Corpidisabilità visibiliaccessibilità

Non conforme a chi?

A cura di Joshua Paveri
25 Set 2025

Ci sono stati anni in cui non riuscivo a piacermi davvero. Pensavo che agli occhi degli altri sarei apparso sempre come “diverso”, fragile, mai davvero competitivo. In nessun campo, con nessuno. Gli stereotipi su un corpo maschile ideale – tonico, atletico, scattante – non hanno certo aiutato nella mia fase di accettazione. Io non sarei mai potuto rientrare in quei canoni. E questo, quando hai una disabilità, è una delle prime verità con cui fai i conti. Non puoi edulcorarla, soprattutto se cresci in una società che ti fa credere che se non rientri nei canoni, non vali, non emergerai, non verrai preso sul serio. Non potrai essere autorevole. E poi ci sono gli sguardi. Quelli che giudicano senza sapere, le domande piene di cliché, il modo in cui le persone si relazionano con te solo perché il tuo corpo non corrisponde alla tua età anagrafica. Per anni ho vissuto situazioni in cui perfetti sconosciuti si sentivano in diritto di essere colloquiali, amichevoli, scherzosi… peccato che io non sapessi nemmeno chi fossero.

Nella società di oggi, rientrare in certi canoni fisici sembra essere il lasciapassare per tutto: potresti essere considerato più affidabile e di successo. Potrebbe essere il tuo biglietto da visita. Ma se l’impatto visivo
del tuo corpo è “diverso”, sei costretto a fare un lavoro aggiuntivo: raccontarti, spiegarti, far sì che le persone provino ad andare oltre l’apparenza e inizino a interagire con te, con la tua persona. Il mio corpo “non conforme” agli standard mi ha messo davanti a una sfida quotidiana. Ho vissuto microesclusioni, confronti costanti, ma tutto questo mi ha reso più consapevole: di me, della mia fisicità, del mio valore. E ho capito che, anche se il mio biglietto da visita è “diverso”, vale quanto quello di chiunque altro.

All’inizio, ho provato a compensare. Lavoravo il triplo, mi impegnavo il doppio, cercando di colmare nel la mia testa agli occhi degli altri quel presunto gap. Pensavo che solo così avrei potuto affermarmi: professionalmente, umanamente, nelle relazioni. Ma poi qualcosa è cambiato. Non so esattamente cosa, ma ho iniziato ad apprezzarmi per ciò che sono, a guardare a ciò che ho, non a ciò che mi manca. Questo cambio di prospettiva mi ha aperto delle porte. Ho capito che è proprio grazie al mio corpo – a tutto ciò che è, che rappresenta, che comporta – che sono diventato la persona che sono oggi. Una persona che forse, altrimenti, non sarei mai riuscito a essere. Ho imparato a valorizzare ogni lato del mio fisico. E ho capito che non dovevo più pensare al mio corpo come unico elemento identitario. Esistevano (e ci sono!) tanti altri aspetti che potevo mettere in gioco: lo stile, il comportamento, solo per citarne alcuni. Tutti elementi capaci di riequilibrare la percezione iniziale, di far emergere la persona prima del corpo.

Ho cercato – e trovato – uno stile personale che mi rappresentasse, che mi permettesse di essere me stesso, unico e autentico. Quando ho iniziato davvero a piacermi, ho smesso di rincorrere la necessità di dimostrare qualcosa. Ho smesso di cercare continue compensazioni. Ho smesso di farmi domande sul mio posto nel mondo, perché ho iniziato a occuparne uno mio e con naturalezza, così come sono io con questo corpo.

Credo fermamente che ogni corpo abbia diritto di esistere nella propria verità. Senza rincorrere modelli, senza dover sempre giustificare la propria presenza in questo o nell’altro modo. Includere significa anche questo: dare dignità a ogni forma, a ogni identità fisica, con tutte le sue peculiarità. Io sono reale. Il mio corpo è reale. Vivo, ogni giorno. Ho momenti di fatica, certo, ma anche una grande determinazione. Il mio corpo porta con sé fragilità, sì, ma anche straordinarie capacità di adattamento, una forza silenziosa e una resilienza quotidiana. Il tutto, accompagnato da un’anima tenace.

C’è stato un tempo in cui la diversità doveva essere nascosta, mascherata, esclusa. Fortunatamente qualcosa sta cambiando. Brand, media e cultura stanno iniziando ad aprirsi a una narrazione diversa: non si cerca più solo la perfezione, ma si muovono i primi passi verso l’inclusione e la rappresentazione delle diversità. Accettazione è un termine forte, forse ancora prematuro, ma la direzione è quella giusta. Il traguardo sarà arrivare al benessere personale autentico: quello che va oltre l’estetica, oltre l’immagine, e nasce da una riconciliazione profonda con sé stessi. Stare bene nel proprio corpo non è una conquista estetica, è una conquista interiore.

Non parlo spesso di questo tema, ma se le mie parole possono essere d’aiuto anche solo a una persona, ne è valsa la pena. Ogni corpo merita spazio, rispetto e rappresentazione. E se vogliamo davvero parlare di inclusione, allora dobbiamo partire da qui: dal corpo che abitiamo. Nella sua unicità. Sempre.

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