
Macchine di carne
Nella società contemporanea, il corpo è sempre meno percepito come condizione comune della vita e sempre più come un progetto individuale da gestire. Non è più carne fragile e relazionale, ma un capitale da far fruttare: un insieme di funzioni, prestazioni e dati da monitorare e ottimizzare. Allenamenti calibrati, app per il monitoraggio del sonno, wearable devices, diete personalizzate: la promessa è quella del benessere, ma l’effetto è una sorveglianza continua, interiorizzata, che trasforma la cura di sé in un dovere di efficienza permanente.
Il sistema capitalistico ha operato così una sottrazione silenziosa: ha separato il corpo dalla sua condizione di umanità e lo ha riconsegnato come macchina sorvegliata. Come nel Panopticon descritto da Bentham e analizzato da Foucault, non è necessario imporre la disciplina dall’alto: il detenuto deve essere preso in un campo di visibilità di cui egli è cosciente e che gli fa assumere su di sé il gioco del potere. È la logica della sorveglianza interiorizzata: il soggetto misura il proprio valore in grafici di performance, sente incompleto un giorno senza produttività.
Foucault ha mostrato come le tecniche disciplinari e biopolitiche non reprimano soltanto, ma producano persone conformi, pronte a sorvegliare se stesse e ad auto-correggersi per aderire alla norma. Nel linguaggio de Il soggetto e il potere, si tratta di una «forma di potere che applica se stessa alla vita quotidiana, categorizza l’individuo, lo lega alla sua identità e gli impone una legge di verità». È una combinazione di individualizzazione e totalizzazione: ogni corpo è isolato e misurato, ma sempre in funzione di un calcolo collettivo di produttività.
In questa logica, la vulnerabilità – malattia, vecchiaia, disabilità – non è riconosciuta come parte integrante dell’umano, ma come deviazione da correggere o espellere. Un corpo che non rende è un corpo di cui disfarsi: escluso dai diritti e relegato ai margini. La responsabilità di mantenersi funzionanti è pertanto interamente individualizzata, cancellando le condizioni sociali e materiali che determinano salute e malattia. Il rischio, oggi, è che le tecnologie emergenti, dall’editing genetico all’intelligenza artificiale, consolidino questo paradigma. Lungi dal liberare tempo ed energie, le nuove tecnologie possono intensificare il carico: più obiettivi, più metriche, più comparazioni, più velocità. Il corpo, già colonizzato dalla logica dell’efficienza, verrebbe sottoposto a una valutazione continua, con prescrizioni invisibili che scandiscono il ritmo della vita.
Come nel plague-stricken town analizzato da Foucault, il minimo movimento è sorvegliato, ogni evento registrato, il potere esercitato senza interruzione, ma ora la quarantena è volontaria e l’osservatore è dentro di noi. Eppure, lo sviluppo tecnico-scientifico potrebbe liberarci delle logiche capitalistiche. Potrebbe aiutarci a sottrarre il corpo a questa riduzione a macchina. Potrebbe redistribuire il lavoro, ridurre il tempo produttivo, valorizzare attività non misurabili in termini economici: la cura, il riposo, l’otium creativo. Potrebbe proteggere i corpi dal degrado ambientale e dal logoramento (psicologico oltre che fisico) imposto da ritmi insostenibili, riconoscendo la vulnerabilità come parte dell’umano e non come difetto da correggere.
Ripensare la tecnologia in questa direzione significherebbe invertire la logica che guida il progresso: non più tecnologia per massimizzare il profitto, ma per realizzare la qualità della vita. Come suggerisce Foucault, forse il compito politico, etico e sociale del nostro tempo non è liberare l’individuo dallo Stato, ma liberarci dal tipo di individualizzazione che il potere statale ci impone. Foucault, tuttavia, non aveva (pre)visto che il vero pericolo non sarebbe arrivato dallo Stato ma dal sistema capitalistico.
La sfida che ci aspetta è allora liberare i corpi dalla pressione performativa. In The Best Things in Life, il filosofo morale Thomas Hurka sostiene che ci siano cinque tipologie di beni che contano nella vita: il piacere, la realizzazione, la conoscenza, la virtù e le relazioni di amicizia e amore. In ciascuno di essi il corpo ha un ruolo centrale. Ma nessuno di questi beni richiede una performance.