, diventa più facile definire che cosa distingue l’essere umano: quella capacità di fare esperienza di sé e della realtà, fatta di sensazioni e sentimenti, di cui riusciamo a elaborare il significato. E c’è una bella differenza tra l’elaborazione cosciente del significato e l’elaborazione automatica di simboli. Detto ciò, il potenziale distruttivo delle AI nelle mani dei predatori – così come lo scrittore e consigliere politico Giuliano Da Empoli definisce i detentori delle nuove tecnologie – è da non sottovalutare. Il punto è capire che «l’AI è una nuova forma di potere», in quanto «capace di emettere giudizi strategici sul futuro». Allora, se il grande dilemma della politica nel XX secolo è stato tenere in equilibrio il rapporto tra Stato e mercato, quello del XXI secolo sta nel definire il confine tra uomini e macchine.
Una delle analisi più interessanti è quella coltivata da anni dal filosofo Luciano Floridi, che oggi insegna Practice of Cognitive Science alla Yale University, dove è anche direttore fondatore del Digital Ethics Center. Se in passato il rischio era quello dell’asimmetria informativa, oggi rischiamo un’asimmetria semantica, perché tuttə avremo a disposizione all’incirca le stesse informazioni, quindi la differenza la farà l’investimento per rendersi distintivi.
Ma che cosa è e come si costruisce il capitale semantico? A Orbits 2025 Floridi l’ha definito così: «ciò che ci permette di leggere e interpretare la realtà e dà significato alla nostra esistenza, che deriva dalla nostra esperienza». Un tesoro in continuo divenire, la cui qualità va protetta da una serie di pericoli. In primis, quello di un generale appiattimento, tra omogeneità di pensiero e sclerosi dei processi cognitivi, già dimostrata da numerosi studi scientifici di neuroimaging su cervelli impegnati a usare ChatGPT. Poi il pericolo del vandalismo operato dalla propaganda e dalle fake news, quello della museificazione indotta dall’eredità culturale in cui rischiamo di rintanarci, sino al deprezzamento causato dall’uso improprio o strumentalizzato. In sintesi, oggi abbiamo dati, capacità computazionale e capitale finanziario. Ciò che manca, sostiene Floridi, e che dobbiamo sviluppare e sostenere sono servizi ad alto valore semantico aggiunto.
È chiaro, dunque, che si pone un tema di accesso a esperienze di qualità per quante più persone possibili. Thomas Piketty, uno dei massimi studiosi contemporanei di disuguaglianze economiche, sottolinea che l’enorme aumento della prosperità nel corso dei secoli nel mondo occidentale è in gran parte dovuta alla crescita di un sistema socioeconomico via via più inclusivo ed egualitario, in particolare all’accesso all’istruzione di base. Ma nota anche che «l’aver rinunciato in un certo qual modo a un ambizioso obiettivo egualitario per l’istruzione superiore sia all’origine di molti dei nostri problemi odierni, che hanno a che fare con l’economia e ancor di più con la democrazia».
Per quanto riguarda l’Europa va riconosciuto che è stato fatto un enorme investimento nella valorizzazione del capitale umano, che negli ultimi 30 anni ha portato a un innalzamento medio di scolarità molto significativo. E ampliando lo sguardo, si vede ciò che il filosofo tedesco Peter Sloterdijkl ha ricordato in una recente intervista per il Corriere della Sera: «L’Europa è un grande contesto educativo, una gigantesca scuola in cui ogni generazione supera la precedente. Soprattutto dalla fine del Medioevo, quando gli europei si ribellarono alla scolastica. Il filosofo boemo Jan Amos Comenius vedeva il mondo intero come una scuola. È un processo di accumulazione del sapere, ma anche di progressione del sapere e delle capacità, un dinamismo fondato sull’aumento e sull’autorafforzamento. Questo è l’europeismo nel senso più profondo – un modello di crescita interiore e culturale che non si trova in nessun altra parte del mondo».
Un modello che è stato seguito ovunque. In questa costruzione, l’Italia ha dato un importante contributo. Eppure oggi pur avendo uno dei sistemi educativi più accessibili al mondo, possiede tra i più bassi numeri di laureati nell’UE e una mobilità sociale strozzata, che soffoca le sue giovani energie. Quanto ne siamo consapevoli?