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L'orgoglio di non dover dimostrare nulla

A cura di Joshua Paveri
01 Ott 2026

Se c’è una parola con cui ho sempre avuto un rapporto complicato, è proprio “orgoglio”. Forse perché sono cresciuto in un mondo che, prima ancora di chiedermi chi fossi, era più interessato a farmi capire cosa non ero. Non il bambino che correva. Non il ragazzo che passava inosservato. Non la persona che poteva permettersi il lusso di sentirsi una tra le tante. Ovunque andassi era come se avessi sempre un occhio di bue puntato addosso. Una sensazione simile ad avere un GPS sempre attivo: visibile, individuabile, osservato!

Quando vivi con una disabilità, il tuo corpo diventa spesso un argomento di discussione collettiva. Le persone ti osservano, ti interpretano, ti attribuiscono significati. Crescendo, quando ho iniziato a uscire e a cercare semplicemente un po’ di privacy, c’era sempre qualcuno che sentiva il bisogno di definire il ruolo della persona accanto a me: genitore, familiare, caregiver.

Mai semplicemente amicə, compagnə. A volte ti considerano un esempio da seguire. Altre un problema da risolvere. Raramente una persona. Per anni ho pensato che l’orgoglio consistesse nel dimostrare qualcosa: autonomia, competenza… Dimostrare che meritavo il mio posto. Poi ho capito che quella non era una forma di orgoglio. Era sopravvivenza.

L’orgoglio, quello autentico, è arrivato molto dopo. Quando ho smesso di considerare la mia disabilità come una prova da superare o una condizione da spiegare e ho iniziato a viverla come una caratteristica identitaria. Non qualcosa che mi definisse, ma nemmeno qualcosa da nascondere o trasformare in una medaglia.

Lo stesso percorso l’ho vissuto come persona appartenente alla comunità LGBTQIA+. Anche qui, per anni, l’obiettivo sembrava essere ottenere il permesso di esistere. Essere accettati. Essere tollerati. Essere inclusi. Ma nessuno dovrebbe aver bisogno del permesso di essere sé stesso. Durante il mio TEDx ho raccontato come, per gran parte della mia vita, siano stati gli altri a definirmi prima ancora che potessi farlo io. Prima la carrozzina, poi le etichette, poi le aspettative. Solo molto più tardi ho capito che il vero traguardo non era essere visto di più, ma essere visto per intero. Non ridotto a una caratteristica, ma riconosciuto nella complessità che appartiene a ogni essere umano. È qui che, per me, nasce il significato più profondo dell’orgoglio: non nella celebrazione, ma nella liberazione. Non nel gridare chi sono, ma nel non dovermi più giustificare per esserlo.

Per questo guardo con interesse, ma anche con cautela, all’epoca della visibilità permanente. Oggi ogni identità sembra dover essere raccontata, esposta, trasformata in contenuto. Il rischio è che la disabilità, l’orientamento sessuale o qualsiasi altra caratteristica diventino l’unica lente attraverso cui una persona viene letta. È una visione che mi appartiene poco. Credo che la persona debba restare sempre al centro: complessa,
unica, fatta di dimensioni visibili e invisibili. Esiste una differenza sostanziale tra rappresentazione e rappresentazione obbligata. Tra scegliere di raccontarsi e sentirsi costretti a farlo per essere riconosciuti. L’orgoglio diventa emancipazione quando restituisce libertà. Diventa una gabbia quando impone nuovi modelli a cui conformarsi.

Lo stesso vale per le organizzazioni. Ogni giugno vediamo loghi arcobaleno, campagne e dichiarazioni di sostegno. Alcune sono sincere, altre meno. Il problema non è il logo colorato, ma capire cosa c’è dietro: esistono davvero policy, investimenti, percorsi di crescita e azioni concrete? O è solo un’operazione di washing? È lì che si misura la credibilità di un impegno. Perché l’orgoglio non si misura nella comunicazione. Si misura nelle opportunità. Nei bias che vengono abbattuti, nelle carriere che diventano accessibili, nelle barriere che vengono rimosse, nelle persone che non devono scegliere tra autenticità e appartenenza.

Da professionista che si occupa di DE&I, ma soprattutto da persona che vive quotidianamente queste dimensioni, credo che la domanda più interessante non sia di cosa siamo orgogliosi. La domanda è: Cosa stiamo costruendo affinché anche altri possano esserlo? Perché l’orgoglio più potente non è quello che ci mette al centro della scena. È quello che allarga il palco. E permette a chi è rimasto troppo a lungo ai margini di salirci senza dover chiedere il permesso.

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