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Il benessere come scelta strategica

Per Chiesi il benessere dei propri collaboratori e collaboratrici non è un’iniziativa accessoria, ma una scelta strategica. All’interno del programma globale di wellbeing, la loro salute rappresenta un pilastro fondamentale: non solo come tutela, ma come cura continua delle persone, della loro qualità di vita e della possibilità di esprimere pienamente il proprio potenziale
A cura di Elisa Belotti
10 Giu 2026

Prendersi cura della salute delle proprie persone significa per Chiesi creare condizioni di connessione, ascolto e supporto concreto, che le accompagnino nei diversi momenti della vita, con stili di vita, fragilità ed esigenze differenti. L’approccio è olistico e inclusivo: integra dimensione fisica, mentale ed emotiva, combinando una visione strategica globale con iniziative accessibili e personalizzate. In questa prospettiva, la salute diventa parte integrante di un’esperienza di lavoro sostenibile, capace di generare benessere individuale, performance sana e impatto positivo che va oltre l’azienda.

Ne parliamo con Katyusha Lorenzelli, HQ Wellbeing Manager; Federica Tafuro, Medica competente coordinatrice; Francesca Grassi, Head of Auditing, Due Diligence & Supplier Qualification, GMP & Medical Device Unit; Marilena Petrera, Head of Clinical Quality Systems Unit; Eleonora Cipollari, Clinical Supply Manager e Cristiana Parenti, Label & IFU Senior Specialist.

Il Catalogo People Care: un modello di wellbeing inclusivo e partecipato
All’interno della strategia di wellbeing di Chiesi, il Catalogo People Care rappresenta la cornice che raccoglie e rende visibile l’impegno dell’azienda nel prendersi cura delle proprie collaboratrici e collaboratori in modo concreto e inclusivo. È un ecosistema di iniziative che spaziano dalla salute al benessere psicologico, dalla genitorialità all’equilibrio vita-lavoro, dalla prevenzione alla consapevolezza, con l’obiettivo di rispondere a bisogni diversi e in continua evoluzione. Un elemento distintivo del Catalogo è il suo carattere partecipativo. Molte iniziative nascono infatti dall’ascolto attivo delle persone e dalla disponibilità spontanea di colleghi e colleghe che mettono a disposizione competenze professionali, esperienze personali o passioni. In questo contesto, la salute occupa un ruolo centrale: non un ambito separato, ma una dimensione trasversale che attraversa l’intero catalogo.

In che modo l’offerta People Care riesce a essere davvero accessibile e inclusiva, tenendo conto di bisogni diversi anche in termini di stili di vita, fragilità o condizioni personali?
KL: All’interno dell’offerta People Care, l’accessibilità e l’inclusione si costruiscono innanzitutto attraverso l’ascolto. Il Wellbeing Point, lo sportello d’ascolto attivo sia in presenza sia online, è uno spazio in cui le persone possono ricevere informazioni, proporre nuove iniziative o condividere competenze personali da mettere a disposizione della comunità aziendale. È anche un luogo in cui emergono bisogni più profondi e inattesi, che spesso vanno oltre la richiesta iniziale e permettono di intercettare fragilità o esigenze specifiche. L’area Salute si traduce poi in un’offerta concreta e diversificata, pensata per rispondere a bisogni differenti. Oltre agli ambulatori aziendali, ogni persona ha accesso, ad esempio, a visite osteopatiche, percorsi nutrizionali e sportelli tematici. Quello dedicato alla salute femminile, ad esempio, accompagna le colleghe nelle diverse fasi della vita, dalla gravidanza alla menopausa. Un elemento distintivo è il coinvolgimento diretto delle persone: alcune iniziative nascono proprio dalle competenze interne, come nel caso di corsi di primo soccorso e disostruzione pediatrica tenuti da un collega. Questo rafforza il senso di appartenenza e valorizza competenze spesso non visibili nei ruoli professionali. Allo stesso tempo, i bisogni raccolti attraverso lo sportello d’ascolto permettono di attivare nuove progettualità, come gli incontri dedicati ai disturbi alimentari, rispondendo a esigenze emerse nella comunità aziendale.

