
Le tante identità dell'oroglio
C’è una parola che in italiano fa più fatica che in altre lingue a stare ferma in un significato solo. Orgoglio oscilla tra il vizio capitale e la conquista politica, tra l’hybris che precede la caduta e la testa alzata di chi, per secoli, l’ha dovuta tenere bassa. Per buona parte della tradizione morale occidentale, l’orgoglio è stato il primo dei peccati: l’illusione di bastare a sé stesse/i, di non dover nulla a nessuno. Ma a partire dal Novecento, con i movimenti di liberazione che hanno fatto del pride una parola d’ordine – black, queer, femminista – l’orgoglio cambia segno. Diventa l’antidoto alla vergogna imposta, lo strumento con cui chi è stato definito da altri impara a definirsi da sé. Dire: «Sono orgogliosa/o di ciò che sono» è, per chi appartiene a una minoranza storicamente discriminata, un atto politico prima che psicologico.
Ne ho parlato con Adama Sanneh, amministratore delegato di Moleskine Foundation, che guida una nuova generazione di giovani attivisti creativi determinati a cambiare il proprio futuro e quello delle loro comunità. Con Sanneh, oltre che sulla dimensione professionale, ci siamo confrontati più volte su identità e diversità, sulle esperienze – positive, negative, a volte incredibili – legate all’essere, entrambi, a metà tra due culture e due fisicità molto diverse. Anche partendo da un vissuto apparentemente simile, l’origine diversa dei nostri genitori ha creato un percepito, e dunque un vissuto, profondamente diverso rispetto al corpo, all’identità e all’orgoglio che ne consegue. Il bilinguismo che mi accomuna ad Adama, per motivi diversi, ha acceso in entrambi la stessa riflessione: orgoglio e pride, spesso tradotti l’uno nell’altro con superficialità, hanno in realtà connotazioni molto diverse.
«Orgoglio porta con sé un significato negativo, legato a supponenza e superbia; pride è invece associato ad autostima e rispetto di sé, a un riscatto sociale costruttivo. Non si può negare che sul piano emotivo i due aspetti a volte coincidano. In tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo e di affermazione dei diritti delle minoranze è stata centrale l’attenzione alla propria identità, la sua rivendicazione, per uscire da un’oppressione fondata sulla privazione sistematica dell’identità personale e collettiva», sottolinea Sanneh.
Ma quella stessa affermazione, se non trova sbocco, può sfociare in tensioni sociali e violenza. In questo nodo c’è però anche il seme di una possibile rinascita: quando la battaglia riesce a connettersi a ideali più grandi della rivendicazione specifica. Qui Sanneh cita bell hooks e il suo concetto di beloved community (in Teaching Community: A Pedagogy of Hope) che spiega: «Una costruzione comunitaria in cui diversità e orgoglio diventano solo un tramite, uno dei tanti modi per innescare un processo continuo di accettazione delle diverse differenze, fino ad arrivare a una comunità realmente aperta e accogliente».
Rivendicazione e cooptazione
Quando una rivendicazione ha successo e diventa visibile, diventa anche immediatamente disponibile a essere usata. Le bandiere arcobaleno sulle vetrine a giugno, i loghi che si colorano per un mese e tornano monocromatici a luglio raccontano una metamorfosi precisa: il pride passa da rivendicazione a brand. Non è solo cinismo aziendale: è il destino di ogni linguaggio di liberazione che riesca, anche solo in parte, a farsi mainstream. La cooptazione è la prova che una battaglia ha conquistato un pezzo di spazio pubblico, ma è anche il modo più efficace per svuotarla di contenuto, trasformando una richiesta di redistribuzione di potere in un’estetica disponibile per tutte le persone, comprese le aziende che quel potere continuano a non ridistribuire.
Audre Lorde lo scriveva già nel 1979, rivolgendosi a un’accademia femminista che la trattava come token: «Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone». Tradotto al presente: i linguaggi nati per smontare un sistema di esclusione, una volta riassorbiti in quello stesso sistema, permettono al massimo di vincere temporaneamente al suo gioco, non di cambiarne le fondamenta. La domanda che le organizzazioni dovrebbero porsi non è se sostenere simbolicamente le comunità marginalizzate, ma cosa cambia concretamente nelle proprie strutture quando lo fanno. La differenza tra sostegno autentico e pridewashing si misura a dicembre, non a giugno: si vede in chi siede nei consigli di amministrazione, in chi viene assunto e trattenuto, in chi può permettersi di essere visibile senza pagarne un prezzo professionale.
