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Perché? La violenza di genere e le sue radici

A cura di Riccardo Basso
04 Dic 2025

La violenza di genere non è solo un fenomeno che si lascia ricondurre a una mera somma di tragici atti individuali; è, invece, anche la punta dell’iceberg di strutture profonde della psiche umana, della società, dell’immaginario simbolico che la generano e la perpetuano.

Davanti al dilagare della violenza ci interroghiamo come essa sia possibile, da dove viene; ci chiediamo se un nucleo di aggressività distruttiva non alberghi per caso anche in chi se ne ritiene esente. Intuitivamente sentiamo che ogni singolo atto di violenza ha radici profonde ed è la manifestazione più drammatica di assetti carsici che scorrono in profondità.

Il filosofo e antropologo francese René Girard, tra i più grandi studiosi della violenza, ha mostrato come essa sia da sempre intrinseca a ogni società. Secondo Girard, desideriamo sempre «attraverso l’altro»: non oggetti in sé, ma ciò che vediamo desiderato da chi ci circonda; questo meccanismo produce rivalità, conflitti, e spesso la necessità di scaricare l’aggressività collettiva su una vittima sacrificale. Riprendendo questa chiave di lettura, la violenza di genere appare come un dispositivo che canalizza tensioni sociali e paure verso il corpo femminile, trasformato in capro espiatorio di ansie e contraddizioni maschili.

Pierre Bourdieu ha mostrato come la violenza che soggioga non sia solo fisica, ma anche simbolica. La violenza simbolica agisce in modo invisibile, attraverso schemi culturali, linguaggi e rappresentazioni che legittimano la subordinazione. Nelle società patriarcali, la donna (ma questo vale per tutti i gruppi dominati) tende a interiorizzare il proprio ruolo di soggetto dominato, arrivando a considerarlo naturale. Il potere maschile non agisce solo con la coercizione, ma anche e soprattutto presentandosi come un dato di natura inevitabile: a questo fine il potere viene incorporato nei gesti del corpo, nel linguaggio, nei dispositivi più diversi (progettazione urbanistica delle città, modo di vestirsi, etc.). Nella stessa direzione, per Judith Butler il genere non è un dato biologico ma una costruzione performativa, continuamente reiterata attraverso atti e discorsi.

Questa interiorizzazione fa sì che la subordinazione e, quindi, la violenza simbolica sulle donne sia normalizzata. Ed è questa struttura simbolica e invisibile dei rapporti di dominio che nutre le diverse forme di violenza, fisica e psicologica. In questa prospettiva la violenza di genere è un meccanismo disciplinare diretto verso chi devia dalla norma patriarcale ed eterosessuale: l’aggressione contro le donne (o contro le soggettività queer) sarebbe oggi alimentata dal tentativo di riaffermare un ordine simbolico messo in crisi dallo svelamento e dal progressivo superamento delle dinamiche sotterranee di potere proprie dell’assetto
patriarcale.

Lo smascheramento delle diverse forme di violenza simbolica è una precondizione per superare le forme di dominio che essa tende a perpetuare; ma a sua volta può paradossalmente anche aumentare quella violenza. Occorre che sia accompagnato da un assetto istituzionale che favorisca la prevenzione e la repressione della violenza, il supporto delle vittime e, soprattutto, la diffusione di nuove pratiche sociali di relazione, capaci di superare la catena del dominio e della rivalità.

Di tutto questo occorre essere consapevoli quando giustamente intendiamo lavorare per disinnescare queste logiche sul lavoro. Il diversity management può contribuire a creare contesti nei quali la violenza simbolica sia tematizzata e portata alla luce, così da rendere evidenti i costi – per ciascun individuo e per l’azienda – di modelli culturali basati sul dominio; al contempo, dovrebbe agevolare la nascita di spazi di dialogo e riconoscimento reciproco in cui il desiderio non si traduca in rivalità distruttiva ma in collaborazione e valorizzazione della pluralità delle differenze.

Può, infine, promuovere una cultura aziendale nella quale le norme implicite di genere che regolano la carriera, l’accesso ai ruoli di leadership, i modelli di comportamento considerati professionali siano decostruiti, liberando uomini e donne dall’obbligo di recitare una parte socialmente imposta (la performance evocata da Judith Butler).

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