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Futurimusicagenerazioni

Futura & Futuro

Musica - Sonorità divergenti
A cura di Elio Biffi
28 Lug 2023

Ho sempre cercato le tracce del mondo lontano da me nei testi delle canzoni. Ogni volta succede che l’aria attorno ci finisca dentro, direttamente o di sbieco. Ed è quello che vi propongo qui: un confronto tra due brani e due mondi, dal titolo simile, ma nate in momenti molto diversi e con un sapore che sembra agli antipodi. Vi invito, mentre leggete, ad ascoltarle.

Da un lato Lucio Dalla, e la sua Futura. Una cavalcata rapsodica, composta ad anello che inizia come un inno, una cantata di speranza per il futuro. Poi prosegue, tra immagini d’amore potentissime, di vita, di nascita: “e se è una femmina si chiamerà futura”. Da lì in poi però il mood cambia: c’è una consapevolezza improvvisa del peso del mondo che “sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio”. La musica si innalza, e vola, per fermarsi in un urlo d’amore gridato fino allo stremo.

Torna poi il tema musicale iniziale, e il mood ritorna ad essere sereno, fiducioso, speranzoso. “Aspettiamo senza avere paura, domani”. La canzone, elettrizzante e rapida nel suo evolversi, ci riporta tutto sommato un sapore di sogno creatore, rasserenante. Il sogno del 1980, anno di pubblicazione del brano, quel sapore spensierato che ha attraversato poi tutto il decennio successivo.

Dalla ha dichiarato più volte: “Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Charlie Check Point, punto di passaggio tra Berlino est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. […]

Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l’altro di Berlino Ovest che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura.” Ho sempre cercato le tracce del mondo lontano da me nei testi delle canzoni. Ogni volta succede che l’aria attorno ci finisca dentro, direttamente o di sbieco.

Ed è quello che vi propongo qui: un confronto tra due brani e due mondi, dal titolo simile, ma nate in momenti molto diversi e con un sapore che sembra agli antipodi. Vi invito, mentre leggete, ad ascoltarle. E l’altro lato? Non del muro, di queste riflessioni. “Il futuro” degli Psicologi, duo di Gen Z, entrambi figli del nuovo millennio. Sono esplosi negli ascolti degli adolescenti di tutta Italia tra il 2019 e il 2020, partecipando a festival di rilievo nazionale e producendo brani e feat da decine di milioni di stream.

Il sapore del loro universo è cyberpunk, contaminato dalla trap e dal mondo elettronico del digitale. Il testo però è molto più politico e collettivo di quel che colleghiamo al frammentatissimo universo dei teenager della contemporaneità. Anche qui ci sono versi di amore, alternati a flash di realtà concreta: “All’occupazione della scuola ci sentivamo un po’ tutti a casa / In fondo siamo un taglio generazionale / Siamo fatti d’acqua e adesso tira un temporale”.

La musica è un crescendo, di rabbia e di consapevolezza. La storia d’amore diventa sfondo, perché il ritornello è di una tragicità brutale. “E il futuro ci spaventa più di ogni altra cosa / E la fine ci spaventa più di ogni altra cosa / Il fallimento ci spaventa perché i vincitori / Sono gli unici che scriveranno la storia”.

Questa voce di ragazzi dell’oggi, come molte altre, non sembra dipingere un futuro a tinte pastello, anzi. Temo non sia solo la proverbiale estetica distruttiva di ogni giovinezza a muovere questo cantare, più probabilmente la vibrazione del mondo dell’oggi è una nota cupa e tragica. C’è chi prova a cambiarne l’armonia, ma non è facile.

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