
L'AI e il lavoro delle donne. Un rapporto complicato di incertezza e scetticismo
Che abbiano un impiego da tempo o siano appena entrate nel mercato occupazionale, le lavoratrici europee restano svantaggiate. Non solo risultano meno impiegate degli uomini e hanno prospettive professionali inferiori, ma le loro occupazioni oggi appaiono particolarmente soggette all’impatto dirompente dell’intelligenza artificiale (AI). Da una parte, questa stravolgente spinta esterna minaccia posizioni e settori dove la presenza femminile è sovra-rappresentata. Dall’altra, le donne risultano meno inclini a interagire e sfruttare le potenzialità della tecnologia. Tanto che, a causa di una scarsa conoscenza o della poca propensione al rischio, la realtà è innegabile: in Europa il binomio lavoratrici e tech rimane debole.
Per esplorare i confini in questo senso, è utile partire da qualche numero. Secondo Eurostat, le professioniste nei settori ICT (Information and Communication Technology), ambiti più affini sia all’uso che allo sviluppo degli strumenti digitali, sono circa il 20% del totale. Numeri simili si ritrovano anche tra quelle impegnate direttamente con l’AI. In questo ambito la loro presenza però crolla a poco più del 12% quando si guarda alle occupate con un decennio di esperienza. Un segnale chiaro: persiste la tendenza all’abbandono precoce di queste carriere e, di conseguenza, poche professioniste raggiungono posizioni di leadership.
Per quanto negli ultimi anni siano cresciute le studentesse in materie STEM, in Europa queste laureate sono ancora solo una su tre. E la situazione non migliora nemmeno considerando il lato imprenditoriale: nel continente le fondatrici di start up tecnologiche rimangono sotto il 15%. A ben vedere, quindi, per quanto i settori tech e innovazione al momento offrono migliori stipendi e opportunità lavorative e, contemporaneamente, soffrono di gravi carenze di personale, le professioniste continuano a restare un’eccezione.
Oltre al problema della scarsità di profili femminili nell’AI e agli specifici impieghi tecnici, appare particolarmente allarmante l’impatto che la tecnologia ha sull’occupazione delle donne in generale. Stando ai dati Eurostat le posizioni più esposte ai rischi delle trasformazioni attuali sono infatti prima di tutto quelle sproporzionatamente occupate dalle lavoratrici. Per esempio, il 66% delle europee svolge un impiego d’ufficio, spesso ripetitivo e facilmente automatizzabile. Sono donne poi il 93% di chi si occupa della cura dell’infanzia e dell'educazione (in particolare insegnanti di sostegno, educatrici ed educatori). E il 75% nel settore sanitario, principalmente in prima linea, molto meno quando si tratta di ricoprire incarichi di gestione e management.
A prescindere dal lavoro svolto, inoltre, le donne risultano generalmente più restie a sfruttare le potenzialità dell’AI rispetto agli uomini. Tanto che, molte evidenze confermano la loro fatica a interagire con gli strumenti digitali avanzati. Le cause? Dalla scarsa conoscenza delle loro potenzialità, alla paura diffusa nel loro utilizzo, alla diffusa sensazione che non sia etico sfruttarli sul lavoro.
Nelle sfide attuali, però, si trova parte della soluzione. A partire dal dato che le europee sono sempre più istruite. In una prospettiva occupazionale, l’investimento in educazione può attenuare infatti gli impatti più negativi dell’AI. Inoltre, se la tecnologia sta trasformando o eliminando certe posizioni, allo stesso modo ne crea di nuove e offre così opportunità per le schiere di giovani pronte a entrare nel mercato del lavoro e per le professioniste con esperienza.
Alcune proiezioni delle Nazioni Unite suggeriscono che nel mondo entro il 2030 i settori con una chiara prevalenza di occupate potranno registrare un aumento di 171 milioni di posti di lavoro a cui le donne, proprio grazie a migliori percorsi formativi, potrebbero facilmente aspirare. Un’opportunità, tra l’altro, dalle conseguenze positive sul lato economico. Secondo la Commissione europea, infatti, se l’Unione riuscisse a portare al 45% la quota di professioniste nel tech, potrebbe incrementare il suo PIL tra i 260 e i 600 miliardi di euro.