Corpisociale

La tentata marcia verso Gaza

Quando a maggio scorso ho letto nelle mie reti sociali che qualcuno aveva lanciato una Global March to Gaza - ovvero una marcia popolare nonviolenza verso il valico di Rafah per creare una pressione internazionale sul passaggio degli aiuti umanitari - ho pensato che fosse arrivato il momento di mettere in gioco il mio corpo
A cura di Giacomo D'Alessandro
25 Set 2025

I corpi. Quanta fatica stiamo facendo a riappropriarci di questo potere che come umanità abbiamo ancora. La prima volta che ci ho riflettuto seriamente, in chiave politica, è stato di fronte ai primi blocchi stradali di Ultima Generazione, tre o quattro anni fa. Decenni passati a fare manifestazioni di massa sull’ecologia e sono bastati 5 ragazzini seduti in mezzo a una tangenziale per scatenare il panico e il dibattito mediatico, con drastiche oscillazioni d’opinione sul dito e la luna.

Il corpo avevo cominciato a metterlo in gioco proprio nelle piazze per Gaza, in questi ultimi due anni devastanti. Corpi sdraiati, corpi che si fingono morti, corpi che occupano spazio pubblico per gridare in silenzio: «Non in nostro nome». Con alcune associazioni avevo messo in scena il “presepe morente”, una lenta deposizione di fagotti bianchi macchiati di sangue, a occupare la piazza centrale di Genova durante i mercatini di Natale. Abbiamo creato visivamente il massimo del contrasto, del ribrezzo, abbiamo reso visibili centinaia di corpi di bambini disintegrati dalle bombe, come fossero nostri figli o figlie. Oltre le posizioni politiche, oltre le ideologie e le propagande, abbiamo puntato tutto sull’ABC dell’umanità: nessuna presunta giustificazione è sufficiente per questo.

E così a maggio la Global March to Gaza – proposta pubblicamente nel mondo attraverso il sito ufficiale e da un coordinamento di attiviste e attivisti europei – mi si è presentata come un’idea tanto ovvia quanto utopica: utilizzare il nostro privilegio di un passaporto potente per andare verso un luogo di conflitto a creare un imbarazzo diplomatico, a inceppare la macchina della guerra e della disumanità. Prendendoci dei rischi, certo. Non è forse un genocidio in mondovisione un motivo sufficiente a prenderceli?

E così con la mia compagna Margherita Goretti, operatrice Caritas a Genova, abbiamo deciso di approfondire: il tipo di proposta, il programma, il clima organizzativo, l’affidabilità delle persone referenti, il contesto di sicurezza e legale… Un primo sforzo concreto: aggiungere d’improvviso in una quotidianità già densa un’altra serie di ricerche, letture, call e formazioni per questa iniziativa tanto dirompente quanto incerta.

Programma: arrivo al Cairo in Egitto, negoziato con il governo per ottenere le autorizzazioni, primo spostamento in autobus verso il Sinai, poi i giorni di marcia effettiva, nel deserto, fino a Rafah.
Di fronte alle incertezze, alle critiche pubbliche all’iniziativa, al livello di rischio reale ci siamo continuamente risposti: certo che è rischioso e pieno di lacune. Ma se non ci proviamo noi che possiamo, di fronte a questo genocidio, chi lo deve fare? Che alternative altrettanto potenti abbiamo al momento?

Il 12 giugno ci siamo presentati in aeroporto (noi 8 liguri, su 200 italiani aderenti) con una sola certezza: al Cairo ci avrebbero fermati, interrogati, forse arrestati, forse rimpatriati. La repressione era già cominciata quando il Ministero degli Esteri italiano aveva pubblicato una nota fortemente manipolatoria accusando la March to Gaza di voler forzare il confine illegalmente e aggiungendo l’intimidazione di non garantire assistenza consolare ai partecipanti italiani. Ha fatto eco Israele avvertendo l’Egitto che, se non avesse fermato l’iniziativa sul nascere, ci avrebbe pensato il suo esercito. E così al Cairo l’Egitto ha fatto l’Egitto, stroncando all’arrivo centinaia di persone, con fermi, trattenimenti anche violenti, interrogatori, arresti, rimpatri. Persone prese negli alberghi di notte, raduni anche solo di 30 persone interrotti dalla polizia. E naturalmente il “no” secco a qualunque anche parziale autorizzazione a procedere verso Rafah. Nemmeno una parte del viaggio. Nemmeno una delegazione.

Cosa è successo allora, se la March to Gaza non si è mai svolta? Aveva ragione chi criticava a priori, chi ha scelto la rassegnazione? Ha fallito del tutto il coordinamento internazionale? Noi (che miracolosamente non abbiamo subito alcun fermo) ci portiamo a casa, nel corpo e nel cuore, l’angoscia cui ci siamo sottoposti, la frustrazione della repressione totale e la consapevolezza che 6000 persone da oltre 60 paesi del mondo si sono messe in movimento fino al Cairo, a proprie spese, a proprio rischio, per tentare di concentrare un’inedita pressione diplomatica, mediatica, politica sulla crisi umanitaria del popolo palestinese. Dove i governi non ce la fanno, dove il diritto internazionale non ce la fa, l’umanità ci prova ancora, con la forza ancestrale della non violenza. E il sistema reagisce violentemente, da ogni lato. Ecco quanto spaventa ancora oggi un popolo di popoli che prova a organizzarsi in modo disarmato ma fisicamente schierato.

Vale la pena continuare a cercare un modo inarrestabile per arrestare veramente le guerre dei pochi sulla pelle dei molti.

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