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La politica non deve lasciare fuori nessunə

In un momento storico segnato da un'escalation di odio e dalla normalizzazione della violenza, Monica J. Romano - Consigliera comunale Vice-presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili e della Commissione speciale contro i discorsi e i fenomeni d'odio - porta avanti un impegno che coniuga visione e concretezza: dalle mozioni a tutela del lavoro al nome alias, dalla lotta per i diritti delle persone marginalizzate alla difesa del Pride come presidio di libertà
A cura di Elisa Belotti
25 Set 2025

Dopo un percorso nell’attivismo e nella politica, è diventata la prima donna trans* eletta nel Consiglio comunale di Milano. Come ha vissuto, anche sul piano simbolico e di rappresentazione, questo ruolo nelle istituzioni? E quali spazi ritiene ancora da conquistare per una piena cittadinanza delle persone trans*?
Non credo che l’essere una persona che ha compiuto un percorso di affermazione di genere rappresenti un “ruolo”, quanto piuttosto una condizione personale, come il colore degli occhi, della pelle o il genere stesso. Ho sempre pensato che siano le competenze a contare davvero, nello studio, nel lavoro e ancor più in politica. A costo di apparire immodesta, so di essere stata eletta non perché donna trans*, ma perché professionista credibile, con un bagaglio di esperienze che ha parlato a molte e molti cittadini milanesi. Durante la mia campagna elettorale non ho chiesto voti in quanto persona trans*, né ho impostato la comunicazione sulla mia identità. Ho parlato con le persone di ciò che stava loro a cuore: lavoro, diritti sociali, parità di genere, ambiente, giovani, futuro. E sono stata ascoltata, riconosciuta, votata. La maggioranza dei miei elettori non appartiene alla comunità LGBTQIA+ e credo che questo sia un segnale importante e positivo. Essere la prima donna trans* eletta a Palazzo Marino ha certamente avuto un valore simbolico, ma non ho mai cercato la visibilità come fine. La mia presenza in Consiglio è stata prima di tutto una responsabilità: dimostrare che la cittadinanza piena passa dalla partecipazione democratica, e che l’identità non è un ostacolo, ma una delle tante sfaccettature del vivere umano. Resta ancora molto da fare per la cittadinanza di quelle persone trans* che si trovano in condizioni di svantaggio e di marginalità: l’accesso stabile al lavoro, alla salute, all’abitare, alla rappresentanza. Finché queste dimensioni saranno negate o rese fragili per una parte della popolazione, non potremo parlare davvero di cittadinanza piena.

Negli anni ha promosso diverse iniziative concrete, come il nome alias per il personale del Comune di Milano e sugli abbonamenti ATM. Parallelamente ha portato avanti molte iniziative di tutela del lavoro, sia come politica che come consulente DEI. Che impatto hanno avuto e perché è importante che i diritti passino anche dagli aspetti più quotidiani?
La possibilità di adottare un nome alias estesa a tutte e tutti i dipendenti del Comune di Milano – una platea di più di 13 mila persone – così come quella di ottenere abbonamenti ATM con il nome di elezione sono esempi di microinterventi ad alto impatto. Non si tratta di simboli, ma di dispositivi concreti che migliorano la vita: poter viaggiare senza subire outing forzati ed essere riconosciuti come soggetti pienamente legittimi sul posto di lavoro. Come consigliera e consulente DEI, ho sempre lavorato perché i diritti non restino affermazioni astratte, ma si traducano in regolamenti, pratiche, soluzioni. La dignità si misura anche in una tessera, un badge, un’interazione libera da imbarazzo. Le politiche efficaci abitano la vita reale. Tutto questo è andato di pari passo con un impegno per i diritti di tutte e tutti: mi sono battuta e continuerò a spendermi per un salario minimo garantito per i lavoratori comunali assunti presso cooperative, per il miglioramento delle condizioni per i rider, contro l’esternalizzazione dei lavoratori di SEA e per la difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori nel senso più ampio.

Stiamo assistendo a un’escalation globale di transfobia, anche in contesti che si dichiarano democratici. Quanto la narrazione transfobica e TERF in particolare influisce sull’opinione pubblica e sulle politiche (soprattutto quelle relative ai corpi) e quali risposte ritiene più urgenti per contrastarla?
La narrazione transfobica, soprattutto nella variante del “femminismo” gender critical, è tra le forme più insidiose di attacco ai diritti umani. Si presenta come riflessione teorica, ma produce esclusione, violenza, stigmatizzazione. In un’epoca segnata da crisi identitarie e derive autoritarie, la transfobia è strategia politica. Servono azioni su più livelli: una legge nazionale contro l’omolesbobitransfobia, attesa da trent’anni; un’Europa più ferma contro i regimi illiberali. Penso al divieto del Pride 2025 in Ungheria: non è solo un attacco alla comunità LGBTQIA+, ma alla democrazia stessa. Come ho detto in Consiglio comunale, i Pride sono presidi di libertà. Difenderli significa difendere la democrazia.

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