SaluteSalute mentale

La solitudine e la cura nella salute mentale

A cura di Francesca Bandieri
10 Giu 2026

Ci sono parole ed emozioni che emergono quando si parla di salute mentale: disagio, distanza, paura. Qualcosa percepito come lontano, fuori dal comune, talvolta da evitare. «Non importa, tanto ci sono gli specialisti». Una frase che rassicura, ma che semplifica una realtà molto più complessa. In Italia, sono più di 854 mila le e gli utenti psichiatrici assistiti (Report Ministero della Salute 2024). Un dato che ci ricorda quanto questo tema sia presente, eppure ancora poco compreso.

Non si tratta solo di percezioni: come osserva Sue Abderholden del NAMI (National Alliance on Mental Illness), «forse è il momento di utilizzare la parola pregiudizio con più parsimonia o di non usarla più in questo ambito. In realtà, ciò che le persone con malattie mentali devono affrontare non è la stigmatizzazione, ma la discriminazione. La parola pregiudizio non riflette con esattezza la discriminazione che le persone subiscono in materia di alloggi, educazione, occupazione e assistenza sanitaria. Non è il pregiudizio che ha fatto sì che molte persone siano rimaste bloccate al pronto soccorso. Non è lo stigma che ha fatto sì che la sanità pubblica e privata non copra le cure e i servizi necessari per la salute mentale. Non è lo stigma che ha portato così tante persone con salute mentale a finire nel sistema giudiziario penale. Non è lo stigma che ha portato così tante persone a essere disoccupate. È la discriminazione».

È in questo spazio che nasce la solitudine. Non solo nella persona che vive la malattia, ma anche nelle famiglie, che spesso si trovano impreparate. Il manifestarsi di un disturbo arriva come un fulmine a cielsereno: si inizia a navigare nelle tempeste senza una mappa, tra fatiche che incombono giorno dopo giorno, diagnosi che tardano, terapie che cambiano, farmaci complessi che stordiscono e molte domande. Così, passo dopo passo, la solitudine si amplifica. Il/la caregiver – madre, padre, fratello – diventa un punto di riferimento costante, un regista che tiene insieme tutto con fili sottili, spesso senza strumenti adeguati e senza certezze. «Del doman non v’è certezza» dice va Lorenzo il Magnifico. E in effetti suona poetico, ma nella cura quotidiana pesa come un’incognita continua.

Anche il sistema sanitario, pur con professionalità preziose, fatica a sostenere questa complessità: incontri brevi con gli specialisti spazi limitati di ascolto, poca continuità relazionale. Non sempre manca la competenza; a volte manca il tempo per costruire una vera alleanza. E allora la domanda diventa inevitabile: quanto il contesto contribuisce alla solitudine? Quanto pesa sentirsi osservatə, giudicatə o semplicemente non compresə?

Le famiglie reagiscono in modi diversi: alcune si chiudono, per fatica o per vergogna; altre cercano risposte finché le energie lo permettono, arrivando spesso ai gruppi di mutuo aiuto, che diventano uno spazio fondamentale di condivisione e orientamento. Provare a cambiare prospettiva può aiutare. Se ci rompiamo un arto, tutto il nostro entourage è pronto a soccorrerci e supportarci. Quando ci vedono con una stampella le prime emozioni non sono fastidio, paura, allontanamento, ma al contrario saranno voglia di aiutare la persona nelle sue faccende quotidiane come salire le scale o portare le borse pesanti. Pensate a un mondo dove anche le persone con salute mentale siano altrettanto accettate in termini di malattia e supporto. Un mondo in cui le strutture siano accoglienti e la cura non sia solo clinica, ma anche relazione, comunità, rete.

Perché la cura non può essere lasciata a un solo atto re. Sia il sistema sanitario, che la società e la famiglia devono poter dialogare e sostenersi a vicenda. Solo così si costruisce un cambiamento reale. La solitudine è bella solo se ricercata per la cura di sé. Diventa invece un peso quando è imposta dalla società e dal contesto. Prendersi cura non è semplice: richiede tempo, pazienza, capacità di reinventarsi ogni giorno. Ma quanto sarebbe più sostenibile, se questo mondo non fosse vissuto in solitudine?

Registrazione Tribunale di Bergamo n° 04 del 09 Aprile 2018, sede legale via XXIV maggio 8, 24128 BG, P.IVA 03930140169. Impaginazione e stampa a cura di Sestante Editore Srl. Copyright: tutto il materiale sottoscritto dalla redazione e dai nostri collaboratori è disponibile sotto la licenza Creative Commons Attribuzione/Non commerciale/Condividi allo stesso modo 3.0/. Può essere riprodotto a patto di citare DIVERCITY magazine, di condividerlo con la stessa licenza e di non usarlo per fini commerciali.
magnifiercrosschevron-down