Corpicurafemminile

Le donne dimenticate dalla ginecologia

A cura di Alice Pezzin
25 Set 2025

Joyce Carol Oates, Macellaio
La figura di Silas Aloysius Weir, il “macellaio dalla mano rossa” che dà il titolo all’ultimo romanzo di Joyce Carol Oates (La nave di Teseo, 2024, traduzione di Chiara Spaziani), è basata su tre diverse figure di medici americani, che tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si distinsero per le innovazioni apportate nei rispettivi ambiti di specializzazione: Henry Cotton, direttore dell’Istituto per malati di mente del New Jersey; Silas Weir Mitchell, il cosiddetto “padre della neurologia medica” e soprattutto James Marion Sims, considerato invece il “padre della ginecologia moderna”, nonché autore di un’autobiografia, The story of my life, da cui sono tratti vari episodi riportati nel libro.

Ovviamente non stupisce che la ginecologia, femminile per definizione, sia sempre stata appannaggio di dottori uomini (e bianchi), gli unici a cui fosse garantita un’istruzione; colpisce però quanto poco questi “luminari” sapessero della materia di cui venivano giudicati i massimi esperti. Il corpo delle donne, infatti, non era argomento di studio, sia per motivi morali sia per la poca importanza che si dava nella società occidentale al cosiddetto “sesso debole”; all’epoca, ci si affidava ancora alla convinzione secondo cui la malattia femminile, fisica o mentale che fosse, si dovesse a uno spostamento dell’utero (dal greco hystera, da cui deriva il termine “isteria”), e le uniche esperienze di parto che i futuri medici facevano coinvolgevano manichini rigidi e immobili, dato che le donne gravide venivano assistite quasi esclusivamente dalle levatrici.

Ma allora come si è arrivati a queste tanto decantate innovazioni? Qual è stato il percorso che ha portato alla messa a punto di una cura per la fistola vescico-vaginale, un’afflizione comune a parecchie donne che avevano avuto parti complicati? Da dov’è nata l’idea dello speculum (in origine un semplice cucchiaio)? Sono tutti traguardi raggiunti attraverso le sofferenze di un numero imprecisato di donne, cavie loro malgrado di esperimenti sì pionieristici ma anche spietati, a cui non potevano ribellarsi perché inermi, sottomesse e senza diritti: nel romanzo, Silas Weir opera le pazienti rinchiuse nel manicomio di cui è direttore; nella realtà, Sims si serviva delle schiave africane detenute nelle piantagioni. Interventi che avvenivano senza anestesia (era convinzione comune che le donne dei ceti sociali più poveri non provassero dolore, poiché già temprate da una vita di stenti) o in cui, di contro, si faceva un uso sconsiderato del cloroformio, per testare le dosi da somministrare poi alle pazienti, paganti, dell’altra borghesia.

C’è ancora chi obietta che qualunque innovazione debba compiersi per errori e tentativi e che sia ingenuo pretendere che la sensibilità dell’epoca corrisponda a quella di oggi, ma non si può neanche ignorare il fatto che quando il progresso avviene in un sistema basato su oppressori e oppressi (in questo caso oppresse) prende il nome di sfruttamento.

A ogni modo, il grande pregio del romanzo sta nella capacità di trasmettere tutta l’ampiezza dello sguardo dell’uomo sul corpo (e, per estensione, sull’universo) della donna: da una parte motivo di disgusto, dall’altra oggetto del desiderio; il dottor Weir inorridisce davanti agli organi riproduttivi delle sue pazienti, ma le disprezza ancora di più per il fatto di non essere belle, dimostrando che, amato o odiato, il corpo femminile è sempre visto come uno strumento al servizio dell’ambizione maschile.

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