Intelligenze artificialipersone

L'intelligenza artificiale non è neutra

Dall’entusiasmo per l’innovazione alla consapevolezza di una responsabilità collettiva: un’esperienza internazionale diventa la scintilla per interrogarsi su come l’intelligenza artificiale rifletta e amplifichi le disuguaglianze già presenti nella società. Tra dati sbilanciati, algoritmi non neutrali e impatti concreti su lavoro e visibilità, Corrado Grosso, uno dei fondatori della community Findomestic & Friends LGBT+, sottolinea l’urgenza di spostare il focus dall’AI come promessa astratta all’AI come questione organizzativa, politica e di giustizia sociale
A cura di Corrado Grosso
01 Apr 2026

A maggio 2025 sono stato a Varsavia in occasione della 4th BNP Paribas Global LGBT+ Business Conference. In quel periodo, per me, l’intelligenza artificiale era soprattutto innovazione, velocità, capacità di fare meglio e più in fretta. Interessante, certo. Sicuramente importante. Ma ancora un po’ distante dalla mia vita. Durante l’ultimo giorno della conferenza, però, qualcosa è cambiato. Si parlava di AI e di inclusione. Di come questa tecnologia stesse accelerando molto più velocemente di quanto previsto e di come non avessimo davvero un piano come umanità a riguardo. Non era un discorso apocalittico. Era una constatazione. Ed è in quel momento che mi sono reso conto di aver a lungo sottovalutato l’impatto dell’AI sulle nostre esistenze quotidiane.

Se l’intelligenza artificiale apprende dai dati e i dati riflettono la società, allora l’AI riflette anche le sue disuguaglianze. La dott.ssa Jowita Michalska, imprenditrice ed educatrice digitale con un ruolo attivo nella trasformazione digitale europea, ci ha mostrato numeri che mi hanno profondamente colpito: solo il 18% delle persone che lavorano nello sviluppo dell’AI sono donne e le persone LGBTQIA+ sono praticamente invisibili nei team che progettano questi sistemi. Così mi sono chiesto: cosa succede quando strumenti costruiti da gruppi poco rappresentativi cominciano a influenzare selezioni, valutazioni,
visibilità?

Una volta rientrato in Italia, ho deciso, di comune intesa con i membri PRIDE di BNL e Cardif, e con l’appoggio della Diversity Officer di Findomestic, di organizzare, in occasione degli Inclusion Days di ottobre 2025, un evento a Roma sul tema AI. Due le ospiti d’eccezione: la professoressa Paola Velardi, docente di Intelligenza Artificiale alla Sapienza di Roma con decenni di esperienza in NLP e machine learning, e la professoressa Tania Cerquitelli, figura di riferimento al Politecnico di Torino per data science e algoritmi trasparenti. Entrambe le dottoresse mi hanno aiutato a fare un salto concettuale e dare forma concreta alle mie riflessioni. Durante l’incontro, a cui hanno partecipato oltre 500 colleghe e colleghi delle tre società, non abbiamo parlato di ipotesi astratte, ma di casi concreti: di sistemi di riconoscimento facciale, che sono meno accurati sulle persone con pelle non bianca; algoritmi di credit scoring, che hanno ereditato le discriminazioni presenti nei dati storici degli istituti di credito; modelli linguistici che possono riprodurre stereotipi di genere o escludere forme di rappresentazione non dominanti. Questo ci ha portato alla conclusione che gli algoritmi non sono malvagi, ma nemmeno neutrali: sono probabilistici e riproducono dei pattern. Se nei dati c’è uno squilibrio, lo amplificano; se nella società c’è un pregiudizio, rischiano di renderlo sistemico.

Abbiamo aperto la giornata con uno spezzone preso dal film Matrix, evocando la paura delle macchine che prendono il controllo sull’essere umano. Ma la trasformazione in atto oggi è molto più silenziosa e diffusa. L’AI entra nei processi aziendali, filtra le informazioni, suggerisce decisioni, struttura opportunità. Non si ribella all’essere umano: incide sulla sua vita e sulle sue possibilità. E allora la questione diventa organizzativa, non solo etica. Occorre andare oltre la retorica dell’innovazione e interrogarsi su governance, audit dei dati, trasparenza dei modelli, meccanismi di controllo, formazione delle persone. Occorre adottare approcci human in the loop, dove l’AI supporta il giudizio umano, non lo sostituisce. Occorre misurare gli impatti su chi è già in posizione vulnerabile, prima che siano gli algoritmi a cristallizzarli in senso negativo. Perché una tecnologia responsabile non avanza da sola e senza garanzie la promessa di equità rischia di restare un concetto astratto, non un risultato concreto.

Ed è in quel momento che ho sentito che la questione mi riguardava personalmente. Non solo come professionista, ma come persona che crede nella pluralità, nella rappresentazione e nella coesione sociale. Non è solo un tema LGBTQIA+ o di genere. Non è nemmeno solo un tema tecnologico. È una questione di giustizia: chi è visibile nei dati e chi ne resta fuori. Abbiamo chiuso il nostro incontro romano con un altro spezzone cinematografico: Baymax, il morbido robot di Big Hero 6, progettato per prendersi cura delle persone. È una metafora potente. L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento che migliorerà le nostre vite in termini di accessibilità, linguaggio, servizi, opportunità, ma solo se la progettiamo con consapevolezza. La differenza non sta nella tecnologia in sé, ma nelle scelte che facciamo ogni giorno mentre la costruiamo e la addestriamo.

Per questo il nostro percorso non si è fermato a ottobre. A maggio 2026, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, abbiamo in programma di aprire in Findomestic un tavolo trasversale che coinvolga tutte le community D&I, mettendo insieme le riflessioni su AI e genere, AI e disabilità, AI e generazioni diverse. L’idea nasce anche dall’ispirazione di iniziative come Algoritmi + Inclusivi, che propongono strumenti concreti per progettare tecnologie più eque e responsabili.

In meno di un anno sono passato dall’entusiasmo per l’innovazione alla piena consapevolezza di una responsabilità condivisa. Non penso che l’AI sia il problema. Ma sarebbe ingenuo trattarla come uno strumento neutro. È uno specchio amplificato delle nostre scelte e la vera sfida non è domandarsi quanto sarà potente domani, ma quanto noi saremo dispostə a governarla responsabilmente con regole, valori e pluralità d’idee, per metterla al servizio dell’umanità e prenderci cura di essa, senza escludere nessunə.

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