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Il corpo grasso non dovrebbe chiedere scusa

Lara Lago, giornalista e body activist, riflette sul corpo come spazio politico, sul significato profondo del contrasto della grassofobia e sulla necessità di rompere gli stereotipi che ancora limitano l’espressione e la rappresentazione di chi ha un corpo non conforme
A cura di Elisa Belotti
25 Set 2025

La dimensione del corpo può essere intima, ma anche profondamente politica. Cosa ti ha spinta a dedicare al corpo e al contrasto della grassofobia il tuo impegno come attivista, giornalista e anche autrice de Il peso in avanti?
Sicuramente tutto nasce da un vissuto personale. Sono sempre stata una ragazza con un corpo non conforme. Durante le scuole medie ho subito del bullismo per questo. Riguardando le foto di quando avevo quindici anni, mi rendo conto che quel corpo non era affatto grasso. Ma allora – oggi ho 41 anni – i modelli erano Britney Spears e Ambra Angiolini: se avevi un corpo diverso da quello delle tue amiche, finivi immediatamente per essere presa di mira. A 16 anni ho fatto la mia prima dieta: portavo una taglia 46. Poi ho preso peso ed è cominciato un lungo periodo in cui sono entrata nella diet culture: dieta, mantenimento, riprendevo peso, quindi un’altra dieta ancora più aggressiva e così via. È andata avanti così per dieci anni.
All’epoca la questione era completamente un tabù: non si parlava di body positivity, non esistevano corpi non conformi rappresentati nei media. C’erano invece giudizi, battute e sketch comici sulle persone grasse ovunque. Non avevo mai visto una giornalista grassa come speaker in un telegiornale. Quando ho iniziato a farlo io per una TV locale, mi sono sentita in dovere di dimagrire per poter lavorare. Nessuno me lo ha detto esplicitamente, ma non mi sentivo libera.
Nel 2016 mi sono trasferita ad Amsterdam per tre anni e lì ho incontrato l’attivismo contro la grassofobia. È una società in cui la diversità è un dato di fatto e quindi c’è più flessibilità anche verso i corpi. Non ci si fa i corpi tuoi. È più raro sentire giudizio e derisione. Il momento in cui tutto è davvero cambiato per me è stato quando la fotografa Silvana Denker cercava delle modelle per una campagna sull’accettazione dei corpi. Sono andata all’appuntamento pre flashmob e, mentre ci preparavamo, abbiamo condiviso una torta. Io, ancora immersa nella diet culture, avevo mangiato un’insalata la sera prima!
Per la mia piccola storia quella giornata è stata rivoluzionaria: ho capito che il corpo non deve essere vissuto come privazione. Il corpo è il corpo, punto. Durante il flashmob ho affrontato una delle paure più grandi per una persona grassa: stare in mutande davanti a delle persone sconosciute. Ma lì, nella sorellanza con le altre modelle, è stato un momento di forza e liberazione.
In quegli anni scrivevo sui social racconti di vita all’estero e ogni volta che toccavo il tema del corpo c’era un ritorno fortissimo. Ho iniziato allora a studiare: prima il femminismo, poi la fat acceptance. Da lì è iniziato tutto.

Body positivity è diventata negli ultimi anni un’espressione molto usata, ma anche spesso fraintesa. Cosa significa davvero e come si può evitare che diventi un discorso superficiale per sprigionarne invece il vero potenziale politico e culturale?
Per andare davvero sul piano politico, forse oggi non dovremmo neanche più parlare di body positivity. È un’espressione che ci è stata sottratta e banalizzata, adottata da influencer e brand per campagne semplicistiche volte a vendere prodotti. L’idea che ogni corpo abbia valore è un concetto centrale nella body positivity e neutrality, ma se questo principio viene usato per creare un nuovo standard – o ribadire quello esistente – perde completamente significato. Se quelli che ci vengono mostrati come corpi non conformi sono in realtà ancora corpi magri e bianchi, che cosa succede a chi è davvero fuori da qualunque standard? Dove finiscono le persone grasse, nere, lesbiche?
Il punto non è che “ogni corpo è bello”. La bellezza non dovrebbe più essere al centro. Perché una donna – in particolare – dovrebbe avere come obiettivo essere bella? Perché, a parità di competenze, in un contesto professionale dovrebbe essere scelta la persona più magra o più attraente?
Oggi preferisco usare espressioni come lotta alla grassofobia e body neutrality, proprio perché vorrei spostare il focus dall’amare il corpo a considerare che cosa fa per noi. Negli anni in cui il mio unico obiettivo era la magrezza, ero in guerra con il mio corpo, mentre lui lavorava per me. Riconoscere questo permette un cambio di prospettiva.

Il mondo del lavoro è ancora legato a stereotipi sull’aspetto fisico, in particolare per le donne. Quali trasformazioni auspichi affinché anche nei contesti professionali ogni corpo sia accolto senza pregiudizi e la grassofobia sia contrastata?
Il mondo dei media è emblematico: è rarissimo vedere giornaliste grasse in televisione ed è un fenomeno molto italiano. Se guardiamo a emittenti estere, troviamo corpi diversi: persone di taglie differenti, nere, con il velo, anziane. Mi piacerebbe che smettesse di esistere il concetto di physique du rôle. Se davvero crediamo nella body neutrality, allora ogni corpo vale, anche in TV. Non si possono continuare a escludere intere categorie. Anche perché quando questi corpi entrano nei luoghi di lavoro, cambiano la percezione di sé e la rappresentazione. Purtroppo la bellezza è ancora un criterio dominante nel mondo del lavoro, a ogni livello e in ogni fase. Viene richiesta la bella presenza: ma cosa significa davvero? Non sempre le persone grasse hanno accesso ai vestiti considerati professionali. Spesso devono comprarli online o ricorrere al fast fashion, con un impatto ambientale non indifferente. Le taglie sono limitate, così come i modelli e i colori. Eppure, per un colloquio di lavoro, si dà per scontato che tu debba presentarti in un certo modo. I corpi grassi, inoltre, sono visti come trascurati. E questo succede anche in contesti dove il corpo non è nemmeno visibile, come la radio. È una cosa che non dovremmo accettare, ma che purtroppo interiorizziamo. Perché il corpo grasso viene ancora percepito come una colpa: sei tu che non ti alleni, non ti metti a dieta, non ti impegni. Se invece vuoi, puoi dimagrire. E finché sarà questa la narrazione dominante, la grassofobia continuerà a essere legittimata.

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