La salute come pilastro del wellbeing
Questo stesso approccio partecipativo e inclusivo trova una declinazione particolarmente significativa quando si parla in modo specifico di salute, attraverso iniziative dedicate, concrete, accessibili e vicine ai bisogni reali, rafforzando il legame tra benessere individuale, consapevolezza e responsabilità condivisa.

Con il Progetto Salute, rivolto al personale, Chiesi propone una visione del benessere che integra dimensione fisica, mentale e benessere complessivo. Come si traduce concretamente questo approccio olistico nella vita quotidiana di chi lavora in azienda?
FT: Il Progetto Salute permette alle persone di prendersi cura di sé all’interno della quotidianità lavorativa in modo semplice, accessibile e continuativo. Si tratta infatti di un’iniziativa pluriennale, supportata anche da un tool interno che consente di prenotare visite e controlli negli orari più comodi, riducendo gli ostacoli organizzativi e logistici che spesso rendono difficile dedicarsi alla propria salute. Quindi non si offrono solo prestazioni sanitarie, ma si promuovono anche conoscenza e consapevolezza su questioni che spesso vengono normalizzate o sottovalutate. Le attività si svolgono direttamente nelle sedi aziendali e comprendono percorsi di prevenzione e promozione della salute in diversi ambiti, tra cui quello cardiovascolare, respiratorio e oncologico. Sono previsti anche programmi per la disassuefazione dal fumo, con supporto psicologico, e screening realizzati in collaborazione con la rete sanitaria pubblica. Un elemento centrale è la capacità di intercettare precocemente i bisogni di salute, offrendo un primo livello di valutazione che può poi indirizzare verso approfondimenti successivi. L’elevata adesione interna alle iniziative conferma il valore di questo approccio, che amplia il ruolo della medicina aziendale: non più solo adempimento normativo, ma attenzione alla persona nella sua interezza.

Accanto alle iniziative aziendali, emerge una forte partecipazione delle persone che mettono a disposizione tempo e competenze. Come si crea questo spazio di ascolto e attivazione, e che impatto ha sul benessere organizzativo?
FT: In questo progetto l’ascolto è un elemento centrale, perché si basa su un dialogo diretto tra collaboratrici, collaboratori e figure specialistiche. Molte delle iniziative nascono proprio da momenti di confronto: durante le visite mediche, nei punti di ascolto dedicati o attraverso proposte spontanee delle persone che lavorano in azienda. C’è quindi uno spazio reale di partecipazione, sostenuto anche da un’attenzione diffusa ai temi della diversità, dell’inclusione e del benessere organizzativo. Questo approccio si riflette anche nel catalogo People Care, che si arricchisce nel tempo grazie ai bisogni e alle idee che emergono dall’interno. In alcuni casi sono le stesse persone di Chiesi a mettere a disposizione competenze ed esperienze, come nel caso di workshop su temi specifici costruiti insieme a risorse interne ed esterne. Ciò genera un clima di coinvolgimento e proattività, in cui le iniziative si diffondono anche per contaminazione positiva tra colleghi e colleghe.

Il progetto “Foglietto illustrativo”: dal benessere interno alla comunità esterna
Lo stesso spirito inclusivo e collaborativo che anima il Catalogo People Care si ritrova anche nel progetto “Foglietto illustrativo”, che rappresenta un passaggio particolarmente significativo: un’iniziativa che nasce dall’interno, dall’idea e dall’impegno di un collega membro di uno dei Employee Resource Groups, il Chiesi Affinity Network (CAN) Embracing Disability, e che estende il valore del wellbeing oltre i confini aziendali. In questo caso, l’attenzione si sposta sull’accessibilità e sulla comprensibilità delle informazioni sanitarie, con l’obiettivo di migliorare l’esperienza di chi partecipa ai trial clinici e, più in generale, delle comunità esterne e delle persone pazienti.

