
La storia a lieto fine di Chiara Persico
Ho iniziato la transizione in tarda età, avevo già 40 anni. Già da anni conducevo quella che potremmo definire una doppia vita – anche se il termine non mi piace: la mattina indossavo gli abiti maschili con i quali andavo al lavoro e poi, tornata a casa, mi cambiavo in abiti femminili per continuare la mia giornata. Inizialmente non era facile uscire vestita da donna, mi sono dovuta abituare, grazie anche all’aiuto del mio gruppo di amici e amiche.
Quando parlo della mia transizione uso sempre questa metafora: ero un po' come lo scalatore che scala la montagna, arriva lì con la bandierina ma poi ha paura di piantarla. Era da tempo che volevo fare la transizione ma qualcosa sempre mi frenava e rimanevo lì, sospesa. Finché un giorno ho deciso di piantare quella bandierina e di dire a tutti chi ero.
Ovviamente ho dovuto parlarne in famiglia: avevo un ottimo rapporto con i miei e sono sempre stati persone molto aperte, ma anche per loro ci è voluto un po’ per metabolizzare, soprattutto per mio padre. Quando poi ho deciso di iniziare la transizione, ho finalmente fatto coming out in azienda.
Qualche collega lo sapeva già, quello che ho fatto è stato parlare con il mio caporeparto, la persona con cui ero a più stretto contatto, poi con la manager di allora, che era in logistica come me, e successivamente con l’ufficio del personale. Ho fatto tutto un passaggio graduale per informare quelli che ovviamente sono gli ambiti più delicati: la famiglia e il lavoro.
Io sapevo benissimo che IKEA già allora era un ambiente aperto e inclusivo e questo mi ha aiutata moltissimo nel mio percorso. Mi sono sempre chiesta come mi sarei sentita se mi fossi trovata in un ambiente lavorativo discriminatorio.
Le mie paure vertevano più su colleghi e colleghe: ai tempi avevo un ruolo di coordinatrice e temevo che, una volta fatto coming out, ai loro occhi avrei potuto perdere credibilità. Per fortuna niente di tutto questo è successo, ho ricevuto grandissimo supporto da parte di tutti e tutte, a parte qualche piccolo episodio che sono stata in grado di gestire da sola.
Quando ho fatto coming out, ormai tredici anni fa, IKEA non aveva ancora una policy ufficiale per le e i dipendenti transgender, ma possiamo dire che già applicassero quello che poi è di ventato il protocollo ufficiale: mi hanno dato da subito la possibilità di usufruire degli spogliatoi femminili e hanno provveduto a cambiare la foto e il nome sul mio badge.
Poi, una volta completate le pratiche per il cambio nome anche all’anagrafe, hanno subito provveduto ad adeguare contratto, buste paga ecc. Inoltre, mi hanno concesso dei giorni di permesso aggiuntivi oltre quelli previsti dalla trafila medica. Quello che IKEA ha fatto nel 2023 è stato semplicemente mettere per iscritto quello che già facevano, introducendo così la loro policy dedicata alle e ai co-worker transgender, che comprende anche 6 settimane di permesso retribuite.
Poi negli anni le cose per fortuna cambiano. Credo che chi vuole approcciarsi al percorso di transizione oggi abbia molte più informazioni a sua disposizione, ci sono delle associazioni che sanno indirizzarti e forse in generale è più facile che gli altri riconoscano la tua situazione. Io so di essere abbastanza riconoscibile come donna trans: sono molto alta e la mia voce è rimasta un po’ più greve, una cosa che ancora mi succede – per esempio – è la difficoltà a prenotare qualcosa al telefono, devo sempre spiegare che sto prenotando per me stessa, Chiara Persico, e raccontare in qualche modo chi sono.
Ma capisco che non c’è cattiveria, solo mancanza d’informazione. A me piacerebbe che sui miei documenti ci fosse scritto transgender, forse questo a volte renderebbe le cose più facili. Io sono fortunata, sono inserita benissimo nella società. Da cinque anni mi sono trasferita e quando sono arrivata mi hanno subito accolta bene. Sono molto attiva nella mia comunità, faccio parte dell’ANPI e da qualche tempo sono diventata presidentessa.
Le persone qui dove abito sanno tutto di me, del mio passato, anche perché non lo nascondo, non ho niente da nascondere, e mi hanno sempre accolta bene. Un po' come è successo a lavoro, è successo anche qua dove abito.
Possiamo dire che il mio caso è un pretesto per raccontare una storia bella, una storia a lieto fine.