
Poesia: corpo, voce, sguardo
Intervista a Laura Amponsah, artista, poeta e performer queer e afrodiscendente residente a Bergamo.
Puoi parlarci della tua ricerca poetica e di come sei arrivata alla performance?
Mi interessa molto sviluppare le potenzialità della lingua per raccontare il corpo. La poesia mi ha aiutata a tenere sotto controllo il mio corpo, i miei pensieri, le mie paure, mi ha accompagnata nelle prime fasi della scoperta della mia queerness fino a questi ultimi mesi. Anche se apprezzo molto la poesia classica, spesso ho percepito la poesia in modo escludente, come qualcosa di bianco e borghese, legato a un prestigio in cui io non mi riconoscevo. Forse non credevo neanche io di capire cosa fosse la poesia, se non buttandomici in mezzo: ho cominciato sei anni fa a portare fuori le mie poesie tramite lo slam poetry. Nello slam non puoi usare oggetti di scena, ci sei soltanto tu sul palco, davanti alla gente, con un microfono, il tuo corpo e la tua voce. Arrivando da questo percorso, in cui la poesia orale ha una grande importanza, mi è difficile separare queste due dimensioni artistiche.
Ti va di raccontarci qualche progetto in particolare?
Il mio progetto più recente si chiama Genesi Terrena, è ancora incompleto, il nome forse è provvisorio. L’ho portato in scena per la prima volta a Spartiacque, un festival per giovani artistə su Bergamo. Le mie poesie, molto spesso, cercano di scavare dentro la memoria e riprodurre le sensazioni fisiche sul corpo, e quello di Genesi Terrena è un lavoro in cui cerco di tornare su tutti i momenti in cui ho scoperto il concetto di cura: da quando ho incontrato mia madre dopo il coming out, lei che è stata via per mesi; al mio primo affetto infantile; a quando guardandomi allo specchio mi sono riconosciuta per la prima volta. E intanto mi denudo e mi spargo dell'argilla sul corpo in un gesto di cura. L’atto di denudarmi è nato anche da una frustrazione mia, dal sapere che avevo qualcosa da dire ed effettivamente le parole non mi bastavano. C'era bisogno di andare oltre le parole, usare il corpo, cercare le immagini, i gesti per poter sopravvivere, perché effettivamente era un'esigenza pubblica, un'esigenza più forte di una mia sensazione di disagio.
Cosa vuol dire per te fare poesia e performance in un corpo queer e razzializzato? Come vivi la possibilità che il pubblico possa avere aspettative stereotipiche?
Sul palco la mia fortuna è stata quella di iniziare da adulta, per cui avevo già cominciato a decostruire l’ansia sociale di dover aderire allo stereotipo, di dover intuire se forse le altre persone si aspettano qualcosa da me. È vero che a volte l'esperienza marginalizzata viene utilizzata come intrattenimento da chi non la vive. Qualcuno si aspetta lo spettacolo strappalacrime, un uso del trauma disturbante, o di poter usare la tua storia per autocompiacersi. Anche a livello personale, quando cerco di portare sul palco l'esperienza nera devo fare uno sforzo minimo di cancellare le aspettative stereotipiche derivate dal razzismo interiorizzato che abbiamo accumulato nella nostra vita. Ci sono vari modi in cui la poesia interferisce con la realtà, e a volte è perché riesce a grattare un pezzo di realtà e renderlo visibile. E a livello fisico, la performance per me è un'occasione di direzionare lo sguardo: nella vita di tutti i giorni molti sguardi che si direzionano verso di me e io non ho controllo su di loro. Sul palco, decido io cosa fargli vedere. È una dimensione di potere, non so se positivo o meno, però a me piace. Considero la performance come una vera occasione di scegliere dove mettere i limiti, di affermarsi, autoaffermarsi fuori dal desiderio di possesso del mondo esterno.