
Il dolore resta intimo, ma la risposta deve essere collettiva
Una prima riflessione: spesso ci viene insegnato a vivere il dolore come qualcosa di privato, intimo. Le chiedo: che cosa ha fatto sì che lei trasformasse un dolore così profondo in qualcosa di politico, collettivo, come la nascita della Fondazione?
Il mio dolore è e resta intimo. Però è stato proprio quel dolore, nella sua profondità, a spingermi a fare qualcosa. Solo il pensiero che qualcun altro potesse vivere lo stesso dramma, nella sua intensità, mi dilaniava come essere umano. Così ho pensato: magari riusciamo a salvare un'altra persona semplicemente mettendo a disposizione le stesse domande che mi sono fatto io, sensibilizzando di più su un tema sociale che prima non conoscevo, ma che mi ha investito in pieno. L’idea della Fondazione è nata da lì. E poi mi sono ispirato a Giulia. Lei era molto altruista: quando vedeva un problema, cercava di risolverlo, soprattutto se colpiva le persone più fragili. Quella è stata l’ispirazione vera.
La Fondazione Giulia Cecchettin si rivolge in particolare alle persone giovani, alle scuole. Che significato ha questa scelta e come si concretizza nei progetti che state portando avanti?
Il significato è chiaro: investire sulle nuove generazioni. Con il nostro comitato scientifico siamo convinti che la violenza di genere non si possa sradicare solo con pene più severe o leggi più dure. È qualcosa di talmente radicato da far parte della nostra cultura. L’unica strada davvero risolutiva è l’educazione. Bisogna educare a una cultura della relazione, all’intelligenza emotiva, alla gestione dei sentimenti – anche quelli negativi. È un lavoro a lungo termine, ma è lì che dobbiamo puntare. Al momento in ambito educativo stiamo realizzando diversi progetti che coinvolgono studenti di scuole di ogni ordine e grado e docenti della scuola dell’infanzia e primaria. Si tratta di percorsi di formazione continuativi, condotti da operatori qualificati, progettati e gestiti sia da noi direttamente sia in collaborazione con altri enti. Accanto a questo, lavoriamo anche con le aziende, rivolgendoci alle lavoratrici e ai lavoratori non solo come professioniste e professionisti, ma come persone inserite nella società: madri, padri, membri di famiglie e comunità. Crediamo infatti che il luogo di lavoro sia uno spazio essenziale per promuovere una cultura del rispetto e della responsabilità collettiva.
Secondo lei, è questo approccio che distingue la vostra Fondazione da altre realtà che si occupano di violenza di genere?
Direi di sì. Ci sono realtà che si occupano di sensibilizzazione, ed è fondamentale. Altre offrono un aiuto concreto alle vittime, ed è altrettanto importante. Noi collaboriamo con queste realtà: ad esempio, abbiamo appena finanziato un centro antiviolenza attraverso un’associazione che già lavora sul campo. Sul piano dell’aiuto concreto, ci affidiamo a chi ha esperienza. Invece l’ambito educativo è quello in cui agiamo direttamente, con il nostro comitato scientifico e divulgativo.
Colpisce sempre il fatto che siano le donne, e spesso proprio le vittime, a doversi fare carico anche della lotta per contrastare la violenza. Come si può invece responsabilizzare gli uomini? Come si crea una coscienza maschile femminista?
Se avessi la risposta definitiva, avremmo già risolto una parte importante del problema. Sicuramente serve sensibilizzazione. Bisogna far capire cosa significa davvero essere femminista. Io stesso ho iniziato a capirlo solo dopo. Prima avevo in testa lo stereotipo: la femminista arrabbiata, che lotta contro tutto e tutti. Ma non è questo. Essere femministi significa rendersi conto che il trattamento riservato alle donne è impari: nei salari, nella quotidianità, nel potere che gli uomini esercitano. A quel punto capisci che non è una questione “da donne”, ma un gesto civile che riguarda anche gli uomini. La disparità fa male a tutte le persone. C’è una frase che cito spesso di Emmeline Pankhurst, femminista dell’Ottocento: «Il femminismo serve a liberare metà del genere umano, le donne, affinché possano aiutare l’altra metà a liberarsi». Aveva capito tutto: anche gli uomini sono oppressi dal patriarcato.
