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Intervista a Paola Profeta

A cura di Michela Offredi
24 Ott 2023

Quale è stato il suo percorso formativo?

Ho frequentato il Liceo classico, quindi ho conseguito la Laurea in Discipline economiche e sociali all’Università Bocconi, poi il PhD in Economics all’Università Pompeu Fabra di Barcellona con due lunghi periodi di visiting alla Columbia University di New York.

Quali invece le tappe più significative della sua carriera?

Sono stata post-doc all’Università Cattolica di Louvain-la-Neuve in Belgio e ricercatrice in Scienza delle finanze all’Università di Pavia, poi ho vinto un concorso per professore associato e sono stata chiamata all’Università Bocconi. Lì sono rimasta e sono poi diventata Professoressa Ordinaria.

Oltre a essere Professoressa Ordinaria di Scienza delle finanze presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi, è anche Prorettrice per la Diversità, Inclusione e Sostenibilità all’Università Bocconi. Quali impegni e responsabilità comportano questi ruoli?

Come Professoressa Ordinaria insegno al triennio, al biennio e al PhD e coordino vari corsi di Scienza delle finanze e di gender equality. Ma soprattutto sono impegnata nell’attività di ricerca accademica. I papers sono la parte più importante del nostro lavoro. Nella mia ricerca mi occupo soprattutto di economia di genere e politiche per promuovere la parità di genere e l’empowerment femminile. Questo mi porta anche a svolgere il ruolo di Prorettrice per la Diversità, Inclusione e Sostenibilità, vicino alle mie competenze. In questo ruolo mi occupo di tutte le azioni a sostegno della diversità, inclusione e sostenibilità della nostra università, che coinvolgono tutte le componenti universitarie. È un’attività complessa ma fondamentale.

Come è cambiata, sul fronte della Diversità, dell’Inclusione e della Sostenibilità, l’Università in questi anni?

Abbiamo fatto tanti passi avanti. Il tema è entrato nell’agenda strategica dell’università, è parte dei nostri valori fondanti e abbiamo azioni concrete per realizzare ogni giorno un ambiente universitario inclusivo.

Quali progetti portate avanti?

I progetti sono tanti. Per gli studenti l’inclusione è la parola chiave: abbiamo borse di studio per rifugiati e migranti, supporto alla disabilità, assistenza per la salute mentale, programma di carriera alias. Stiamo organizzando la Inclusion Week, una settimana di eventi sull’inclusione, che comprendono seminari con accademici, esperienze pratiche e laboratori per toccare con mano l’esperienza di persone disabili o di gruppi minoritari. Abbiamo anche sviluppato il gender equality plan che pone obiettivi precisi per la parità di genere, abbiamo ideato un programma di training per la faculty per la didattica inclusiva e abbiamo inserito il rispetto della diversità e dell’inclusione in tutte le procedure dell’università. Il rapporto annuale sulla sostenibilità è un’altra attività che ci impegna molto.

È anche Direttrice dell’AXA Research Lab on Gender Equality, che ha come obiettivo quello di promuovere studi in grado di incidere sulle policy indispensabili per eliminare il gender gap e centrare così il traguardo fissato nell’Agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Qual è dunque la situazione attuale? Perché l’Italia è così indietro?

Nessun Paese al mondo ha raggiunto la parità di genere. I paesi più avanti (Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia) hanno chiuso più dell’80% del divario di genere. Nel mondo si è chiuso il 96% del divario in salute, il 95,2% del divario in istruzione, solo il 60.1% del divario economico e solo il 22,1% del divario in politica. L’Italia mostra una situazione particolarmente critica: è al 79esimo posto su 146 Paesi nella classifica del World Economic Forum, 104esimo per dimensione economica. Abbiamo il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa, fermo a circa il 50% da decenni. Significa che solo una donna su due lavora nel nostro Paese, una su tre al Sud. Questo nonostante le donne siano ormai più istruite degli uomini (anche se mancano donne nelle discipline STEM – scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). E in parallelo il tasso di fecondità è bassissimo. Non è facile identificare il motivo di questa situazione, si tratta di un complesso di fattori che vanno dalla carenza di servizi (come gli asili nido) alle caratteristiche delle imprese, alla cultura poco egualitaria del nostro Paese, iniziando dalla divisione dei ruoli nella famiglia.

Quali sono i settori e le azioni più urgenti?

Congedi esclusivi e pienamente retribuiti per i padri, lotta agli stereotipi di genere, promozione delle aziende e organizzazioni virtuose in tema di parità di genere.

Lo ha rilevato l’estate scorsa l’Istituto di Statistica dell’UNESCO (UIS) nel suo report Women and Science: le donne sono circa il 30% dei ricercatori del mondo e meno di un terzo delle studentesse sceglie di studiare materie come matematica e ingegneria all’università. Come si convincono le studentesse, le famiglie, la scuola e la società che il binomio Donna-STEM è possibile e vincente?

Come dicevo prima, la scarsa presenza delle donne nelle STEM è un problema, perché queste sono discipline che danno un alto rendimento sul mercato del lavoro e con prospettive future di crescita. Anche qui si tratta di una situazione complessa: non è solo una questione di preferenze delle studentesse, è l’intero sistema (insegnanti, famiglie, scuole, tipologie di test, mancanza di role models) che spinge le ragazze verso le materie umanistiche. Noi abbiamo un problema anche con la finanza, dove le studentesse sono poche, molte meno di quelle negli ambiti manageriali.

Il Covid-19 ha reso più evidenti e accentuato le disuguaglianze sociali, compresa la disparità tra donne e uomini in diversi settori chiave. Avrebbe potuto trasformarsi in un momento per riflettere e in un’occasione per invertire la rotta…

Il Covid-19 è stato definito una she-cession, perché ha colpito settori come i servizi in cui sono tradizionalmente occupate le donne, e perché i carichi di cura aumentati durante il Covid (si pensi alla chiusura delle scuole) sono ricaduti principalmente sulle donne. Poteva essere diversamente, poiché i carichi potevano dividersi equamente tra uomini e donne, soprattutto nelle coppie in cui tutti lavoravano da casa. Invece la cultura prevalente ha dominato anche questa volta. Solo col tempo però si potrà verificare se la diffusione del lavoro a distanza beneficerà la parità di genere almeno nella divisione dei carichi di cura a casa e in famiglia. Le nostre analisi trovano risultati promettenti: anche gli uomini che lavorano a distanza aumentano il tempo dedicato ai figli. Ovviamente bisognerà monitorare l’evolversi della situazione.

La parità di genere, insieme alle pari opportunità generazionali e ai divari territoriali, è un obiettivo trasversale del Pnrr. Sapranno mettere a frutto questa nuova occasione?

Speriamo, perché ce n’è un estremo bisogno. La parità di genere non è solo un tema di diritti è una grande opportunità di crescita economica.

Nel corso del suo percorso formativo e della sua brillante carriera si è mai trovata in difficoltà in quanto donna? Come ha affrontato la situazione?

Sì, varie volte. Alla nascita della mia prima figlia e nel passaggio a Professoressa Ordinaria. Sono stati momenti molto difficili, inutile scendere nei dettagli. Li ho affrontati condividendoli con mio marito e con la mia forza di volontà a cui mi affido da sempre.

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