Orgogliocinema

Milk e l'orgoglio di prendere la parola

A cura di Paola Suardi
01 Ott 2026

Milk, regia di Gus Van Sant con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco, Alison Pill. Genere biografico. USA, 2008


Nel 2008 Gus Van Sant firma un film che non vuole essere solo la biografia di un uomo. Milk è la cronaca di una decisione, quella di smettere di chiedere il permesso per esistere. Al centro non c’è la morte di Harvey Milk, consigliere comunale di San Francisco ucciso nel 1978. Al centro c’è il suo orgoglio. Non l’orgoglio come vanità, ma come forza civile. Quell’orgoglio che negli Stati Uniti si chiama pride e che significa: io ci sono, mi vedi, e da oggi conto anch’io. Per me e per le altre persone.

Il film inizia quando Milk ha già quarant’anni. Lavora a Wall Street, ha una vita che da fuori sembra a posto. Eppure lascia tutto, prende un treno e arriva a San Francisco, nel quartiere di Castro. La prima immagine che lo colpisce non è un discorso, è un gesto semplice: due uomini si tengono per mano per strada. Per lui è una rivelazione. Fino a quel momento aveva vissuto imparando a nascondersi. A Castro capisce che esiste un altro modo. Si può camminare a testa alta. Si può amare senza abbassare lo sguardo. E da quel momento Milk non vuole più soltanto vivere a Castro. Vuole costruirlo.

Apre Castro Camera, un negozio di macchine fotografiche che diventa subito qualcos’altro. Centralino, ufficio di collocamento, salotto dove chiunque può entrare e parlare. Milk capisce subito una cosa che sarà il motore di tutta la sua azione: l’orgoglio non può restare privato. Se resta chiuso tra quattro mura non cambia niente. Deve uscire, deve farsi strada, deve contagiare. Per questo trasforma ogni conversazione in politica, ogni cliente in un potenziale volontario. La sua voce è ovunque. La sentiamo arringare la folla da un furgoncino, la sentiamo convincere un cliente indeciso, la sentiamo litigare e ridere. È una voce che non chiede scusa.

Il momento più alto di questa idea arriva con il discorso della speranza, l’Hope Speech pronunciato il 25 Giugno 1978 sulla scalinata della City Hall di San Francisco, in un raduno per la celebrazione del California Gay Freedom Day. Milk parla in realtà ai giovani gay di tutta gli USA che in quegli anni stanno crescendo in piccole città dove non conoscono nessun altro come loro. Dice loro di resistere, di non arrendersi, di andare avanti. Ma soprattutto dice a tuttə che le persone giovani devono poter vedere qualcuno che ce l’ha fatta. «Dovete dargli speranza», ripete. E la speranza non nasce dai proclami. Nasce dai volti. Se un insegnante è gay, se un meccanico è gay, se un consigliere comunale è gay, allora un ragazzo e una ragazza di diciassette anni in Nebraska capiscono che anche loro possono avere un futuro. L’orgoglio diventa così un atto pedagogico. Uscire allo scoperto non è solo liberare se stessi, è aprire una porta per le altre persone.

Pochi mesi dopo Milk verrà ucciso. Van Sant non costruisce però un’agiografia. Ci mostra anche le cadute di Harvey: le prime tre campagne elettorali sono fallimenti. La gente lo chiama, deridendolo, «il sindaco di Castro Street». Lui perde, si rialza, cambia strategia. Impara a trattare con i sindacati, impara a parlare con chi lo odia, impara che la politica è anche compromesso. Quando finalmente viene eletto nel 1977, primo gay dichiarato ad aver raggiunto una carica pubblica negli Stati Uniti, la scena del giuramento è girata in silenzio. Nessun trionfalismo. Solo una mano alzata. Eppure in quel gesto c’è tutto il peso di una comunità che per la prima volta si vede rappresentata dentro un’istituzione.

Da lì parte la battaglia più dura. In California nasce la Proposition 6, voluta da John Briggs, che vorrebbe licenziare tutti gli insegnanti gay. È qui che l’orgoglio di Milk diventa responsabilità. Non può più parlare solo per sé. Deve parlare per tuttə. Deve spiegare a genitori, a lavoratrici e lavoratori, a cittadin che la paura nasce dall’ignoranza e che l’unico modo per combatterla è la conoscenza. Si scontra con Briggs in televisione, va porta a porta, non alza mai la voce ma non arretra di un passo. Perché l’orgoglio è anche questo: pretendere di essere trattato come un interlocutore legittimo.

Il film non nasconde la fatica personale. Milk ama, è geloso, sbaglia. La relazione con Jack Lira mostra la crepa tra la figura pubblica e l’uomo. Avere orgoglio politico non significa non avere paura, non significa non soffrire. Significa decidere comunque di non tornare indietro, di non rientrare nell’armadio anche quando sarebbe più comodo.

L’8 novembre 1978 Dan White – ex consigliere comunale sostenuto da una piattaforma conservatrice, promulgatore dell’orgoglio civico e della famiglia tradizionale – entra nel municipio e uccide Harvey Milk e il sindaco George Moscone. Van Sant non indugia sul sangue. Ci fa ascoltare prima il nastro che Milk aveva registrato nel caso fosse stato ucciso. «Se una pallottola entra nel mio cervello», dice, «che quella pallottola distrugga le porte di ogni armadio». È la frase che riassume tutto il film. La violenza può fermare un corpo, non può fermare un’idea. Anzi, la spinge a dilagare. Il finale è un corteo. Migliaia di persone scendono in strada a San Francisco con delle candele. Non è retorica. È la dimostrazione che l’orgoglio è contagioso. Un uomo che ha deciso di vivere ad alta voce ha spinto altre migliaia di persone a fare lo stesso.

A distanza di anni Milk parla di una questione che torna sempre: quanto spazio pubblico siamo disposti a concedere a chi è diverso. Il film risponde in modo netto. Lo spazio non si concede. Si occupa. Con la presenza, con la parola, con la politica. Harvey Milk non ha avuto il tempo di vedere i risultati della sua battaglia. Ma ha lasciato un metodo. Uscire, parlare, organizzarsi, candidarsi. Trasformare la vergogna in dignità. Sean Penn lo interpreta con un calore e una testardaggine che impediscono al personaggio di diventare un’icona di marmo. È umano, è a volte irritante, è spesso tenero. Ed è proprio per questo che il suo orgoglio ci riguarda.

Milk non racconta come è morto un uomo. Racconta come un essere umano ha scelto di vivere. Ad alta voce, in piazza, dentro le istituzioni. In un tempo in cui a molti viene ancora chiesto di abbassare il volume, quella scelta continua a essere rivoluzionaria. Il film ha ottenuto ben otto candidature agli Oscar e ne ha vinte due: una per il miglior attore a Sean Penn e una per la migliore sceneggiatura originale a Dustin Lance Black. Chapeau.

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