Violenza di generedisabilità visibilicorpi

La violenza che attraversa i corpi

A cura di Joshua Paveri
04 Dic 2025

La violenza di genere non deve essere ricondotta soltanto alle donne vittime di abusi, sebbene le statistiche evidenzino che siano loro quelle più colpite. Quando parliamo di violenza di genere dobbiamo riferirci a un sistema di potere che si estende a tutti quei corpi e identità percepite, secondo gli standard dell’immaginario collettivo, come non conformi: chi non rientra in modelli stereotipati di genere, chi manifesta fragilità che la società ha deciso di non proteggere, chi mette in discussione l’ordine stabilito.

Parliamo di una violenza sottile, spesso invisibile, che attraversa linguaggi, sguardi, spazi pubblici e privati, fino ad arrivare alle istituzioni. Io, uomo omosessuale con disabilità visibile, conosco bene la sensazione di essere percepito come corpo non conforme. Nel corso della mia vita mi è capitato, in diversi contesti, di sentirmi addosso etichette, sguardi di (pre)giudizio, commenti e, talvolta, micro-aggressioni anche da persone che ritenevo alleate o amiche. Con il tempo ho imparato cosa significa dover giustificare la propria presenza, la propria competenza, la propria normalità. Non parlo di violenza fisica, ma di una pressione costante e continuativa che può essere altrettanto dolorosa: una ferita invisibile che attraversa l’autostima e la percezione di sé.

Grazie al mio lavoro di Diversity & Inclusion Expert ho imparato ad andare oltre questa sensazione e, allo stesso tempo, ho potuto osservare quanto queste esperienze siano comuni a molte più persone di quanto si creda. Esistono gruppi più esposti: donne con disabilità che subiscono violenze sessuali “facilitate” dalla dipendenza assistenziale; uomini vittime di abusi domestici che, prigionieri degli stereotipi di forza e virilità, non riescono a nominare la propria esperienza; persone transgender aggredite perché il loro corpo sfida il binarismo di genere; donne migranti che affrontano violenze amplificate da sessismo, razzismo e classismo.

Tutti questi vissuti hanno un denominatore comune: un codice invisibile di potere che decide chi conta, chi merita protezione e chi, invece, può essere ignorato. Abbandoniamo lo stereotipo secondo cui la violenza di genere è solo quella delle mani alzate e dei volti lividi - realtà gravissima che purtroppo non conosce fine. Basta un’etichetta, un non ascolto, una limitazione del diritto di amare, lavorare, esistere. La marginalizzazione, i (pre)giudizi, gli sguardi indiscreti o le battute ironiche sono strumenti di violenza verso i corpi non conformi, collocati in gerarchie invisibili.

Affrontare e riconoscere questa violenza significa scardinare il sistema che la alimenta e restituire a ogni individuo uno spazio di libertà, dignità e diritto. L’inclusione, quella vera, non è una politica: è una responsabilità collettiva. Significa guardare le differenze non come eccezioni da gestire, ma come punti di forza, trasformando la fragilità in voce e possibilità. Come ho detto anche nel mio speech al TEDx di Legnano, «la rivoluzione silenziosa più grande sarà stata accettare che ognuno di noi è semplicemente, irripetibilmente e straordinariamente… normale».

Negli anni, sia come persona omosessuale con disabilità, sia come professionista, ho visto quanto le discriminazioni non si sommino, ma si intreccino: genere, orientamento sessuale, disabilità, etnia, religione, razza e classe sociale creano vulnerabilità complesse. Costruire una società inclusiva – e con essa strumenti, narrazioni e politiche – significa offrire ascolto reale, riconoscimento e solidarietà senza esclusioni, senza stereotipi o pregiudizi, valorizzando la diversità come patrimonio collettivo.

L’integrità non si misura dal numero di ferite, ma dalla capacità di guardarle, attraversarle e trasformarle in azioni concrete, in voce e possibilità. La vera forza nasce dal coraggio di accettarsi, di guardarsi negli occhi e riconoscersi uguali nella vulnerabilità condivisa. La lotta contro la violenza di genere è, in fondo, la lotta per riconoscere e accettare la dignità di tutti i corpi: una battaglia che richiede impegno, attenzione e, soprattutto, responsabilità da parte di ciascuno di noi.

È l’unico modo per costruire una società più giusta, inclusiva e umana, dove ogni individuo possa esistere senza paura ed essere riconosciuto nella propria interezza.

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