Quale bisogno ha intercettato Chiesi e in che modo questa innovazione contribuisce concretamente al benessere e all’accessibilità per le persone coinvolte nei trial clinici?
FG: Il bisogno nasce dalla difficoltà che le persone con dislessia incontrano nella lettura, sia in termini di correttezza sia di velocità. Nei materiali dei trial clinici – etichette e foglietti illustrativi (IFU) – le informazioni sono molto dense, soggette a vincoli normativi e spaziali, perché devono essere inserite nel kit paziente. Si tratta inoltre di contenuti cruciali, legati alla somministrazione del farmaco e alla tracciabilità dello studio. Per questo abbiamo lavorato sul design, senza modificare i contenuti. L’obiettivo era rendere le informazioni più leggibili, facilitando chi ha difficoltà di lettura. Durante il progetto ci siamo rese conto che queste soluzioni migliorano la comprensione per tutte le persone, non solo per quelle dislessiche, ma anche, ad esempio, per chi ha difficoltà visive. In prospettiva, stiamo valutando se applicare questi principi anche ai foglietti dei farmaci commerciali, ampliando ulteriormente l’impatto.

MP: L’esito è già significativo perché, oltre alle persone che partecipano ai trial clinici, coinvolge anche tutto il personale sanitario che utilizza le informazioni riportate. Anche tra loro possono esserci difficoltà di lettura o visive, quindi migliorare la leggibilità è un beneficio trasversale. Negli ultimi anni, anche a livello normativo europeo, è cresciuta l’attenzione alla comprensibilità della documentazione per le e i pazienti. Per questo stiamo pensando di lavorare su un secondo step che riguarda il linguaggio: l’obiettivo è renderlo più accessibile, meno tecnico e più comprensibile anche per chi ha livelli di scolarizzazione diversi.

CP: È stata molto importante la collaborazione con AID (Associazione Italiana Dislessia), che ci ha permesso di raccogliere feedback puntuali sui prototipi. Attraverso test strutturati, le persone coinvolte hanno potuto confrontare i materiali tradizionali con quelli riprogettati. I risultati sono stati positivi: è emersa una maggiore leggibilità e una migliore organizzazione del testo nello spazio disponibile e soprattutto ci è stato detto da una persona dislessica: «È la prima volta che qualcuno ci chiede cosa fare per permetterci di leggere meglio».

EC: Questo progetto riflette un approccio più ampio: non cercare di trovare soluzioni al posto delle persone, ma coinvolgerle direttamente, valorizzando la loro esperienza. Abbiamo quindi voluto porre delle basi, consapevoli di essere in una fase pionieristica, e allo stesso tempo condividere i risultati: la ricerca è stata presentata a un congresso e stiamo valutando ulteriori pubblicazioni. L’obiettivo è favorire una diffusione più ampia di queste pratiche, anche oltre la nostra realtà.

Questo progetto mostra come l’inclusione possa generare impatto anche fuori dall’azienda. In che modo esperienze come questa ridefiniscono il concetto di salute, rendendolo più ampio e attento alle diverse esigenze cognitive e di comprensione?
FG: Con questo progetto, l’inclusione ha ampliato il proprio raggio d’azione: da proposta interna si è trasformata in un’iniziativa con un impatto più ampio, capace di incidere sulla qualità dell’esperienza di chi legge questi materiali. Ciò contribuisce anche a ridefinire il concetto di salute, che non riguarda solo l’accesso alle cure, ma anche la possibilità di comprenderle davvero. E avere il supporto delle aree funzionali è stato fondamentale per portare avanti e consolidare tale approccio. È in questo passaggio dall’interno all’esterno che il People Care si rivela una cultura del benessere che nasce dalle persone che lavorano in Chiesi, cresce grazie all’inclusività e diventa valore condiviso per la comunità.

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