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Le Medichesse: storia di quotidianità in medicina... a teatro

Cosa significa essere una medica oggi? Quindici dottoresse provano a raccontarlo sul palcoscenico tra stereotipi, sacrifici e passione, con un occhio alle nuove generazioni
A cura di Valeria Pantani
10 Giu 2026

Percorsi, ostacoli, specializzazioni differenti, tutto sullo stesso palco grazie alle storie di quindici dottoresse: è da qui che parte Le Medichesse, spettacolo teatrale che porta in scena le sfide che oggi una medica1 deve affrontare.

«Il teatro ci permette di parlare con ironia ma anche serietà di tematiche importanti, perché c’è una partecipazione emotiva da parte del pubblico», ha spiegato la dr.ssa Daniela Gianola, specialista in endocrinologia e malattie del metabolismo e Vice Presidente dell’Associazione Italiana Donne Medico – AIDM (sezione Bergamo), nonché una delle interpreti di Le Medichesse.

Com’è nato lo spettacolo?
Le Medichesse nasce dal desiderio di parlare alla gente comune e non a persone esperte di medicina (noi “medichesse” siamo abituate a tenere relazioni in convegni il cui auditorio è costituito solo da colleghi medici). Con Silvia Barbieri (la regista dello spettacolo, ndr) ci siamo dette: «Potrebbe essere proprio il teatro il luogo giusto per parlarne? Perché no!». Così, la scrittrice Adriana Lorenzi ha raccolto le biografie di ventisette dottoresse che hanno preso parte al suo laboratorio di scrittura autobiografica e in quindici abbiamo deciso di salire sul palco e trasformare le nostre storie professionali e personali in un’opera fatta di narrazione e danza. La prima dello spettacolo si è tenuta nell’aprile del 2025 a Parma, città in cui ha sede l’azienda Chiesi Farmaceutici (farmaceutica italiana molto sensibile alle tematiche di inclusività e sociali), main sponsor del progetto. abbiamo ottenuto un sold out e un grande riconoscimento da parte del pubblico che nessuna di noi si aspettava. A maggio 2025 la replica a Bergamo ha registrato un tutto esaurito in due spettacoli nello stesso giorno; a ottobre la terza replica si è tenuta nell’ambito della Rassegna Internazionale di Bergamo Scienza e il 2025 si è chiuso con lo spettacolo (sempre a ottobre) a Pavia nel prestigioso teatro Fraschini, grazie all’impegno delle “medichesse” della sezione pavese di AIDM.

Lo spettacolo porta in scena la quotidianità vissuta dalle mediche protagoniste, ma anche i pregiudizi di genere con cui ogni giorno le donne si scontrano nel mondo della sanità. Quali sono i principali stereotipi che l’opera tenta di sradicare?
In questo spettacolo, da dottoresse diventiamo attrici, danzatrici, narratrici di storie professionali e personali realmente accadute: non c’è nulla di inventato e questo aspetto, a mio parere, è il punto di forza dell’opera perché il pubblico può vedere cosa c’è sotto il camice bianco. Come per qualunque donna che faccia un qualsiasi lavoro ci sono gioie, dispiaceri, successi e insuccessi e questo esporsi completamente nei confronti della platea crea un’empatia profonda. Ma le donne devono affrontare una sfida in più, ovvero trovare l’equilibrio tra impegni professionali e personali e questo è uno dei principali temi che portiamo sul palco. Poi c’è tutto l’aspetto legato all’avanzamento di carriera, perché anche nel mondo medico le donne devono dimostrare sempre qualcosa in più rispetto ai loro colleghi uomini. Ma questo succede in tutti i contesti lavorativi, purtroppo. Invece una cosa che capita molto spesso alle dottoresse, specialmente alle più giovani, è esser chiamate “signorine” anche se indossano il camice o venir scambiate per infermiere perché ancora oggi si crede che esista solo il medico uomo. I dati, però, ci dicono che le iscrizioni alla facoltà di medicina di quest’anno sono state per il 70% di studentesse e per questo credo che in futuro la medicina sarà sempre più fatta dalle donne.

Un altro tema centrale dell’opera è la sorellanza quale risorsa: cosa ha significato per lei lavorare insieme ad altre colleghe su un progetto che esula dal contesto quotidiano nel quale operate?
Nessuna di noi è un’attrice, abbiamo età differenti (dalla giovane dottoressa appena laureata alla dottoressa pensionata) e specializzazioni diverse: siamo quindici entità completamente distinte l’una dall’altra e abbiamo dovuto imparare a recitare su un palcoscenico, cosa mai fatta prima. Quindi non è stato facile per nessuna di noi, ma tutte ci siamo impegnate per raggiungere l’obiettivo comune, ovvero comunicare al pubblico le nostre emozioni. Abbiamo trascorso molti weekend insieme alla regista e all’assistente alla regia per imparare il copione, salire e stare sul palco, capire come muoverci e coordinarci tra noi. Questo lavoro ha richiesto tante energie, fisiche ma soprattutto mentali. D’altronde, narriamo storie molto intime che hanno influenzato la nostra scelta di studiare Medicina, storie che hanno lasciato un segno indelebile (a volte anche una cicatrice) nel nostro cuore. La potenza di queste narrazioni ha creato stretti legami: ognuna di noi condivide le storie delle altre, le fa sue, si immedesima nel racconto dell’altra. Siamo diventate un gruppo di amiche, non più solo colleghe e questo fa sì che, quando abbiamo le prove, siamo felici di stare insieme, ci divertiamo… ma torneremo serie allo spettacolo! Che dire poi di Igea: è l’unica donna sul palco che non è una “medichessa”, l’unica attrice non professionista che abbiamo adottato, e lei ha adottato noi. Igea trae forza ed emozioni dalla Medicina che, sin dai tempi della dea Igea (dea greca della salute), non si esaurisce nel solo atto medico di curare la malattia ma rappresenta un’arte nella cura della persona malata.

Con Le Medichesse si tenta di lanciare un messaggio di passione ed entusiasmo nei confronti della professione alle studentesse più giovani. Cosa vorrebbe dire alle dottoresse di domani?
Tornando a parlare di come è nato lo spettacolo, la primissima idea è stata passare il testimone alle nuove generazioni, alle giovani donne che sceglieranno questa professione. La scelta della facoltà di Medicina deve essere guidata dalla passione di diventare medica, dal desiderio di aiutare chi soffre, chi ha bisogno di cure; quelle persone che vengono devastate dalla malattia che spesso influenza in senso negativo anche la famiglia e le relazioni. La strada per diventare medica è molto lunga e sono necessari sacrifici e rinunce in una fase della vita (tra i 20 e i 30 anni) in cui solitamente si sperimenta e si vive appieno. Per tale motivo, se dietro questa scelta di vita professionale non ci sarà passione, le difficoltà e gli ostacoli potrebbero diventare insuperabili e, anche se si raggiungerà il traguardo della laurea, potrà accadere che la dottoressa sia una brava professionista, ma le manchi quel qualcosa in più che fa la differenza per essere una “medichessa”. Ed è proprio questo ciò che noi vorremmo trasmettere con Le Medichesse: se c’è passione c’è tutto.

  1. Sui femminili professionali medica e medichessa, cfr. l’intervento di Cecilia Robustelli Donne al lavoro (medico, direttore, poeta) per l’Accademia della Crusca. ↩︎
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