Anche su questo Sanneh mi ha offerto la sua prospettiva: «Per un leader, l’orgoglio deve tradursi in un invito all’ascolto profondo delle persone con cui si lavora. Solo dall’ascolto nasce il cambiamento, e solo dall’ascolto cadono le barriere che l’orgoglio erige tra le persone. La leadership dovrebbe assomigliare al lavoro di un architetto sociale: costruire le condizioni perché ciascuno possa portare talento e contributo all’obiettivo comune sentendosi al sicuro».
L’individuo e il gruppo
C’è poi una tensione più intima, tra identità individuale e appartenenza collettiva. L’orgoglio di gruppo è potente perché restituisce a chi è solo un “noi” che protegge e amplifica. Ma ogni “noi” rischia di chiedere, in cambio della protezione, una conformità: conformità di idee totalizzant queer o al pensiero rigido di una certa origine in un certo modo, per ricevere accoglienza nell’orgoglio collettivo. Quando l’appartenenza diventa un copione obbligato, l’identità smette di essere spazio di libertà e diventa una prestazione, non più per chi guarda da fuori, ma per il proprio stesso gruppo. È qui che il pride identitario può scivolare nel tribalismo, quando la coesione interna si nutre più della contrapposizione a un esterno ostile che del riconoscimento reciproco. Lo stesso meccanismo, su scala diversa, spiega come un legittimo orgoglio nazionale possa virare in nazionalismo escludente, quando l’affermazione di sé richiede la negazione del valore altrui.
Toni Morrison offriva, su questo punto, una bussola precisa: se sei libero, devi liberare qualcun altro. È la differenza tra un orgoglio che si chiude a difendere un confine e uno che, conquistato un riconoscimento, lo allarga ad altri invece di custodirlo come privilegio.
Autoaffermazione e umiltà
Resta una terza tensione, forse la più difficile: quella tra l’autoaffermazione necessaria e l’umiltà necessaria. Chi ha dovuto lottare per il riconoscimento sa che l’umiltà richiesta troppo presto è spesso solo un altro modo di chiedere silenzio. Ma è anche vero che l’orgoglio, quando diventa identità rigida invece che esperienza vissuta, può chiudere all’ascolto: rende impossibile riconoscere un torto commesso da altri appartenenti alla propria comunità, o ammettere che la propria sofferenza non autorizza automaticamente ogni rivendicazione. La distinzione tra rivendicazione legittima e arroganza identitaria non sta nel contenuto della richiesta, ma nella sua relazione con l’ascolto: l’orgoglio capace di mettersi in discussione costruisce comunità; quello che si blinda contro ogni dubbio le erode, anche quando nasce da un torto reale. C’è però un’autoaffermazione che non va confusa con la chiusura: quella che bell hooks rivendicava scrivendo che non avrebbe lasciato ridurre la propria vita, né si sarebbe piegata al capriccio o all’ignoranza di nessuno, il rifiuto di un’umiltà richiesta solo a chi è già ai margini, diverso dal rifiuto di ascoltare in sé.
Visibilità o spettacolo
L’ultima tensione, forse quella che le lega tutte, è tra visibilità autentica e spettacolarizzazione. Essere visibili è stato, per generazioni di persone marginalizzate, un rischio prima che un diritto: esposizione, vulnerabilità, talvolta violenza. Conquistare il diritto a essere visti senza nascondersi è una vittoria da non dare per scontata. Maya Angelou ne coglieva l’urgenza scrivendo che non c’è agonia più grande del portare dentro di sé una storia non raccontata. Ma oggi la visibilità è anche un mercato: l’attenzione si vende, l’identità diventa contenuto, e c’è una distanza enorme tra l’essere visti per ciò che si è e l’essere costretti a esibirsi per risultare credibili. È la stessa distanza che separa un ambiente in cui si può portare la propria identità da uno in cui bisogna esibirla per essere riconosciuti: il primo è uno spazio di libertà, il secondo una prestazione che pesa soprattutto su chi è già più vulnerabile. Lo ha messo a fuoco, in una generazione più giovane, Roxane Gay, quando accoglie l’etichetta di bad feminist proprio perché umana: non l’esempio perfetto da esibire, ma una persona con le sue contraddizioni intatte.
Forse l’unica bussola affidabile, in tutte queste tensioni, non è una definizione fissa di orgoglio buono contro orgoglio cattivo, ma una domanda da riformulare ogni volta: questo orgoglio, in questo momento, apre uno spazio di riconoscimento – per sé e per le altre persone – o lo sta chiudendo? È una domanda scomoda da porre a noi stesse/i e alle comunità di cui facciamo parte, sociali o professionali che siano.