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Il paese che vorrei

A cura di Maria Cristina Origlia
01 Ott 2026

«In primo luogo, [la società meritocratica] è orgogliosa del fatto che le persone possono andare avanti nella vita sulla base dei loro talenti naturali. In secondo luogo, essa cerca di garantire la parità di opportunità fornendo istruzione a tutti. In terzo luogo, vieta la discriminazione sulla base della razza, del sesso e di altre caratteristiche irrilevanti. In quarto luogo, premia i lavori attraverso la concorrenza aperta anziché il clientelismo e il nepotismo». Così scrive Adrian Wooldridge, editorialista politico dell’Economist, nel libro The Aristocracy of Talent: How Meritocracy Made the Modern World (2021), cogliendo il quid della prosperità delle democrazie liberali.

Prosperità che non ha certo a che fare solo con la creazione di ricchezza, piuttosto con la creazione di valore e ben-essere, che si genera nei contesti in cui le persone sono messe nelle condizioni di poter essere e poter diventare ciò che desiderano o, in una prospettiva antropologica, ciò che sono. Laddove non c’è spazio per il desiderio, non c’è spazio per la vita: già Aristotele sosteneva che una persona che si vuole realizzare trasforma in atto la potenza che è. Il livello di desiderio più alto si manifesta nella vocazione, ovvero la risposta a ciò che interpella tutta la nostra vita ed è riconoscibile perché non si spegne, non si lascia fermare dagli ostacoli, non rende le rinunce dei sacrifici, aiuta a operare scelte coerenti, fa battere il cuore di gioia.

Eppure, andare incontro alla propria vocazione non è quasi mai cosa facile, può essere più o meno favorito dal contesto socio-economico e geografico in cui si nasce ed è condizionato dall’idea di società che un Paese vuole costruire. La democrazia non assicura certo il risultato, ma possiamo essere piuttosto certi che nei regimi totalitari lo è ancor meno. La giornalista Anna Politkovskaja raccontava dei ragazzi figli della sterminata periferia dell’impero russo, predestinati a diventare servi della gleba dell’esercito, oltre che carne da macello. Ma anche i giovani interessati a frequentare l’università, che non avevano le risorse necessarie per ungere chi di dovere o le relazioni privilegiate per assicurarsi un posto da studente ancor prima che da professionista. Insomma, un sistema corrotto, dove l’idea di società non era – e non è tuttora – quello di dare spazio ai talenti naturali dell’intera popolazione.

Detto questo, l’ondata di populismi che sta sferzando il mondo occidentale ci dice che qualcosa è andato storto nella governance democratica e questo ha molto a che fare con una progressiva polarizzazione dei privilegi da una parte e una restrizione dell’accesso alle opportunità per tutti dall’altra, il che rischia di divaricarsi a causa dell’andamento demografico e del potere tecnologico dalla Gen AI. Se il contesto generale è questo, in Italia la situazione non è affatto incoraggiate da decenni, tanto da considerare ormai la cosiddetta fuga dei talenti un fenomeno ormai strutturale. Ma più dei dati sono le storie personali che colpiscono al cuore l’orgoglio che si può provare o perdere per il proprio Paese.

La casella postale del Forum della Meritocrazia riceve spesso amare considerazioni. Recente quelle di un padre che racconta di un figlio laureato in legge già abilitato, che dopo aver lavorato per un periodo in uno studio legale di Milano pagato a partita Iva 1000 euro al mese (!), «ha deciso di provare a far da solo (si fa per dire, aiutato dalla famiglia)». E di un secondo figlio, ingegnere aerospaziale, che dopo un paio di esperienze deludenti, se ne è andato all’estero dove gli hanno dato finalmente una responsabilità adeguata. «Quindi la scuola italiana lo ha formato, la famiglia ha speso e lo ha sostenuto ed ora favorisce la competitività altrui».

Altrettanto rivelatore di un malcostume consolidato è il recente libro autobiografico Premiare il merito? (2026) di Leonardo Lucarini, chirurgo in pensione che rende pubblico il tradimento sistematico del valore del merito da parte di un sistema dominato da familismo, amichettismo, appartenenze e affiliazioni. Per non parlare delle donne, penalizzate dalla maternità, spesso impegnate in settori meno ricchi, con gap salariali ai quali difficilmente la direttiva sulla pay transparency, così come è stata recepita dal Dlgs n. 96/2026, potrà mettere rimedio e, di conseguenza, destinate a pensioni povere.

Insomma, difficile essere orgogliosi di un Paese che ti chiede di sopravvive più che di fiorire, deprivandoti della forza vitale del desiderio.

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