Quando ci si occupa di carcere, si riflette su come alle vittime – o alle loro famiglie – venga delegata anche l’elaborazione del dolore, la costruzione del cambiamento. Come si può costruire invece una responsabilità davvero collettiva?
È difficile. La vita quotidiana è già complicata per chiunque. Occuparsi di un problema che non si vive direttamente richiede un altruismo fuori dal comune. Chi fa volontariato, chi ha uno spirito missionario, spesso ci arriva. Ma chi vive col pilota automatico, chi insegue altri obiettivi o ha altre difficoltà, difficilmente entra in contatto con certi temi. Eppure sarebbe importante far capire a tutte le persone che può capitare a chiunque, e che una società liberata da questa violenza migliora la vita di ogni individuo. Il problema è che siamo ancora all'interno di una grande ipocrisia. Si dice: «Sì, va bene quello che fai, bello, bravo», ma poi in fondo si pensa: «Tanto a me cosa me ne importa?». Ecco, questo è lo spirito che percepisco. Non è che te lo dicano apertamente, ma lo senti: «Bellissimo quello che fai, continua pure… però non è la mia battaglia». E invece io vorrei proprio provare a coinvolgere i maschi su questo. Partendo dai più giovani, il prima possibile. Perché lì vedo una risposta diversa. I ragazzi delle superiori, per esempio, sono molto più attenti. Sono loro che ti fermano, ti chiedono cosa possono fare. Dagli adulti ricevo tante pacche sulle spalle, ma poi ti senti solo.
Forse è proprio per questo che ha senso lavorare presto, no? Per non arrivare a quelle persone adulte così poco coinvolte.
Certo, perché da adulti cambiare è più difficile. Hai vissuto una vita in un certo modo, con certe convinzioni, e le cambi solo se ti succede qualcosa che ti sconvolge, come è successo a me. Molto sinceramente, se non fosse successo nulla, probabilmente avrei continuato la mia vita come sempre. Non mi sarei impegnato nel sociale. Forse avrei ascoltato chi provava a sensibilizzarmi, perché sono sempre stato curioso e disponibile al dialogo… ma non avrei sentito questa battaglia come mia.
E questo è già un punto di partenza importante, no? Riconoscerlo, fare un’autoanalisi così.
Sì, assolutamente.
Un’ultima domanda, poi la lascio andare. Secondo lei, in che direzione sta andando l’Italia su questi temi? C’è un’evoluzione reale verso l’emancipazione? O rischiamo di assistere a una reazione violenta, come succede in altri Paesi dove l’emancipazione femminile è aumentata e, paradossalmente, anche i femminicidi?
Sì, è così. Lo spiegano bene gli studi. Più che il patriarcato in sé, oggi è la sua crisi a generare le reazioni più violente. La maggior parte di chi commette un femminicidio sono uomini che non riescono ad accettare che una donna possa scegliere. Una volta i femminicidi c’erano lo stesso, ma erano coperti da una cultura che li giustificava, che diceva: «Eh, i maschi sono fatti così». La violenza era più nascosta, e soprattutto le donne non potevano affrancarsi, non avevano strumenti, non avevano la possibilità di sopravvivere da sole. Oggi, invece, una donna può farcela, può lavorare, mantenersi, scegliere. E allora, nelle relazioni dove l’uomo è fragile e poco consapevole, non riesce ad accettarlo. È qui che serve la cultura: per far capire che la vita non va sempre come te l’aspetti. Ma che comunque bisogna rispettare la libertà dell’altro. Sempre.