
La lingua del corpo
In occasione della Biennale di Venezia 2002, un ampio edificio dell’Arsenale era dedicato agli allievi della Scuola di Performing Art di Belgrado guidata da Marina Abramović. All’epoca aveva già ricevuto il Leone d’Oro alla Carriera e aveva già preso molto seriamente il tema della sua eredità artistica. Era primo pomeriggio quando mi sono avvicinata all’ingresso e, dalla soglia, ho intuito che all’interno si sviluppava uno spazio profondo in cui stavano accadendo delle cose. Per entrare c’era un passaggio obbligato: bisognava salire su alcuni gradini di legno e raggiungere una specie di cabina che mi ricordava delle vecchie biglietterie da circo. Un’insegna, sempre di legno, diceva in rosso “First Kiss”. Dentro la cabina c’era una giovane artista e, a dividerla dal pubblico, un vetro pieno di ditate con un’ampia apertura ovale davanti. Non mi era chiaro cosa dovevo fare. Solo quando mi sono avvicinata, lei si è alzata dallo sgabello su cui era seduta in attesa, si è messa il rossetto e spostandosi in corrispondenza dell’apertura mi ha guardata. Allora ho capito: prima di entrare… un bacio.
Secondo Marina Abramović il corpo che diventa opera d’arte è sempre e solo il corpo dell'artista, il suo corpo non è mai un corpo politico, sociale, attivista se non nello sguardo del pubblico e il pubblico non può essere solo sguardo ma è sempre chiamato a essere anche corpo. A volte sfidato, provocato, sedotto, il suo pubblico rimane libero di scegliere come vivere questo incontro. Qualsiasi corpo e qualsiasi sguardo questa relazione possa generare. Between Breath and Fire è l’esposizione di Marina Abramović nata negli spazi del Gres Art 671 di Bergamo, fra l’autunno 2024 e l’inverno 2025. Una mostra che sapeva “togliere il respiro” per la capacità di raccontare una vita e un’opera stando, come indica il titolo, fra due elementi che, combinati insieme, possono essere letali. Il senso del limite, dello stare nel limite, è sempre stato un punto di indagine per l’autrice e inevitabilmente anche per il suo pubblico, senza imposizioni ma come offerta. Seguimi, se vuoi.
Attraverso un’esperienza fluida e senza interruzioni fisiche, la mostra invitava a percorrere liberamente quattro sezioni tematiche che, a tratti, sembravano più degli avvertimenti biblici: Breath, Body, Other e Death. Queste erano le parole da sapere per entrare dentro la mostra in modo preciso, senza sbavature o aggettivi inutili, come in questi anni ci ha abituato, educato, a fare. Si va dritti al punto. I rischi li gestisce, ed eventualmente li paga, solo lei, a noi la responsabilità di partecipare. Guardare non basta.
La curatela di Karol Winiarczyk è stata giustamente definita impeccabile. L’esposizione, tutta, è stata pensata come un’unica installazione-relazione fra il corpo di chi visita e il suo corpo in scena, che sia dentro uno schermo in movimento, grande o piccolo, o un’immagine fissa. Fisica e metafisica la sensazione di condivisione: il suo respiro può diventare il tuo, il suo passo di danza un invito a muoversi insieme, il suo sguardo fisso su di te, il tuo su di lei. Da schermo, a specchio, perché la sua magia, espressione di tutti questi anni di vita artistica, è stata una presenza concreta e costante nello spazio.
Senza accorgersene, l’esperienza si sviluppava come un’antologica combinando opere storiche e recenti, tutte incredibilmente necessarie e coerenti, offrendo una riflessione sull'energia, la solitudine, il mito, la morte, la perdita, il dolore e l'archetipo. Del corpo. Tutto sempre attraverso il suo corpo che diventa linguaggio e parola, misura di tutto, luogo, movente e occasione. In questo stare tra respiro e fuoco si parte e si arriva a una richiesta di consapevolezza: il corpo è energia fisica ed emotiva, è il limite e la brama di andare oltre, è fatica estrema, è ripetizione, dolore, grido, suono, canto, silenzio, è un atto estetico che cerca continuamente di stabilizzare la tensione fra controllo e vulnerabilità. Il viaggio non può che finire con la morte: unica, ultima azione performativa. Ma se la morte del corpo è così pura e totale perché viverne solo una? E perché solo come se stessi e non anche come qualcun altro, qualcuno che si studia e si ammira da tempo. Seven Deaths (2020‐21) è l’opera che chiude l’esposizione e rappresenta un’opera video di magnifica esecuzione in cui l’artista diventa l’eroina destinata a morire sette volte in sette modi diversi, interpretando sette performance canore di Maria Callas, suo grande amore. La fine, allora, ha il sapore di un grande desiderio finalmente esaudito.