
Il rispetto si impara da piccoli
Da troppo tempo si cerca di sradicare il fenomeno endemico della violenza di genere – di qualsiasi tipo – senza di fatto registrare risultati significativi. In buona parte il motivo di ciò è dovuto a non esser andati alle radici del problema. Da dove nasce il male?
Si nasce o si diventa violenti? Qualcuno l'ha già fatto, ma il suo pensiero, dimostrato empiricamente e oggi suffragato dalle neuroscienze, non ha avuto il seguito che avrebbe meritato. Anzi, allora, nell'Europa degli anni Cinquanta, è stato rimosso e lei espulsa dall'Ordine per aver osato contestare le fondamenta della scuola freudiana.
Sto parlando di Alice Miller, psicoterapeuta di origine ebrea, nata nel 1923 a Leopoli, che dopo essere scampata ai lager nazisti, consegue in Svizzera una laurea e un dottorato in filosofia, psicologia e sociologia. Esercita la professione per vent'anni, poi, l'urgenza di trovare risposte alla sua storia personale e a quella dei suoi e delle sue pazienti la porta a una svolta sorprendente. Partendo dallo studio di migliaia di casi nella sua attività di psicoanalista e della biografia dei dittatori del Novecento, ma anche di artiste e intellettuali, arriva a elaborare una teoria – e una terapia – dirompente.
Al centro del suo lavoro c’è l’incriminazione dell’educazione in generale – sia autoritaria sia antiautoritaria – dietro la quale spesso si cela l’esercizio del potere delle persone adulte e non la risposta ai bisogni reali dei bambini e delle bambine. Il punto è che chi non ha ricevuto nei primi giorni, mesi, anni di vita il dovuto amore, rispetto e ascolto, non potrà sviluppare quella conoscenza di sé e quella fiducia nei propri sentimenti necessarie per crescere in libertà, pensare con la propria testa, amare e provare empatia e compassione per le altre persone.
Chi, poi, ha ricevuto maltrattamenti e abusi sessuali, allora sarà ancor più portato alla coazione, ovvero alla ripetizione di quanto subito, attraverso comportamenti distruttivi verso sé o verso gli altri, a partire da coloro su cui ha un potere assoluto: i suoi figli e le sue figlie.
Purtroppo, di casi di questo tipo ce ne sono molti più di quanto si possa immaginare, ancora oggi, nel XXI secolo e nella nostra Italia. La 14esima edizione del dossier Indifesa – La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo 2025, pubblicata nell’ottobre 2025 dalla Fondazione Terre des Hommes, ci restituisce un quadro allarmante.
Secondo i dati raccolti dal Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale, per la prima volta i reati commessi ai danni di minori hanno superato la soglia dei 7.000 casi (7.204), con un incremento del 4% rispetto all’anno precedente e del 35% rispetto a dieci anni fa. Il 63% del totale delle vittime (in aumento rispetto al 61% del 2023) sono bambine e ragazze, ma raggiungono l'88% nei crimini di violenza sessuale, l'86% in quelli di violenza sessuale aggravata, l'85% nei casi di atti sessuali con minorenni. Le cose non cambiano nei reati digitali, dove le vittime femminili sono l’86% nei casi di detenzione di materiale pedopornografico e il 74% in quelli di pornografia minorile.
Il dato sconvolgente è che i maltrattamenti in famiglia restano la tipologia di reato più frequente. Nel 2024 si sono registrati 2.975 casi, con un incremento del 5% rispetto all’anno precedente e del 101% rispetto a dieci anni. E, ça va sans dire, nel 53% dei casi le vittime sono di genere femminile. Mentre, nei reati di violazione degli obblighi di assistenza familiare (479 casi, -9%), abuso dei mezzi di correzione e disciplina (345 casi, -1%) e abbandono di minore (577 casi, +2%), sono più spesso maschi. Infine, gli omicidi volontari di minori nel 2024 tornano a crescere dopo anni di calo: 21 episodi (+75%), in cui nel 76% dei casi le vittime sono bambini e ragazzi.
Eppure, la soluzione non sta nella punizione. O, meglio, non solo nella punizione, perché la realtà dimostra che usare la violenza per reprimere la violenza è un sicuro insuccesso. L'indagine di Miller sulle ferite dell'anima, spesso inflitte – a fin di bene – a bambine e bambini indifesi da persone care o di riferimento, come genitori o insegnanti, è illuminante.
Le neuroscienze, oggi, ci dicono che un solo incoraggiamento è più efficace di 89 rimproveri, eppure il sistema educativo – come anche il sistema penale o quello penitenziario – è ancora legato alla cultura della punizione come strumento per reprimere comportamenti non adeguati, nella convinzione che solo così la persona possa migliorare, senza indagare le ragioni profonde. È una modalità utile a mantenere il controllo, mascherata da buone intenzioni, che non fa emergere il meglio dell’essere umano, piuttosto alimenta la sua parte più limbica, primitiva. Da qui dovremmo avere il coraggio di ripartire per costruire una società basata sul rispetto.