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L'AMICO DI ALICE

A cura di Igor Šuran
30 Mar 2024

L’altra mattina sono arrivato in ritardo a un appuntamento di lavoro perché, mentre davo l’ultimo sguardo allo specchio prima di uscire, ho visto dall’altra parte Alice che voleva raccontarmi la storia di un suo carissimo amico. Mi ha detto che poteva essere utile per il mio articolo sulla salute mentale.

Questo ragazzo, che oggi sarebbe definito un uomo nato all’alba della Generazione X, nasceva e cresceva in un Paese non troppo lontano in una famiglia come tante. Giocava in casa e per strada. Vedeva i giocattoli delle sue piccole amiche e voleva anch’egli le stesse cose: la bambola con i suoi vestitini, per dirne uno. Nell’azienda del papà, per le feste davano i regalini ai figli e alle figlie. Alle bimbe davano piccole bambole. Quanto avrebbe voluto riceverla anche lui, invece gli hanno dato un sacchettino trasparente con dentro un cowboy, come a tutti i maschietti. Non capiva perché: una bambolina sarebbe stata così bella nella sua città costruita con i Lego e in mezzo a tante automobiline con cui amava giocare. “Perché tu sei un bambino, non una bambina,” gli diceva suo papà.Ma certo che lui era un bambino. Mai avrebbe voluto essere altro che un bambino, che poi è diventato un ragazzo. Un ragazzo un po’ diverso. Lo prendevano in giro e lui non sapeva come difendersi; aveva paura. Però aveva anche un rifugio: i libri, le enciclopedie, ogni cosa che poteva essere letta e imparata. L’essere bravissimo a scuola era il suo modo di farsi valere, per lo meno agli occhi degli/delle insegnanti e dei genitori. Lo studio era la sua salvezza, il suo Paese delle meraviglie.

Scriveva tante poesie sull’amore. Laddove gli altri ragazzi iniziavano a scambiarsi i primi baci con le ragazze, lui scriveva, esprimendo con le parole quello che gli altri sperimentavano con i baci e con gli sguardi. E mentre il suo sguardo in spiaggia d’estate si posava sui ragazzi, la sua mente gli faceva capire che l’unica cosa che poteva e doveva fare era essere più simile agli altri. Che sforzo immenso, ma che cosa avrebbe potuto fare? Si sentiva gli occhi del mondo addosso. Del suo piccolo mondo. Oggi ci ride quando ne parla, ma all’epoca quel piccolo mondo era tutto ciò che aveva. E sono arrivati, tardi, molto tardi, i primi baci con le ragazze. È arrivata anche la prima storia, bella, indimenticabile, che poi diventa un’amicizia per la vita. Ma i sogni, i pensieri, sembravano vivere su un altro pianeta.

Si sentiva solo, sbagliato, mal riuscito. I mille libri che aveva letto, i migliori voti che aveva ottenuto, non avrebbero compensato quel sentimento. Andava a dormire la sera sperando di svegliarsi diverso. Avrebbe voluto parlare con un’anima viva di questo. Ma non c’era nessuno con cui parlare, nessun appoggio su cui contare. Il suo fratello maggiore lo difendeva quando vedeva che i ragazzi lo picchiavano, ma mai avevano parlato del perché. E di che cosa avrebbero parlato? Egli stesso pensava che fosse giusto che lo picchiassero. Egli era la cosa sbagliata.

Poi, a quasi diciott’anni, un vento forte lo porta a vivere e studiare in un altro Paese. Un altro pianeta, un altro sistema solare, un mondo nuovo da scoprire in cui poteva per la prima volta essere sé stesso. E lì, in quel sistema solare parallelo, in cui contava il presente e non il passato, lui è diventato un giovane uomo sicuro di sé, forte mentalmente e fisicamente, consapevole di avere un posto al mondo. O quasi.

Non è riuscito a svegliarsi la mattina con l’attrazione per le ragazze, però ha imparato come sopravvivere. Ci sono voluti altri anni e l’inizio della vita in un altro mondo parallelo, un altro Paese, per superare anche l’ultima barriera che per tutta la vita credeva insuperabile. Lì, un giorno dopo un anno di conversazioni tra sé e sé, si è guardato allo specchio e si è detto: “Questo sono io. E va bene così”. Era una liberazione, un momento ineguagliabile per molti anni ad avvenire. E per la prima volta, si è permesso di vivere quelle emozioni che descriveva nelle sue poesie a dieci anni. Solo che erano mille, un milione di volte più forti. Erano reali.Si è permesso di vivere le emozioni: che assurdità, permettersi di vivere le emozioni che le altre persone hanno vissuto senza permesso alcuno dieci anni prima!

Sono passati altri quindici anni prima di poterne parlare al di fuori del gruppo di cui aveva la certezza che avrebbe capito. Si è tolto la maschera e ora è un uomo felice. Si considera privilegiato, molto privilegiato.

Non solo perché ha un lavoro gratificante, non solo per le bellissime amicizie che ha, non solo perché può fare una cosa che mai si sarebbe permesso di sognare fino a non molto tempo fa: dire “sì, lo voglio” davanti a un altro uomo. Si sente privilegiato perché è riuscito a mantenere la sua salute mentale, o perlomeno ci crede. Non è intatta – e chi ce l’ha intatta? - ma abbastanza integra. Non sente rancori. Anche se a volte ci pensa: “Cosa sarei potuto diventare se fossi stato un uomo libero in tutti i sensi?” Echi lo può sapere? Potrebbe essere andato meglio o peggio. Non lo saprà mai.

Non tutte le persone, però, hanno la forza di reagire e non tutte riescono a capire che non sono loro a essere sbagliate, ma la società in cui viviamo. Oggi lui - l’amico di Alice - guarda al futuro. Non suo, ma di chi ha bisogno di aiuto. Chi ha i suoi privilegi, deve esserci per le altre persone.

Alice finisce la sua storia, mi saluta e va dal Bianconiglio.

Io mi guardo allo specchio: vedo solo il mio riflesso. Mi giro ed esco. Il mondo mi aspetta.

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