
L'intelligenza artificiale come nuova infrastruttura sociale: promessa, rischio e responsabilità
In questo momento della mia vita sto (ri)costruendo molte cose da zero. Una nuova fase personale, fatta di autonomia, ridefinizione, cambiamenti profondi. E una nuova fase professionale, in cui sto avviando una branch verticale sulla Diversity, Equity & Inclusion all’interno del Gruppo Risorse S.p.A., con processi rodati e una storia consolidata accanto a professionisti con cui collaboro da un decennio. È da questo punto di osservazione – non neutro, non teorico – che guardo all’intelligenza artificiale.
Si parla sempre più spesso di AI come infrastruttura del futuro. Onestamente ritengo che la definizione più corretta sia un’altra: l’AI sta diventando una nuova infrastruttura sociale. Non può più essere considerata come solo uno strumento, né, tantomeno, come solo tecnologia. Si tratta di un sistema che già oggi sta plasmando relazioni, opportunità, accessi, esclusioni, rappresentazioni e, come ogni infrastruttura, non è mai neutrale!
Per una persona con disabilità, come me, l’intelligenza artificiale può davvero essere considerata una promessa ambivalente? Da un lato è potenzialmente rivoluzionaria: sottotitoli automatici, sintesi vocali, traduzioni in tempo reale, riconoscimento vocale, strumenti di supporto alla comunicazione. Tutto ciò può ampliare enormemente l’autonomia, ridurre le barriere, rendere il mondo più accessibile.
Dall’altro lato, però, l’AI rischia di replicare e amplificare ciò che già esiste: disuguaglianze, stereotipi, esclusioni sistemiche. L’AI non nasce nel vuoto. Viene addestrata su dati storici, linguaggi, comportamenti, modelli sociali. Se il mondo è abilista, sessista, razzista, eteronormativo, classista, l’AI lo apprende. E lo restituisce, spesso in modo più invisibile, più difficile da contestare. Il rischio più grande non è che l’AI sbagli. È che venga percepita come oggettiva.
Quando un algoritmo decide chi è idoneə per un lavoro, affidabile per un prestito o compatibile con una posizione, stiamo delegando scelte profondamente umane a sistemi che non comprendono contesto, complessità e intersezioni. Io non sono solo una persona con disabilità. Sono anche una persona LGBTQIA+, un professionista, qualcuno che sta attraversando una trasformazione profonda. Nessun dataset può cogliere davvero tutto questo.
L’empatia con gli altri individui, la comprensione al di là del mero dato assoluto, la possibilità di approfondi-mento per contestualizzare situazioni, comportamenti, azioni non possono essere delegate in toto a un algoritmo perché – pur con il miglior addestramento – non potrà mai davvero agire come un individuo. Nel mondo del lavoro l’AI sta già ridefinendo selezione, valutazione delle performance, onboarding, formazione. Questo può essere un’opportunità enorme, se usata bene. Ma può diventare una macchina di esclusione sofisticata se non viene progettata con una logica inclusiva.
Un algoritmo che scarta i CV con buchi temporali non vede la malattia, la riabilitazione, il caregiving, ma solo una discontinuità. Ed in questa discontinuità entrano in gioco l’empatia e il ruolo fondamentale dell’interlocutore o dell’interlocutrice per poter contestualizzare i dati.
Un sistema che privilegia certe forme linguistiche non riconosce la diversità comunicativa. Un tool che analizza il tono della voce non considera chi, come me, ha avuto una perdita uditiva rapida in termini temporali e non di poco conto dal punto di vista medico-sanitario. La DEI non può arrivare dopo. Non può essere una rifinitura etica, ma un principio di
progettazione.
Se l’AI è davvero una nuova infrastruttura sociale, allora dobbiamo chiederci: chi la progetta? Chi decide cosa è normale ed efficiente? E soprattutto: chi resta fuori? È su quest’ultima domanda che dobbiamo agire perché non deve restare fuori nessuna persona. Se un sistema è anche in minima parte escludente, non può essere adottato come unico e solo.
Non mi interessa un’AI gentile, ma un’AI giusta. Non mi interessa un’AI che simula l’inclusione, ma un’AI che la renda strutturale. Questo significa integrare persone con disabilità, minoranze, comunità marginalizzate nei processi di sviluppo. Significa audit etici continui, trasparenza, accountability, possibilità di contestazione, formazione per chi utilizza questi strumenti, perché un sistema non è mai migliore di chi lo governa.
La vera domanda non è se l’AI sarà il futuro. Lo è già. La domanda è: per chi? Se non facciamo questo lavoro ora, rischiamo di costruire un mondo più efficiente ma meno umano. Più automatizzato ma meno accessibile. E io, che oggi sto ricostruendo pezzi della mia vita e della mia identità, non voglio abitare un futuro che mi chieda di adattarmi a sistemi pensati senza di me. Voglio un futuro che tenga conto di me. E di tutte le differenze che rendono questo mondo reale, complesso, vivo.