Orgoglioorientamenti affettivi e comunità lgbtiq+

Pride in and pride out of the box

A cura di Riccardo Basso
01 Ott 2026

L’orgoglio, oggi, è spesso invocato assieme all’identità: l’orgoglio LGBTQIA+, l’orgoglio di essere italiani o di appartenere a una certa comunità. Questa circolazione mette in luce una serie di ambivalenze: l’identità può essere matrice di differenze che si risolvono in marginalizzazione, ma anche strumento di riscatto. Diverso è, ad esempio, l’orgoglio di essere italiani nell’Italia del 2000 rispetto agli Stati Uniti di inizio ’900, dove l’orgoglio etnico di alcune comunità immigrate avrebbe potuto segnare un contro-discorso rispetto alla stigmatizzazione dominante.

L’identità è, allo stesso tempo, ciò che rende possibile il riconoscimento sociale e ciò che ci consegna come soggetti governabili e classificabili. Per M. Foucault l’identità è il risultato di pratiche di classificazione, di saperi e istituzioni che ci nominano, ci separano, ci fanno esistere come tipo di soggetto. E, laddove emergono differenze socialmente rilevanti, è probabile che si producano diseguaglianze. L’identità può essere dunque anche uno strumento di marginalizzazione: si pensi, ad esempio, alla costruzione della figura della persona extracomunitaria rispetto a quella dell’expat, marginalizzata la prima, in una condizione di privilegio la seconda. Anche quando costituisce la base per il riconoscimento di diritti, accesso alle cure, protezioni, il costrutto identitario lo fa al prezzo di rendere le persone interpretabili, prevedibili e, quindi, governabili.

Il rilievo strategico dell’orgoglio – pensiamo al Pride – nasce come gesto di rovesciamento: ciò che era marchio di vergogna diventa motivo di fierezza. Ma resta la domanda foucaultiana: quanto paghiamo, in termini di assoggettamento, quando ci fissiamo in categorie riconoscibili dallo Stato, dal mercato, dalle istituzioni, dalla società; in sintesi, dall’Altro? J. Butler radicalizza questo dubbio: le identità non sono essenze, ma effetti di ripetizioni normative. Proprio perché performative, non sono mai completamente chiuse, ma il potere tende a stabilizzarle in figure rigide.

Questo vale per le tradizionali categorie di genere – l’uomo e la donna eterosessuali – ma vale anche per le soggettività che sfuggono a questa distinzione binaria: per essere riconosciute come intelligibili, devono pur sempre rientrare in qualche matrice egemonica di identità. Prendiamo l’esempio dell’uomo gay. Sono molti a ritenere che la soggettività gay sia stata costruita, in Occidente, a partire da una matrice anglosassone, bianca, urbana, di classe media, che ha esportato nel mondo un certo modo di vivere e nominare i desideri. Questa matrice ha costituito un modello senz’altro di liberazione; ma, al tempo stesso, tende a cancellare o risignificare esperienze più locali e storicamente stratificate, come ad esempio le soggettività Two-Spirit nelle comunità indigene del Nord America o i femminielli napoletani. In questi casi non abbiamo semplicemente “gay non ancora moderni”, ma forme diverse di vita, di desiderio e di appartenenza che sfidano il modello dominante. Il rischio è che una categoria identitaria, nata con l’obiettivo di riconoscimento sociale e istituzionale, finisca per diventare a sua volta strumento di marginalizzazione per soggettività che non si riconoscono in quel modello o che si articolano in modi più ibridi, situati, opachi alle griglie identitarie dominanti.

L’orgoglio relativo a una identità marginalizzata può essere uno strumento di resistenza, alleanza e riscatto; ma può anche trasformarsi in gabbia quando l’identità diventa un marchio da difendere anziché un campo da trasformare, quando si smette di contrastare la produzione di differenze che producono disuguaglianze e ci si accontenta di una buona posizione dentro l’ordine esistente.

È possibile un orgoglio non identitario? Il compito non è abbandonare l’orgoglio, ma disinnescare la pretesa dell’identità di essere un’essenza. Un orgoglio non identitario sarebbe un orgoglio delle relazioni e delle alleanze, più che delle appartenenze: «Sono orgogliosa/o di assumere la mia soggettività marginalizzata, di fare comunità e di darmi da fare per cambiare le cose». L’insegnamento per il diversity management è di accostarsi al tema dell’orgoglio con consapevolezza della sua ambivalenza: come strumento per cambiare le cose, non per irrigidire forme identitarie che finiscono per far coincidere le persone appartenenti a gruppi svantaggiati o marginalizzati con la causa della loro marginalizzazione. Il rischio, altrimenti, è di creare o enfatizzare ulteriori forme di svantaggio o discriminazione, rinforzando confini e gerarchie invece di lavorare sul dialogo e sulle condizioni materiali e simboliche che definiscono chi è incluso e chi resta fuori.

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