
L'apartheid di genere in Afghanistan: la resistenza passa (anche) per i gesti quotidiani
Nel 2024, 676 milioni di donne e ragazze vivevano in territori assediati da guerre (massimo a 50 km di distanza), una condizione che le esponeva maggiormente a episodi di violenza sessuale per scopi militari. A settembre 2025 le Nazioni Unite hanno denunciato che questa tipologia di abusi è cresciuta dell’87% in due anni.
Quando parliamo di violenza di genere come arma di guerra facciamo riferimento a tutti quei soprusi perpetrati contro le donne in quanto donne, con l’obiettivo di indebolire e umiliare gli avversari (uomini). La Risoluzione 1820 del 2008 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riconosce la violenza sessuale quale arma e tattica militare specificando che lo stupro e le altre forme di abuso sessuale possono costituire un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità.
Non parliamo, però, solo di violenza fisica, stupri e schiavitù sessuale ma anche della violazione delle libertà di donne e ragazze, ed è quello che sta accadendo in Afghanistan. «Se alle bambine si dice che, dopo i 10 anni, non potranno più andare a scuola, a quelle bambine si sta negando il diritto di imparare e di sognare un futuro», ha dichiarato Silvia Redigolo, responsabile della comunicazione e delle raccolte fondi di Pangea, fondazione che opera in Afghanistan dal 2003 con l’obiettivo di supportare l’empowerment femminile.
«Se vivi in un paese che ti nega il diritto a esistere, ti viene negata anche la possibilità di costruirti un futuro».
Com’è cambiato il lavoro di Pangea e la condizione delle donne in Afghanistan dopo il ritorno dei talebani nel 2021?
La condizione delle donne è sempre stata una tematica delicata nel Paese. Dal 2003 Pangea lavora insieme alle cittadine per far sì che acquisiscano consapevolezza dei propri diritti e, attraverso progetti di microcredito, per aiutarle ad avviare un’attività economica. È un progetto che crea un cambiamento, garantisce un futuro alle donne, alle famiglie e alle comunità e che sicuramente siamo riuscitə a portare avanti con più facilità prima del 2021. Oggi le afghane stanno vivendo un apartheid di genere: quando si nega alle bambine di istruirsi e alle donne di lavorare o di mostrare il proprio volto, si stanno negando diritti inviolabili. Dal 2021 la nostra attività è cambiata completamente: continuiamo a lavorare nel Paese, ma la situazione non è semplice perché ogni giorno ci sono nuovi decreti dei talebani e nuove restrizioni.
Com’è possibile che sia calata l’attenzione dei media e delle istituzioni sulla questione afghana e, soprattutto, sulla violazione dei diritti delle donne?
L’attenzione mediatica è stata molto alta nell’agosto 2021 e nei mesi successivi, ma oggi è innegabile che sia calata. A febbraio 2022 è scoppiato un nuovo conflitto, europeo tra l’altro, quindi automaticamente l’attenzione si è concentrata lì e, successivamente, sono nate nuove guerre a livello globale. Non viene più data visibilità alla resistenza delle donne che, invece, continuano a lottare contro le violazioni dei propri diritti. A settembre 2025 c’è stato un terribile terremoto nella parte orientale del Paese che ha causato più di 2.000 mortə e ha raso al suolo molti villaggi: ci sono state donne a cui non è stato prestato soccorso perché gli unici uomini che potevano lavorare in quel momento non potevano toccarle. Eppure, ne abbiamo sentito parlare poco.
Quali sono le storie di resistenza femminile raccolte da Pangea?
La resistenza delle donne che fanno parte del progetto di Pangea si basa sul lavoro che avviene in casa. Una donna che fa il pane e poi lo dà ai figli o alle figlie piccolə per venderlo è resistenza. Lei lavora in casa, ma sta resistendo. Le mani di una donna che ricamano perché è l’unica possibilità che ha di sfamare i suoi o le sue bambinə essendo vedova, sono mani che non si arrendono, che resistono. La resistenza passa per gesti e storie semplici, fatte di quotidianità, ma sono storie di donne forti che non vogliono arrendersi e non possono farlo, per sé stesse e per le loro bambine. Quando una madre esce di casa per vendere il pane che cucina perché i suoi figli o le sue figlie sono troppo piccolə per farlo, il marito ha una disabilità o perché è vedova, quella donna sta resistendo rischiando allo stesso tempo la sua vita. Queste storie vanno comunicate, urlate, perché le afghane al momento non hanno voce a livello internazionale.
Credit foto: Fondazione Pangea ETS